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Il disagio di volare

Sono trascorsi quasi quindici anni da quando ho iniziato ad utilizzare gli aerei come mezzo di trasporto; da allora ho volato tante volte sia per tratte brevi all'interno dell'Italia (Trieste, Milano, Palermo) sia per tratte continentali (i miei viaggi in Irlanda o le tappe a Londra o la capatina a Stoccarda e lo scalo a Ginevra) sia finanche trasvolando l'atlantico quando sono stato negli Stati Uniti ed ho atterrato a Philadelphia. Eppure ogni volta è la stessa paura, la fatica a salire sull'aereo e il terrore a volte del tutto irrazionale che qualcosa vada storto e finisca male. Ricordo la prima volta; mi stavo recando a Trieste ed ero salito su un Boing 737 dell'Alitalia; vedendo la hostes che spiegava le norme di sicurezza e di salvataggio (si fa per dire in quest'ultimo caso), la busta per vomitare che avevo di fronte, il senso di oppressione in quell'ambiente chiuso e basso e infine la scelta azzardata (era il mio primo volo) di scegliere il posto lato finestrino mi sono sentito quasi male. Mi spaventa il decollo (anche se mi hanno detto che è la fase più tranquilla del volo), mi spaventa la crociera e mi spaventa l'atterraggio che, come risaputo, è il momento più delicato. Ricordo sempre quella volta che presi l'aereo da Roma. A terra c'era un sole splendido ma appena abbiamo preso quota il forte maltempo generò quasi ininterrottamente turbolenze talmente forti che non fu nemmeno effettuato il servizio di ristoro durante il volo. In preda all'angoscia mi salvava solo il constatare l'apparente calma che regnava sui volti del cabin crew, finché mi sono deciso a chiedere qualcosa al mio vicino di posto che dormicchiava pacifico nonostante i sobbalzi; la sua risposta rassicurante per me fu alquanto terapeutica e ansiolitica. Non è solo il pericolo del maltempo a crearmi ansia perché sistematicamente ogni volta che volo mi vengono sempre in mente gli incidenti e i relativi titoli di giornale, della serie "aereo scomparso poco dopo il decollo", "aereo esploso in volo", "aereo che s'incendia in fase di atterraggio", "atterraggio di emergenza"... insomma una sorta di "bollettino di guerra". Ricordo quando ripartii da Philadelphia: sette ore tirate senza riuscire a chiudere occhio, con addosso una tensione assurda; quando ci penso mi rendo conto che è da stupidi avere paura di volare. Con quello che succede per le strade dovrei piuttosto avere paura di guidare o di prendere un autobus, cosa che quasi sempre devo fare per tornare a casa da Roma. Chissà cosa ci sia dietro questa fatica a volare; forse la disabitudine, l'aver cominciato troppo tardi, forse la solita apprensione inutile e incontrollabile che non riesci a gestire pur ripetendoti che non ci sono motivi per cui debba accadere qualcosa. Che fatica volare, ma che bello viaggiare, conoscere angoli della terra, fare nuove esperienze, accostare sensibilità e culture diverse, incontrare volti di persone che, magari fugacemente oppure in maniera duratura, ti segneranno la vita. So che dovrò volare ancora ma non ci penso quando invece progetto i miei viaggi ovunque; potessi tornare in Irlanda o negli States prenderei il primo volo già domani, senza badare alle ore che vi dovrò trascorrere dentro. L'esperienza di ritrovarmi in un posto, diversamente irraggiungibile, varrà un milione di volte il mio irrazionale disagio di volare

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