Tra attese e rimpianti ci rimette sempre il presente
Gli studiosi dicono che la postmodernità, il nome (complicato) dell'epoca nella quale dopo la caduta delle ideologie stiamo vivendo, sia contrassegnato da un attaccamento forte al presente; l'uomo postmoderno non è più un rivoluzionario (e infatti delle utopie non gliene frega niente e i marxisti sono solo borghesi per i quali fa tendenza evocare battaglie e lotte per l'utopia) ma nemmeno un reazionario perché anche qui, eccezion fatta per i vecchi nostalgici del passato solo perché non hanno saputo adattarsi e raccogliere la sfida del presente, a nessuno verrebbe in mente di rinunciare a tutti i benefici di oggi per essere riprostrati in un tempo fatto di pregiudizi, schiavitù, impossibilità a fare tante cose ecc. ecc.. Piuttosto l'uomo postmoderno è colui che vive l'istante come eterno, colui per il quale il tempo ha perso le sue dimensioni conservandone solo una, il presente. Mi interessa il qui ed ora, di ciò che è stato e di ciò che sarà me ne frega molto relativamente, tutto si concentra nel presente che si dilata diventando eterno, poiché un presente senza durata dove non esiste il domani e lo ieri null'altro è se non la traduzione dell'eterno come del senza tempo.
Potrei continuare a lungo su questo registro ma mi contengo. Il fatto è che a me viene una domanda: ma è proprio così? È proprio vero che siamo tutti presi dal presente e non abbiamo il tempo né per guardare indietro né per alzare lo sguardo verso il domani? È proprio vero che il passato è solo ciò che ci fa provare nostalgia e il futuro qualche bagliore di attesa senza però riuscire nessuno dei due a condizionare sul serio e men che meno a compromettere il nostro presente? Io, ad essere sincero non ci credo a questa storia e lo dico pensando alla mia vita. Questo può anzitutto significare due cose: che la mia sia una percezione molto personale e come tale non riguarda gli altri, o che io non mi possa considerare figlio di questo tempo e dunque più che un postmoderno resto un moderno, anche se pure a me le ideologie non mi dicono nulla e vorrei rivivere il passato solo con la coscienza di oggi, vorrei aver avuto vent'anni oggi e non diciotto anni fa.
Svolgo brevemente il ragionamento che è soprattutto una testimonianza. Ci sono alcune cose che credo siano condivisibili. Anzitutto il fatto che viviamo una disaffezione al presente quando questo è faticoso, non ci corrisponde, non ci esalta e non ci soddisfa. Quando le cose non girano direi che è piuttosto naturale o volgersi indietro, quando era molto diverso, oppure guardare avanti sperando in qualcosa di migliore. Certo sono cose che cominci a provare e a vivere seriamente quando passi la trentina, prima forse è un po' più difficile. Ad ogni modo il rischio di essere, anziché at-tratti, dis-tratti dal presente, è una cosa antica se in più occasione pensatori e soprattutto poeti (i poeti più di tutti descrivono con compiutezza anche verbale quello che noi tutti proviamo a volte o spesso nella vita) lo hanno denunciato richiamandoci ad evitare questo rischio. Voglio citare i due esempi forse più noti alla vulgata e cioè Orazio e Lorenzo il Magnifico. Il poeta latino scriveva nella prima delle sue Satire: "Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero": mentre stiamo a perderci in chiacchiere il tempo invidioso nel frattempo sarà fuggito (non trascorso, ma fuggito dove la parola esprime alla grande il senso di repentinità dell'accadere senza che tu te ne accorga) ragion per cui non essere confidente e fiducioso nel futuro ma afferra il momento presente, "seize the day"; chi potrà mai dimenticare la traduzione perfetta del senso dell'espressione che abbiamo vista nel film "L'attimo fuggente"?: pensa al presente, cogline le occasioni, godi della vita oggi, lascia stare il futuro perché la vita passa e un tempo ti ritroverai cibo per i vermi senza poter tornare indietro. La stessa cosa la esprime la scena fra il replicante Roy e il suo fondatore nel film Blade runner: dinanzi alla richiesta del primo di avere più vita, il secondo sapendo che non è possibile risponde "godi più che puoi". Sappiamo come però in entrambi i casi le cose finiscono in tragedia. Il secondo esempio credo sia più noto, sono gli orecchiabili versi di Lorenzo il Magnifico che ancora una volta mettendo anch'egli in guardia come Orazio dal futuro, invita a godere della giovinezza perché del "doman non vi è certezza".
Io credo che i due abbiano profondamente ragione ma ciò non toglie che noi in realtà non riusciamo a vivere una reale affezione al presente come invece dovrebbe essere perché il passato e il futuro hanno senso se animano il presente ma non se diventano occasione di rimpianto o di fuga dal presente. È soprattutto il futuro che ci frega perché rivolti ad esso il presente passa e diventando passato, dinanzi alla delusione che porta con sé il futuro fatto presente cominciamo a dolerci perché il passato era migliore e a rimpiangerlo perché magari potevamo fare cose che non abbiamo fatto. E qui vengo alla mia esperienza. Io so di non essere proprio "normale" in quello che dico e faccio però le cose che mi riguardano possono fungere da buon esempio. Nella mia vita quando ero piccolo ho sempre pensato al futuro, ho sempre desiderato di essere più grande degli anni che avevo e di fare le cose di quelli che erano più grandi di me. Dai tempi della scuola elementare dove uno dei modi per distinguermi (guai se io venivo considerato uno come gli altri, uno dei tanti!) era fare ragionamenti o avere comportamenti troppo grandi per la mia età. Volevo diventare grande, non vedevo l'ora che mi spuntassero le prime rughe sulla fronte o altre cose che qui non è il caso di rendere pubblico. Ricordo quando in prima media ero affascinato da quelli di terza media e volevo diventare come loro, crescere in fretta, avviare il liceo, non perdere tempo con l'avere 14 anni perché era troppo limitante. E il tempo è passato, con i suoi cinque anni di liceo dove ero tutto preso dallo studio e dalla difesa dell'immagine di ragazzo-mito-perfetto-da-sposare irreprensibile e senza macchia che afferma se stesso destando invidia e apprezzamenti. Poi il tempo del seminario che è stato faticoso, davvero difficile con periodi in cui ho sofferto ed ho fatto soffrire, incomprensioni e battaglie senza esclusioni di colpi per cui ad un certo punto non vedevo l'ora che finisse. E infatti quei cinque anni sono passati e nel frattempo mi sono ritrovato a Roma, a studiare come un treno, a prendere come al solito tutti trenta ecc. ecc. Solo che qui ho cominciato a guardare indietro; e così quel tempo di seminario pur difficile mi dispiaceva fosse già passato e avrei voluto riviverlo. Poi grazie al telefilm della mia vita ho capito che mi ero censurato o negato tante cose di quando avevo 16-20 anni e allora ho cominciato a desiderare di recuperare il tempo perso, di liberarmi di quell'immagine che non mi corrispondeva e di rimettermi in gioco. Mi ricordo le parole di un amico dei tempi del liceo che quando mi rivide a 26 anni mi disse: "sei più giovane oggi di quando facevi il liceo", giovane nello stile, nei comportamenti, nei modi. Il fatto è che le cose vanno vissute quando è il loro tempo e quando le si cerca di ripetere o riprodurre non rispettando più il normale corso delle cose se non stai attento ma esageri rischi di diventare ridicolo come quelli che hanno 50 anni e fanno i ventenni, o meglio fanno ridere tentando disperatamente di fare i ventenni. E i rimpianti si sono succeduti: comincio ad insegnare e scopro che era più bello il tempo dello studio (questa volta, però, probabilmente perché meno faticoso), vado a Montemitro e mi pesa lasciarlo, vado a San Felice e mi manca Montemitro, devo andare via da San Felice ed è una tragedia umana, ho qualche problema di salute e penso a quando mi sentivo invincibile, faccio il preside e penso a quando finirà ed una cattedra per me se mai ci sarà.
Insomma chi ci rimette è sempre il presente. Siamo distratti e distolti dal presente tutti presi a rimpiangere il passato a dolerci della sua irreversibilità, a morderci le dita o i gomiti per cose che avremmo voluto fare non abbiamo fatto ed ora ci accorgiamo di aver perso occasioni importanti, oppure a pentirci per scelte che non hanno prodotto il bene sperato. E poi si guarda sempre avanti, a quando ci sarà maggiore sistemazione, a quando le cose potranno andare di più secondo la misura del nostro desiderio e intanto l'unico tempo che ci è dato, ovvero il presente, ci sfugge, se ne va correndo e di soppiatto perché di solito realizzi che è passato quando è andato e non puoi più riportarlo indietro. Mi chiedo solo quando impareremo la lezione e quando la consapevolezza di questa cosa cambierà il nostro modo di vivere e di stare di fronte all'oggi. "Carpe diem" allora, afferra l'attimo sfruttalo più che puoi perché quando sarà passato sarà ricordo e si sa che nella vita non si può vivere di ricordi e non sono i ricordi che possono fare il presente, perché solo il presente ci fa vivere veramente il presente.
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maria
Ottobre 20, 2010 at 11:04 pm
E "Sic transit gloria mundi"….L'attimo proprio perchè diviene(e passa!) richiede con chiara coscienza di essere colto, e,ne son(quasi) convinta,svela il nosro eternare..