Dialogo di un folletto e di uno gnomo
«Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti e la razza è perduta». Quello che sulla bocca di Atlante nel dialogo con Ercole era un sospetto, che il mondo (e gli uomini in esso) fosse davvero morto poiché era cessato ogni movimento e rumore, è ora distaccata constatazione sulla bocca del folletto. La tregua che quei furfanti degli uomini hanno concesso agli gnomi è solo il segno del loro essere finiti. Come è stato possibile che i monelli sparissero? Il realismo del folletto è pacato ma stringente: guerre, l'andar per mare, il mangiarsi l'un l'altro, l'infradiciare (che espressiva parola!) nell'ozio ma anche il vivere disordinato, chi versando il cervello sui libri, chi gozzovigliando, chi soprattutto sadicamente procurandosi di farsi del male.
Al freddo discorrere del folletto si oppone inizialmente la reazione agitata dello gnomo che si lascia prendere dalle "fissazioni" umane e quasi anche lui si addolora perché senza gli uomini il mondo non sarà più lo stesso: nessuno più che racconti le notizie di quello che succede, o che conti gli anni o dia i nomi ai giorni della settimana. Inconsapevolmente si manifesta una sottile ironia: sembrano proprio cose inutili quelle di cui ci si dovrebbe addolorare ora che gli uomini non ci sono più, quasi che il loro fare in fondo era di terribile inutilità.
Ma il realismo del folletto richiama lo gnomo alla verità, invitandolo a lasciar perdere quello che gli uomini pensano di loro stessi. Con lo stile della prosa nello Zibaldone Leopardi aveva smascherato l'assurda e inverosimile pretesa dell'uomo: «l'uomo isolato crederebbe per natura, almeno confusamente, che il mondo fosse fatto per lui solo. E intanto crede che sia fatto per la sua specie intera, in quanto la conosce bene, e vive in mezzo a lei e ragiona facilmente e pianamente sui dati che la società e le cognizioni comuni gli offrono. Ma […] non arriva conoscere che il suo mondo è fatto per tutti gi esseri che lo compongono» (1305).
Abituati sempre a ritenere che tutto sia posto al loro servizio, che la natura e la realtà abbia preparato ogni cosa in vista dell'uomo, ora bisogna prendere atto del fatto che il mondo è indifferente al destino degli uomini, tanto che nonostante il loro venire meno, non manca niente alla terra e tutto procede come se nulla, proprio nulla, fosse accaduto: i fiumi corrono, le stelle e i pianeti continuano a nascere e tramontare, insomma le cose continuano ad accadere secondo quella ciclicità indifferente all'uomo e al suo destino, che ricorda il ricorso eterno delle cose in Qoelet.
Quanto grande fu l'illusione degli uomini che hanno considerato tutto una "bagattella" riservando dignità e valore solo alle loro cose, tanto da parlare di "storia" e di "rivoluzioni"; esseri presuntuosi abituati (come tutti, però) a ritenere che tutto il mondo fosse stato posto al loro servizio: dalle cose più banali (come le zanzare e le pulci) agli animali più nobili, fino alle stelle del cielo, tutte cose che senza gli uomini non avrebbero dovuto avere alcun senso! E invece, loro estinti, nulla è cambiato e la natura è rimasta indifferente, come la statua (per giunta di Pompeo) dinanzi alla morte di Cesare.
Il disincanto di questa operetta colpisce perché non lascia speranze, semplicemente schianta le pretese umane di considerarsi il centro dell'essere, la creatura cui il mondo si finalizza perché diventi in essa autocoscienza. Se nel dialogo fra la natura e l'anima almeno vi era la compunzione per quell'amaro destino d'infelicità al quale nessuno poteva sottrarsi, questo dialogo lascia cadere anche l'ultima illusione: pensare che il mondo si dolga dell'infelicità umana, quando gli uomini, anche come specie, non ci sono più.
Leggendo mi è venuto spontaneo pensare al Salmo 8 di cui questo dialogo costituisce la negazione più decisa. Lo stupore per l'uomo di cui si riconosce l'evidente e insuperabile fragilità, ma di cui anche si celebra stupiti la centralità cosmica, poiché tutto è stato creato per lui (il cielo, la terra, il mare), quello stupore che echeggia nel canto Sopra il monumento sepolcrale di una bella donna, qui è assente, svanito. Un'aria tetra, presentimento del nulla, avvolge le amare (ma realistiche) considerazioni del folletto. È un'indifferenza cosmica che priva di valore ogni cosa, che disillude e prostra, perché ci rende dettaglio nemmeno trascurabile ma del tutto inutile di un universo dove ogni singola cosa è a caso, tutto ha lo stesso peso, cambia solo il dover essere consapevoli della propria inutilità nel tutto che c'è e ci sarà a prescindere da chi ne è la coscienza.
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elisa
Marzo 8, 2011 at 6:58 pm
l'analisi è bellissima anzi……..direi davvero ben fatta…comunque attento la prossima volta alla punteggiatura
gianfranco orsinibus
Dicembre 14, 2017 at 5:09 pm
VIVA GESù