Dialogo della natura e di un’anima
Una grande amarezza domina in queste pagine e si accompagna ad un clima sconsolato e disperato che attraversa il breve e denso-intenso dialogo fra madre e figlia, tra l’origine e l’originato, tra l’essere e l’ente. Nulla dischiude non già la realtà ma la stessa possibilità della luce, tutto è terribilmente chiuso e cupo, l’infelicità appare quale il destino inamovibile, indilazionabile e indiscutibile dell’uomo come della realtà. Tutte le cose sono sotto il timbro, il sigillo dell’infelicità quale qualifica ontologica del reale, dell’essere, e in questo scenario la pur riconosciuta superiorità dell’anima umana, dovuta al suo essere autocoscienza, diventa non possibilità di lottare (e magari anche di vincere) il destino atroce della negatività dell’essere ,che si manifesta nella negazione, cioè nell’essere quanto di più distante dalla domanda e dal desiderio dell’uomo (questi desidera tenacemente ed indelebilmente la felicità, quegli manifesta nell’infelicità la legge universali degli eventi) ovvero una consapevolezza accresciuta del male: l’essere vertice del reale è un amaro e beffardo privilegio, il privilegio del soffrire più degli altri esseri, nell’essere autocoscienza del cosmo.
Ma la tragedia sia cresce ulteriormente dinanzi alla desolata constatazione che più è grande l’eccellenza della singola anima più è grande il dolore: l’eccellenza “non però mena alla beatitudine, anzi tira violentemente all’infelicità”, l’eccellenza è “così calamitoso dono dal diventare non possibilità ma ostacolo alla felicità”, felicità che resta “il mio solo intento”; nemmeno la gloria pare un (blando) palliativo perché ti raggiunge quando tu più non sei.
Il pessimismo ontologico che si evince da ogni parola si esprime ad un duplice livello: il comune destino d’infelicità riservato agli uomini a cui nessuno può scampare e da cui nemmeno la natura – che pur è madre dell’anima – può preservare; lo spessore dell’infelicità che si accresce con l’eccellenza dell’anima: qui ritroviamo perfettamente espresso il topos biblico di Qoelet, qui auget scientiam auget dolorem. Una riflessione più estesa sul punto la incontriamo nello Zibaldone dove Leopardi nella sua teoria del piacere conclude all’impossibilità della felicità. L’avvio del dialogo, “sii grande ed infelice” ripete le parole di D’Alembert che troviamo citate nello Zibaldone. Essendo l’uomo il desiderio di un bene senza limiti (cioè il piacere), quindi infinito, nessuna realizzazione concreta del desiderio è proporzionata alla misura del desiderio che è senza limiti. Pertanto ogni vivente “per ciò stesso che vive (e quindi si ama, e quindi desidera assolutamente la felicità, vale a dire una felicità senza limiti,e questa è impossibile, e quindi il desiderio non può essere soddisfatto) perciò stesso, dico, che vive, non può essere attualmente felice” (Zib., 648). Perciò l’uomo più felice possibile (se così si può dire) è il più distratto dalla intenzione della mente alla felicità assoluta; la distrazione come attività, come agire, per non pensare a quello che si è, pare il solo antidoto. Si comprende quindi che l’uomo naturale è più fortunato dell’uomo civile perché quest’ultimo è più avanti nello spirito (cf Zib., 2413) e allo stesso tempo più l’uomo è sensibile, cioè eccelle in umanità, più è irreparabilmente infelice (cf Zib., 2414).
La straordinarietà della singola anima, che si manifesta nella sua eccellenza, significa solo straordinarietà dell’infelicità poiché ciò che negli uomini normali accade spontaneamente negli spiriti eccelsi diventa complicato e non spontaneo da realizzare. La grandezza genera fama, lodi, onori, ricordi durevoli ma anche persecuzione, invidia, disprezzo, noncuranza. Il dramma (e la beffa) viene accresciuto dal fatto che la fama è data dopo la morte (cf gli esempi di Camoes e Milton): il nome risplenderà, la vita sarà oggetto di studio ma quando tu non ci sarai più.
Il paradosso tragico è presto detto: la vita non genera felicità ma spinge violentemente verso l’infelicità; la virtù come ostacolo alla felicità e chi più vale più soffre cioè è infelice. Se questa è la condizione, è meglio essere uno stupido e insensato spirito, o, più radicalmente, è meglio il non vivere che il vivere (cf il Dialogo tra Malambruno e Farfarello), e dunque ad una natura che l’anima considera la propria madre, e quindi responsabile ultima della sua condizione disperata e infelice, si chiede la pietà “di accelerare la morte il più che si possa”. Se il sentimento dell’esistenza è inseparabile dalla felicità “onde vivente ed infelice sieno quasi sinonimi” (Zib., 4137), e il vivente desidera al felicità, tanto vale morire piuttosto che vivere.
Non c’è spiraglio, non c’è possibilità di sottrarsi alla crudeltà di un destino anonimo che sottopone la realtà all’infelicità e se l’infelicità è la regola dell’essere, chi più è più soffre ed è infelice. I bruti non sono consapevoli dell’infelicità e non sapere di essere infelici e come non essere infelici, essi vivono come se non vivessero e la loro sorte è invidiabile.
Il vero dramma è quello di un male ontologico cui corrisponde quel pessimismo ontologico per cui il non essere (la morte) è meglio dell’essere (il vivere). Il vero male non è l’infelicità ma il “sadismo” di aver posto nell’uomo il solo desiderio, quello della felicità, e aver negato che ci possa essere risposta alla domanda più reale, più urgente, più totalizzante e più identificativa di chi io sono. Il nulla stende le sue meste tenebre poiché non essere è meglio che essere.
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Antonio
Ottobre 22, 2008 at 11:53 pm
Essendo l'uomo il desiderio di un bene senza limiti (cioè il piacere), quindi infinito, nessuna realizzazione concreta del desiderio è proporzionata alla misura del desiderio che è senza limiti.
A mio parere, è vero ma in parte. L'uomo non trova niente che appaga la sete di infinito (se non Dio, ma proviamolo a dire ad un non credente?) però esistono nella vita delle gioie intensissime proprio accanto ai dolori intensissimi, ma il famoso pessimismo leopardiano sembra considerare solo questi ultimi. In questo alternarsi di gioie e dolori il problema dunque quale potrebbe essere se gli stessi dolori, causa di infelicità, sono in realtà effimeri come le gioie? Il problema sta nel fatto che sono le gioie ad essere effimere. E' questo che causa l'infelicità e non l'assenza delle gioie. Il dolore e la stessa infelicità è infatti assenza di un bene più grande e se possiamo definire tale assenza, dobbiamo prima aver provato il bene in positivo, ovvero la gioia.
la virtù come ostacolo alla felicità e chi più vale più soffre cioè è infelice.
Anche questa è vera in parte. Se essere virtuosi è anche essere sensibili allora si soffre di più ma perchè non si può gioire anche di più, specie per le piccole cose? L'uomo virtuoso non è anche e soprattutto colui che accetta la precarietà della condizione umana?