Ragione e realta’
La grande sfida oggi è restituire il reale alla ragione e in tal modo ridare senso alla ragione stessa che, dimentica del reale, ha anche perso se stessa; e credo che la vera sfida educativa sia proprio quella di aiutare a restituire il reale alla ragione: solo così si fuoriesce dall'emergenza, solo così ci ri-prendiamo cioè ci prendiamo di nuovo noi stessi sottraendoci a quell'incertezza assoluta che ci fa fluttuare. L'umano, insomma, si costruisce vivendo il reale: solo stando dentro la realtà si diventa uomini. Il problema è che tante volte l'io si costruisce a prescindere dal reale. L'esperienza mi dice che spesso il mio io non scaturisce da quell'andare fino in fondo, anzi quello che penso è a prescindere dal reale per cui esso diventa non ac-cesso ma preclusione, un pre-giudizio che, appunto, in quanto pre-giudizio pre-giudica il giudizio, diventa ideologia, poiché giudica prima (pre) e dunque fa fuori l'esperienza o meglio trasforma il reale in luogo che non af-ferma ma con-ferma qualcosa che è già dato ma che dovrebbe essere dato non come ciò che viene prima ma ciò che con-segue.
Quando l'io non deriva dal reale (quando manca il realismo) non ar-riva al reale ma va alla de-riva in quanto privo di riva; è ideologico, non si stupisce e dunque non conosce, essendo l'evento della conoscenza l'andare fino in fondo alla struttura dell'esperienza originaria nel rapporto con la realtà, esperienza che è definibile come stupore dinanzi all'esserci dell'essere, al darsi come donazione del reale che in quanto è given è anche gift.
Quando non vai dietro allo stupore, cioè non segui un rapporto educato, la ragione smarrisce il reale, perde se stessa, diventa ragione calcolante e non sente più l'attrattiva delle cose: tutto è scontato e le cose scontate sono così labili che nemmeno ci accorgiamo che esistono. L'attrattiva, cio che ad-trae, non è una qualità che alcune cose hanno e (molte) altre no, ma è la connotazione, la forma del reale nel suo mero darsi. L'attrattiva è la proprietà dell'oggetto cui corrisponde nell'esperienza del reale lo stupore, ovvero il finis in consequentiam veniens dell'impatto originario con l'essere del reale come positività nel preciso senso di "positum", di dato. L'estraneità al reale è l'esito della dis-trazione dell'at-trazione, ovvero l'interruzione della provocazione essenziale del reale che definisce la ragione come affermazione dell'essere in forza della sua do natività perché datità, che in quanto è mi fa essere, cioè mi costituisce come esserci, il luogo (Da) dell'essere (sein), come consapevolezza dell'essere quanto al suo statuto e significato e dunque autocoscienza poiché il contenuto dell'io è tratto dall'esperienza del reale e quanto più cresce questa esperienza tanto più cresce la coscienza di sé.
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Maria Pia Ascione
Agosto 18, 2013 at 12:37 pm
In una delle sue ultime lezioni il famoso Prof. Carnelutti disse che per distinguere un semplice vaso d'argilla da un accumulatore di corrente, è necessario conoscerlo in maniera più approfondita. La domanda quindi è: siamo in grado di conoscere o ri-conoscere il reale? E questo è indipendente dalla sua datità. In una prima visita alla Basilica di San Clemente ho potuto ammirare i fregi marmorei della balaustra che si trova in fondo alla Chiesa. Solo qualche tempo dopo ho potuto riconoscere in uno dei fregi la riproduzione della firma di un Papa. Forse prima di lamentarci dell'incomprensibilità del reale abbiamo bisogno di ascoltare i Maestri.
Grazie per questo blog. E' interessante lanciare "sassi nello stagno" Sarebbe bello che questo blog si estendesse a tanti altri temi, ascoltando anche il parere di tante altre "campane"
Grazie ancora e spero che il mio commento non sia fuori tema o assolutamente banale (non sto mettendo le mani avanti, ci sto mettendo anche i piedi).
Cordiali saluti.
Maria Pia Ascione