Editoriale – 93
Presentazione per l'Ordine degli Studi dell'ISSR "Ecclesia Mater" a.a. 2018-2019
«La gioia della verità esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra, non abita e non condivide con tutti la Luce di Dio (S. Agostino). La verità, infatti, non è un'idea astratta, ma è Gesù, il Verbo di Dio in cui è la Vita che è la Luce degli uomini (cf Gv 1,4), il Figlio di Dio che è insieme il Figlio dell'uomo. Egli soltanto, "rivelando il mistero del Padre e del suo amore, rivela l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (GS 22)"» (Francesco, Veritatis Gaudium)
Credo che la pubblicazione della costituzione apostolica Veritatis Gaudium (VG), anche se direttamente pertinente la riforma degli studi ecclesiastici e non dei percorsi in scienze religiose, nel suo ampio proemio offra alcune puntualizzazioni e spunti significativi per l'identità, la missione e il senso tanto di un istituzione come l'Ecclesia Mater quanto per coloro che lo frequentano e vi studiano. Un proemio denso di cui occorre tener conto pensando alla teologia la quale è permanentemente e soprattutto oggi chiamata ad elaborare le ragioni della fede, il che non è che in definitiva un altro modo per dire "chiesa in uscita".
E mi pare importante che da VG emerga l'esigenza per la teologia di partire dalla sua condizione liminare che ne fa una disciplina di frontiera. VG afferma al n. 5 che solo quando la teologia ha saputo vivere rischiosamente e con fedeltà sulla frontiera è stata all'altezza della sua missione; quando invece si è ripiegata su se stessa e non ha accettato la sfida dei contesti (oggi con il linguaggio di papa Francesco diremmo delle culture) è diventata sterile, priva di appeal, capacissima a parlare di Dio, a dimostrare la possibilità e la realtà della rivelazione di Dio nella storia, ma inerme se non incapace di dire all'uomo perché vale la pena credere in questo Dio che diciamo si sia rivelato.
In un mondo che ha imparato a fare a meno di Dio oppure che ha imparato a separare Dio dalla religione, il sacro dalla fede, che senso ha ancora parlare di rivelazione cristiana e della sua pretesa di essere la parola definitiva di Dio? Ecco allora configurato il compito oneroso di mostrare: perché ha senso credere (a dispetto di ateismo, indifferenza ecc.) e perché ha senso credere in Gesù Cristo (a dispetto della sufficienza del sacro, della religione del me, del Dio anonimo e anomico). Ripensando alle parole di GS 22 citate nel proemio di VG ci dobbiamo chiedere cosa vuol dire che Cristo rivela l'uomo all'uomo, che è il senso tanto del reale quanto dell'umano e come farlo capire all'uomo di oggi contestualmente situato o culturalmente segnato.
E allora eccoci dinanzi alla sfida di cercare di mostrare all'uomo del nostro tempo che cosa vuol dire che la verità ha il volto del verbo incarnato e che quest'incarnazione è l'ultimo atto di una storia che più che dispiegare "le decisioni eterne della sua volontà" manifesta l'essere di Dio come amore, l'essere quel bene per definizione diffusivum sui (secondo le parole di Dionigi riprese da Bonaventura) che non è mai autoreferenziale ma si comunica all'altro da sé come se (perciò Dio è relazione in sé, ovvero Trinità) e all'altro da sé diverso da sé, ovvero la creazione. Non si può amare se non la verità ma non esiste verità abbracciabile se non nell'orizzonte dischiuso da un'esperienza affettivamente non solo co-involgente ma tra-volgente.
Siamo consapevoli di vivere in un momento peculiare della storia che può essere definito tanto un cambiamento d'epoca quanto un'epoca dei cambiamenti dove le cose nascono già vecchie (per riprendere le parole del poeta Pavese). Questo particolare frangente storico non definisce compiti nuovi ma modi nuovi di declinare l'istanza della missione della Chiesa, cioè la comunicazione del vangelo, perché è nuovo l'"a chi" ci rivolgiamo. La sfida dell'ora presente ci richiama la necessità di elaborare quella che papa Francesco al n. 132 di Evangelii Gaudium chiama una "apologetica originale" (ripreso in VG 5), riducibile essenzialmente nel compito di creare le disposizioni perché il Vangelo sia ascoltato da tutti. E proprio per la contingenza affascinante e sfidante del momento attuale, ancor di più non possiamo accontentarci di dire le ragioni della fede a chi già crede ma dobbiamo avvertire il pungolo di costruire proposte capaci di abitare e di essere utili all'annuncio in un mondo contrassegnato dal pluralismo etico-religioso (cf sempre VG 5).
Se si vuole comunicare qualcosa e se lo si vuole fare bene occorre per forza di cose non solo conoscere adeguatamente quello che si vuole comunicare ma anche conoscere bene l'a chi lo si vuole comunicare. La comunicazione della fede non sarà mai un servizio al vangelo se non nasce dall'auditus temporis, dal mettersi in ascolto delle culture, dei contesti nei quali ci troviamo e dialogare con essi, vincendo la tentazione dell'autoreferenzialità, nella consapevolezza che si dialoga realmente solo se si parte da una simpatia, da una stima dell'altro e non dalla pretesa di giudicare l'altro prima ancora di conoscerlo. La vera sfida è riuscire ad individuare quei semina verbi che lo spirito dissemina nella storia nell'opacità delle vicende e delle culture che di cristiano ormai non hanno più molto.
La speranza è che lo studio in "Ecclesia Mater" aiuti tutti a dotarsi degli strumenti necessari per dare il proprio contributo nelle sfide che ci attendono come Chiesa e come cristiani nel nostro tempo.
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