Editoriale – 92
Il sacramento dell'altare nel pensiero di Lutero. Dal sermone del 1519 alla Confessione sulla cena di Cristo (1528)
Per quanto possa sembrare paradossale a chi non è particolarmente addentro alla teologia del riformatore di Wittenberg o è abituato ai luoghi comuni che si sono purtroppo progressivamente sedimentati, Lutero si è occupato del sacramento dell'altare durante quasi tutta la sua vita scrivendone la prima volta nel 1519 e l'ultima nel 1544; quest'ampiezza di arco temporale e di scritti ci permette di dire che «non c'è tema teologico particolare (neppure la giustificazione per fede!) su cui Lutero abbia scritto di più che sulla Cena» (P. Ricca). La Cena viene costantemente presentata come una realtà la comprensione della quale dipende soprattutto dal suo aspetto più dibattuto ovvero la presenza reale, corporale, di Cristo nelle specie del pane e del vino. Se la polemica con i cattolici riguarda in particolare il rifiuto della concezione della messa come sacrificio e opera buona, con l'ala cosiddetta radicale della Riforma – rappresentata per Lutero soprattutto dalle posizioni di Carlostadio, Ecolampadio e Zwingli più di tutti – lo scontro è totale sulla questione della presenza reale, al punto tale che il consenso di fede unanime raggiunto con i 15 articoli di Marburgo del 1529 non comprese un aspetto decisivo della cena, ovvero il modo della presenza di Cristo nella Cena che Lutero non fu mai disposto a non considerare se non corporale; solo la Concordia di Leuenberg nel 1973 ha permesso il superamento della divergenza dottrinale anche su questo punto della cena del Signore. Tutto questo per dire da subito l'importanza della questione della corretta interpretazione della presenza reale di Cristo nel pane e nel vino, perché un misunderstanding su questo punto significava per Lutero il tradimento e il rinnegamento dalla Scrittura e del Vangelo, non a caso – al di là dello stile duro e infarcito di insulti che faceva un po' da genere letterario – Lutero spesso vedrà in coloro che negano la presenza reale di Cristo nella Cena, e che egli identifica con la parola Schwärmer, cioè "fanatici", "entusiasti", l'ultimo stadio in cui si incarna l'opera di Satana che, dopo aver combattuto Dio attraverso il papato, ora vuole distruggere la fede incarnandosi nello spirito dei fanatici (Schwärmergeist), che Lutero considera rei del peccato imperdonabile, la bestemmia contro lo Spirito Santo.
L'opera che mi accingo a studiare – Confessione sulla cena di Cristo (Von Abendmahl Christi. Bekenntnis) – rappresenta per certi versi un punto di arrivo della teologia e della riflessione di Lutero sul sacramento dell'altare su cui, come detto, egli scrive dal 1519. In questa prolungata riflessione non bisogna dimenticare il ruolo svolto dal contesto duplice con cui si confronta e si scontra Lutero. La polemica sacramentaria, infatti, non è solo il fronte aperto con la Chiesa cattolica (i papisti), come si evince nello scritto polemico De captivitate babylonica ecclesiae, dove il chiaro intento di liberare i sacramenti dalle deformazioni che hanno conosciute nel corso della tradizione, viene perseguito mediante una rimessa al centro della loro istituzione da parte di Cristo e la correlazione fra Parola e fede. La tematica dei sacramenti, inoltre, diventa anche il terreno di scontro all'interno della riforma con tutta quella corrente che definiremo "protestantesimo non sacramentale" e che si esprime nel confronto aspro e duro con i "fanatici". Così contro il fronte papista Lutero è impegnato a preservare l'autentico significato dei sacramenti come dono di Dio contro l'abominio del carattere sacrificale della messa, mentre l'emergere progressivo di interpretazioni spirituali più che realistiche della presenza di Cristo nelle specie del pane e del vino – da Honius a Carlostadio a Zwingli – per cui pane e vino non "sono" ma "significano" il corpo e il sangue di Cristo, spinge Lutero a mettere sempre più al centro della sua riflessione la questione della presenza reale, fisica, del corpo e del sangue di Cristo nel sacramento dell'altare.
Perciò lo sviluppo della dottrina luterana sulla cena può essere distinta in due momenti al cui punto di passaggio dall'uno all'altro è l'inizio della controversia sulla presenza reale nel 1524 (P. Althaus), due momenti che corrispondono anche ai due fronti polemici di cui si è appena detto. Nella prima fase sebbene la presenza reale rappresenti una parte essenziale della dottrina luterana della cena, non viene particolarmente enfatizzata o del tutto impiegata nella comprensione della cena. In questa prima fase rinveniamo due momenti distinti: il primo è definito da quel testo che costituisce un unicum in Lutero, ovvero il Sermone sul venerabile sacramento del santo vero corpo di Cristo e sulle confraternite (1519), mentre il secondo momento riguarderà la questione dei sacramenti in generale e sarà scandito dal Sermone sul Nuovo Testamento, cioè sulla santa messa (1520) e da La cattività babilonese della chiesa (1520) . La seconda fase sarà determinata dall'esigenza di difendere la presenza reale contro i molteplici attacchi e segnerà il periodo fino al 1528; in questi anni incontriamo testi quali Sull'adorazione del sacramento (1523), Contro i profeti celesti (1525), il Sermone del sacramento sul corpo e sangue di Cristo contro i fanatici (1526), Che queste parole di Cristo: "Questo è il mio corpo, ecc." restano ancora salde contro i fanatici (1527), Confessione sulla cena di Cristo (1528). A tutti questi testi (alcuni dei quali non disponibili in edizione italiana) mi riferirò nello studio dell'opera del 1528.
A breve un aggiornamento sull'andamento del lavoro
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