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By antonio.sabetta23 Novembre 2014In Editoriale

Editoriale – 65

Traccia per il ritiro di avvento (Termoli, 30 novembre 2014)

 

 

Nell'iniziare questo ritiro, direi di partire da una semplice constatazione che non dovrebbe mai essere scontata, per quanto ce ne dimentichiamo quotidianamente: non si può vivere senza l'essenziale, perché la nostra vita necessita di quel qualcosa senza il quale non c'è vita che possa essere chiamata tale. Non è un caso che se non si vive più è per aver smesso di cercare l'essenziale ovvero il senso delle cose dal momento che capire chi siamo, qual è il destino nostro e di tutti è il livello originario nel quale si esprime la singolarità irriducibile dell'essere umano, livello negato il quale non hai più nessun criterio per dire o stabilire dove sia l'umano e diventa normale attribuire più valore a ciò che umano non è.

Perciò nella vita non si può mai non muovere dall'essenziale, dal cercare ciò-colui che conta, e non conta se l'hai trovato, perché lo trovi se lo continui a cercare, come scrive Agostino: «Quaeramus inveniendum, quaeramus inventum. Ut inveniendus quaeratur, occultus est; ut inventus quaeratur, immensum est». L'essenziale non è solo il contenuto bensì anche una questione di metodo, sotto forma di "richiamo all'essenziale".

Ma l'essenziale è per noi Cristo e dunque è su questo che dobbiamo centrarci superando la dispersione.

Non possiamo farlo da soli, sarebbe solo una questione di sforzo, il che non può mai bastare; non può non farlo il mio io (perché l'essenziale è sempre essenziale per me), ma non posso farlo solo io, cioè da solo. Il render visibile, il diventare l'io certo dell'essenziale, necessita sempre della mediazione della realtà deputata da Cristo per farsi conoscere da te. L'esperienza cristiana è sempre mediata, perciò esistono i sacramenti e la chiesa, proprio perché la forma dell'essenziale è il riconoscimento della sua presenza nell'avvenimento di un incontro, nella mediazione dell'esperienza di un incontro.

La natura del mezzo è il "ri-mando" cioè il "rinviare a", ciò in vista di cui e in ragione di cui esiste lo strumento. L'utilità/utilizzabilità dello strumento è nel suo costitutivo rimando all'altro da sé, per cui finché il segno rimanda è segno – dunque serve, è utile -, se non rimanda più è una zavorra "in-utile", qualcosa non più distinguibile, quanto all'essenziale, dalle tante cose che fanno parte della vita. Se non è rimando all'essenziale, il segno non è più essenziale, ne possiamo fare a meno.

La natura sempre mediata dell'incontro con Cristo rende fondamentale il luogo della mediazione, per cui quest'ultimo diventa "essenziale per l'essenziale", in quanto non impedisce l'accesso ma fa trasparire l'essenziale. Pensiamo alla nostra esperienza: il valore ineliminabile della mediazione dipende dal suo riuscire ad indicare Cristo, l'essenziale, e solo in quanto porge, manifesta, questo altro da sé, ha senso. Il movimento è per rendere visibile l'essenziale e questo è un metodo che non cambia, perché è il modo del permanere di Cristo nella storia in quanto l'accadere della fede è l'incontro con l'essenziale nella mediazione dell'esperienza finita.

Colpisce il fatto che nella storia del cristianesimo è sempre stato così e quando qualcuno ha pensato che non ci fosse bisogno della mediazione del segno nell'umiltà scandalosa della sua finitezza e incertezza, le reazioni sono state immediate. Pensate che anche Lutero – dico Lutero – ripeteva una cosa del genere. Contro i fanatici che pensavano che il pane "significasse" e non fosse realmente il corpo di Cristo, egli risponde duramente ripetendo con il suo linguaggio crudo ed esplicito che "hoc est" non vuol dire in alcun modo "hoc significat"; e nel 1539, parlando degli aspetti costitutivi della chiesa egli ribadisce che l'opera salvifica di Dio non è compiuta mai direttamente (con lo sfolgorante splendore della sua maestà disvelata) ma tramite mezzi (dunque mediatamente), forme esterne, adeguate a noi deboli uomini, con la premura di un padre, mezzi, però, grazie ai quali si ottiene un bene che neppure gli angeli possono dare, segni nei quali «Dio stesso vuole agire, ed è per mezzo della sua acqua, della sua Parola, della sua mano, del suo pane e del suo vino, che vuole santificarti e salvarti in Cristo, che ha acquistato per noi questi doni e ci ha dato lo Spirito Santo del Padre per compiere quest'opera»; perciò dobbiamo accogliere lo strumento di salvezza.

La mediazione non è l'essenziale ma è essenziale. Se trasformiamo il movimento nell'essenziale facciamo associazionismo, confraternita, luogo di organizzazione di incontri e proposte e così "ci disperdiamo in cose secondarie e superflue". Se pensiamo che il movimento non è essenziale, perdiamo l'essenziale, perché la mediazione di Cristo noi ci ha raggiunto attraverso il segno del movimento che, pertanto, non è l'essenziale ma è essenziale.

 

Ma che cosa è l'essenziale?: ciò che risponde alla domanda su come si fa a vivere. Poiché l'essenziale pertiene la vita, solo la vita ti può far capire che cosa è l'essenziale realmente per te. Vita vuol dire insieme delle circostanze che ti costringono a riconoscere la cosa più cara per te, cioè l'essenziale. Solo l'esperienza ti manifesta l'essenziale in quanto anzitutto è il luogo dove si pone la domanda sull'essenziale in forza di quella caratteristica di inadeguatezza, di impotenza che attraversa la vita e che consiste ultimamente nel fatto che il tuo bisogno non è risolvibile, tanto è vero che non ti basta niente, cioè sei solo. Mi viene in mente la canzone di V. Rossi; "quando cammino in questa valle di lacrime, vedo che tutto si deve abbandonare; niente dura, niente dura e questo lo sai, però non ti ci abitui mai, chissà perché!"; non ti ci rassegni mai: il sapere come stanno le cose non risolve il problema, questo senso estremo di solitudine che ci porteremo sempre addosso, perché la solitudine è l'esperienza della distanza fra il desiderio e la realtà, sia se sai che Cristo è la soluzione, sia se non lo sai ancora. Nel secondo caso rimane il "battesimo di desiderio" – il desiderio di qualcosa che non trovo pur cercandolo disperatamente – nel primo caso la mortificazione dinanzi al fatto che il più delle volte il contenuto della nostra autocoscienza (ovvero che cosa ci definisce in quello che facciamo a prescindere da cosa facciamo e come lo facciamo) non è Colui che – solo – può farci vincere la solitudine.

Quando diciamo che Cristo è la "compagnia" all'uomo, diciamo una cosa incredibile, perché la compagnia è l'opposto della solitudine, ma la solitudine è la parola ultima che scaturisce dall'impegno serio e vero con la realtà nel quotidiano della mia vita. Perciò è qualcosa dell'altro mondo che Cristo si definisca la "compagnia", cioè colui che ha la pretese di oltrepassare quel costitutivo (ontologico), insuperabile senso di impotenza e solitudine che nasce dall'incapacità di trovare qualcosa che evada il mio bisogno (nel senso di dare risposta alla domanda) o che accada realmente che lui sia davvero capace di farlo quando invece dico di averlo incontrato nella mia vita, cioè definisca, appunto, l'autocoscienza dell'io. Ci dovrebbero tremare i polsi ogni volta che ci ripetiamo che Cristo è la "compagnia dell'uomo"!

 

Che cosa sta al centro del nostro sguardo? La certezza della sua presenza o il progetto che può nascere finanche dal dire che "Cristo è l'essenziale", quando questa frase è astratta, cioè non è tratta dalla profondità del paragone con l'esperienza, tanto che la vita ci dice che l'essenziale è altrove, malgrado che Cristo sia l'essenziale rimanga un presupposto?

Ma che cos'è l'essenziale e come può l'essenziale rimanere, permanere essenziale malgrado tutto? L'essenziale (cf p. 20) è il riaccadere qui e ora della Sua presenza che genera quel tuffo al cuore che crea l'unità dell'io, la quale è la sola cosa che basta (cf Cristo a san Paolo: "ti basti la mia grazia"), quella Presenza senza la quale io non ci sono, perciò è essenziale, concerne l'essenza, cioè è la cosa più importante, perché l'essenza è il "quid" di un ente.

Allora: che cos'è l'essenziale? È una presenza, e in quanto presenza, accade "qui e ora". La presenza implica sempre, necessariamente, "presente" ed "esperienza" poiché inerisce indisgiungibilmente all'oggi e pertiene l'io che si coglie in azione, cioè in quanto fa esperienza. Una presenza che mi fa essere, che mi dà ciò che io in nessun modo potrei darmi, sia nel senso che solo lei risponde alla mia domanda (ammesso che ci sia una domanda), sia nel senso che quell'incontro mi fa capire, mi rimodula la stessa domanda, perché dandomi occhi nuovi e migliori per guardare l'io mi rendo conto meglio e di più di chi sono.

 

Una presenza che mi fa essere e che può essere riconosciuta nella sua decisività per la vita e l'io, solo come contenuto di un amore, poiché l'esperienza dell'amore null'altro è se non il miracolo dell'essere – il tu che mi fa – l'originaria esperienza dell'ex-sistere (il consistere di me che sta al di fuori [ex] di me), perché un altro ti fa essere – e del valore dell'essere per l'appartenenza all'origine. E, come tutte le cose che contano nella vita, è una gratuità che si impone, ed è solo dalla gratuità che nasce la gratitudine. Perciò l'io è grato quando riconosce la gratuità (cioè la grazia) dell'accadere dell'essenziale, come un nuovo inizio che finalmente mi fa vivere il presente. Non c'è gratitudine senza gratuità, non si può essere grati di fronte a qualcosa di dovuto, ma solo di gratuito, ed è la gratuità che, ancor più che il dono, dice la natura dell'essere.

Dunque: l'essenziale è una presenza che ri-accade ora, il che implica due fattori decisivi per il riconoscimento: 1) l'esperienza; 2) il luogo dell'esperienza. Ciò che è essenziale deve diventare il contenuto dell'esperienza, e perciò "stabile", non episodico, non "una tantum", ma un quotidiano. Abbiamo bisogno di essere educati a questo e dove c'è educazione, dove c'è un "ducere", un condurre, occorre sempre una strada, cioè un metodo, una via. Un luogo è ciò che ti educa a camminare, a riconoscere e a vivere dell'essenziale e perciò è esso stesso essenziale (pur non essendo l'essenziale), quindi devi appartenere, cioè vivere la pertinenza del luogo rispetto all'essenziale.

Ma l'appartenenza è l'imparare un metodo che nella tua esperienza personale ti faccia prendere coscienza di come l'essenziale cambia la vita, cambia lo sguardo che tu porti sulle cose. La vita è sempre il luogo della verifica (verum facere), in cui accade e permane la salvezza, perché l'essere è vita, non formule, è esperienza, non commenti, è sequela, non ossequio delle procedure.

Il metodo è la sequela e la sequela è la forma (non le formule) dell'appartenenza, il come della pertinenza di qualcosa d'essenziale rispetto a Colui che è l'essenziale. La sequela costruisce la stabilità della novità. Ma che cos'è oggi, che significa la "sequela"? Ebbene la sequela, come ci ha ricordato la GIA, «è il desiderio di rivivere l'esperienza della persona che ti ha provocato e ti provoca con la sua presenza nella vita della comunità» (Il rischio educativo, ed. 1995, 64). Ci aiuta molto l'esperienza raccontata nei vangeli. La sequela è conseguente a una chiamata (vocazione) non a una decisione; all'inizio è uno che ti chiama e tu segui in quanto rispondi, o meglio rispondi seguendo, e poiché la sequela è una risposta, è perciò l'obbedienza al contenuto di una chiamata, che è il rivivere la modalità del rapporto al reale propria di Cristo. Di questo si preoccupa il Signore: non di fondare una religione o un movimento rivoluzionario, ma che coloro che ha chiamato abbiano il suo stesso pensiero, che si relazionino e vivano con la sua misura. Cf sempre san Paolo: "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me", cioè sono io in quanto sono di Cristo e Cristo è il contenuto di senso del mio io, colui che in-forma (dà forma) all'io: i suoi occhi diventano i miei, è un Altro che vive in me!

Perciò la sequela è fare come ha fatto Cristo, il seguire è il fare riaccadere la novità di Cristo; si veda l'esperienza degli apostoli all'inizio, il compiere segni, miracoli, esorcismi, ciò che faceva Cristo, perché rivivevano l'esperienza di colui che li aveva provocati a tal punto da dare loro un nome nuovo, un io diverso. È una cosa radicale che riguarda l'essere non la superficie o l'accademia.

Ora qual è il luogo della sequela? È la realtà: il reale verifica se l'incontro è vero, se Cristo è l'essenziale. L'esperienza – ovvero l'io in azione nel reale – rende mio quello che già so, cioè trasforma il contenuto della definizione in contenuto dell'esperienza, per cui dico che è vero quello che già so, perché me lo attesta l'esperienza. Di conseguenza non bisogna mai perdere il contatto con la realtà ma essere amanti della realtà, vivere il reale: questa cosa è estremamente provocatoria perché mentre asserisce la necessità delle circostanze, anche ne afferma l'estrema relatività, poiché la circostanza è occasione e dunque conta che ci sia, non quale sia, se bella o brutta. E questa cosa urta, perché noi normalmente tendiamo a pensare che poiché la realtà verifica l'inizio, l'essenziale, essa dovrebbe essere fatta solo di circostanze belle, altrimenti a che serve tutto questo se poi la vita non ci risparmia ciò che non è risparmiato a chi non ha incontrato Cristo?

E quando diciamo il reale intendiamo le res, le cose, le circostanze di cui Dio si serve per chiamarti, per tirarti fuori dal nulla. Ed anche qui rimane tanta nostra perplessità, tanto nostro questionare, perché soprattutto di fronte a circostanze che non rispondono alle nostre pur legittime aspettative, alla nostra misura, ci chiediamo perché Dio, il mistero, abbia scelto di preferirci in questo modo, e come sia possibile che tale modo sia quello più adeguato per noi.

Perciò se facciamo prevalere la nostra misura tante volte ci tiriamo indietro e pensiamo che Dio mi chiama solo attraverso alcune circostanze, prevalentemente (se non esclusivamente) quelle che stabilisco io. E a noi va bene così, perché tanto abbiamo la dottrina che ci alleggerisce rispetto al tradimento del metodo. La dottrina ti "esonera dai rischi", ti risparmia la fatica della libertà, ma ti fa perdere la vita, il luogo dell'incontro e del permanere dell'io nell'avvenimento del Tu dell'essere, del Mistero origine buona di tutti.

Quando non si vive dell'essenziale, si smarrisce ciò che conta, cioè si perde una posizione umanamente la più corretta, si diventa tristi, scettici, ingiustamente polemici o nostalgici, si insinua il dubbio che tutto non sia vero, il dubbio più temibile che Dio non sia, come ripete Hegel, che tutto ciò che è eterno e vero non sia. E guardate che queste cose oggi, sotto forme diverse e spesso non immediatamente percepibili, stanno diventando presupposti, mentalità. Penso al neopaganesimo di Natoli: la finitezza come misura ultima di tutto, una finitezza naturale che non ha nessuna origine, nessun mistero, nessun Dio, solo se stessa come finitezza bastevole e non manchevole, che ti fa vivere – essa sola – la fraternità e la solidarietà, perché ti priva finalmente (cioè ti libera) dall'angoscia del fondamento dell'essere.

 

Ritornare all'origine per vivere dell'origine; quest'origine è la consapevolezza stupita e incredula che Dio si è fatto uomo ed abita in mezzo a noi, come ci dice il Prologo del vangelo di Giovanni, che quel Dio origine di tutto che nessuno aveva potuto vedere – nemmeno Mosè che pur parlava con Dio "faccia a faccia" – ci è stato spiegato da un uomo, Cristo, che intanto poteva farlo in quanto Figlio, testimone del Padre. L'avvento, il gesto di oggi, ogni angelus con cui normalmente (spero) iniziamo la giornata è la memoria di questo fatto straordinario che non è solo il racconto di qualcun altro ma il contenuto della mia esperienza e vorrei che fosse il contenuto anche della mia autocoscienza. Il grande miracolo è la preferenza del Mistero, cioè l'essere da Lui amati, fatto che per noi si manifesta come l'averlo potuto gratuitamente incontrare, una presenza in cui con-siste il cuore, il senso della vita, la nostra riuscita.

Chi fa una cosa conoscendone il significato, sapendo da dove viene e dove va a parare, vive meglio e anziché astrarsi dalla realtà vuole vivere il reale, perché la certezza dell'inizio diventi storia, un nuovo inizio in cui fiorisce l'io che scopre se stesso e la novità dell'elezione animando il reale. Il cristianesimo è un "vivere meglio", non un risolvere ma vivere meglio anche i problemi della nostra e questo accade se lo riconosciamo una presenza.

Lo stare nella realtà non è la conformazione etica dell'avvenimento ma è la forma, ripeto, del perdurare dell'avvenimento nel metodo dell'avvenimento che ci raggiunge nel reale e che si dà a vedere nella storia. Certo solo la certezza dell'essenziale non ti aliena ma ti rimette nell'agone della vita perché il reale verifica, conferma e dilata la coscienza dell'essenziale. Perciò si tratta sempre di cominciare. Come scriveva Pavese: «l'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché è cominciare, sempre, ad ogni istante». Quando la certezza dell'essenziale ci fa dare tutto per scontato, prima o poi anche l'essenziale diventerà scontato.

 

 

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