Editoriale – 64
È appena uscito per la Lateran University Press ed ora anche in distribuzione il volume di X. Tilliette, Gesù romantico che ho personalmente tradotto, introdotto e curato nell'edizione italiana. Riporto di seguito la mia introduzione al volume e l'indice
Era il 1999 quando, durante un colloquio in uno spoglio salottino dell'Università Gregoriana, il p. Tilliette mi disse che era finalmente in dirittura di arrivo una monografia a cui pensava da parecchio sul Gesù dei romantici. Ero andato da lui per un confronto su quel tormentato rapporto tra pensiero moderno e rivelazione cristiana su cui stavo preparando la mia tesi dottorale e Tilliette oltre a darmi indicazioni sul mio lavoro, che continuarono nel prosieguo della ricerca, mi presentò questa sua nuova monografia, piuttosto singolare, perché confrontandosi con il romanticismo si trattava di analizzare la tradizione soprattutto letteraria, concentrandosi sul versante tedesco e francese con qualche incursione in altre tradizioni come quella russa e italiana. Il testo vide la luce stampato alla fine dell'estate 2002 presso l'editore Desclée nella collana "Jésus et Jésus-Christ" con una prefazione di J. Doré, direttore della collana e all'epoca arcivescovo di Strasburgo. Tilliette, come ci riferisce nella prefazione, avrebbe voluto intitolare il volume Le Christ romantique ma essendo tale titolo già impiegato da F.P. Bowman optò per Jésus romantique.
In dieci capitoli, preceduti da un preludio e seguiti da un annesso, l'autore, fine conoscitore della modernità, si muove con agilità estrema e sconfinata erudizione, questa volta nei campi ancor più sterminati della letteratura cui fanno da cornice rilevante gli scenari filosofici dell'epoca romantica.
Il romanticismo è inteso da Tilliette come uno stato dello spirito che ha trovato significativa espressione nella Germania dal 1790 al 1820 e nella Francia dal 1810 al 1850, per quanto fissare dei limiti cronologici sia sempre approssimativo. La caratteristica profonda del romanticismo è la nostalgia di qualcos'altro, quel male d'essere che mira a rintracciare il cristianesimo eterno che si esprime nelle numerose prismatiche sfaccettature della cristologia romantica. Il volume, che è uno scandaglio di fondali talvolta noti ma ancor più di fondali dimenticati o poco visitati, mescola i generi e si nutre di due fonti: il pensiero e la poesia.
Il preludio della ricerca e la prima apparizione del Cristo romantico dai tratti inusuali è nel famoso Discorso che Cristo morto tenne dall'alto dell'universo sulla non esistenza di Dio di Jean Paul Richter meglio noto come Il sogno. Piuttosto ignorato in Germania, la traduzione di Germaine de Staël l'ha reso famoso in Francia ma poiché madame de Staël taglia la conclusione relativa al risveglio sollevato e al rendere grazie a Dio che si trattava solo di un sogno, è sorta l'interpretazione del Sogno di Jean Paul come "apocalisse dell'ateismo", se si considera la sua ricezione lungo tutto il sec. XIX. Le tracce del Sogno sono ovunque, non c'è autore che non gli abbia fatto da eco: da G. de Nerval a Musset, Vigny, Hugo, finanche in Balzac ci sono tracce.
L'ombra del Cristo errante accompagna il coro degli scrittori romantici mentre risuonano i rintocchi funebri della morte di Dio, ma i tratti del Cristo romantico non sono solo e tutti in questi rintocchi; piuttosto il Cristo continua ad essere presente come un Do nascosto in un'umanità straordinaria, descritta dai romantici. La morte di Cristo, la parabola dell'ateismo, è solo un versante che caratterizza il sec. XIX, a cui si affianca il versante dei credenti e nostalgici che, seppur influenzati dai dubbi della prima tendenza, hanno continuato a declinare il Cristo. Il Cristo rimane riferimento sorgivo anche per il periodo romantico e come non è corretto considerare Hegel responsabile della deriva atea a lui seguita (idea in lungo e in largo ribadita da Tilliette nel corso delle sue opere), ma è necessario riconoscere il suo tentativo colossale di trasposizione razionale della dottrina cristiana nel sistema senza svuotarla, così non si rende giustizia al romanticismo affermando solo un romanticismo ateo.
Il Cristo sopravvive con tratti molteplici nelle diverse forme in cui la sensibilità romantica si è storicamente declinata. Nella Germania dopo l'umanizzazione illuministica viene riconquistata la divinità di Gesù (grazie a Herder e Klopstock) e sarà l'arte all'alba del romanticismo ad affascinare, con il suo tradurre l'oscillazione del divino e dell'umano, dell'infinito nascosto nel finito dove il mistero si rivela senza perdere la sua profondità. Dipinti come L'adorazione dei pastori del Correggio o la Madonna Sistina di Raffaello incantano. Ma il Cristo è anche il riferimento della pietà personale che segna gli scrittori mistici-cristici: Hölderlin, il cui Cristo così profondamente chenotico con il suo abbassamento ferma il corteo delle divinità pagane, e Novalis, altro Cristo, che ha presentato del Cristo un volto affascinante e adorabile. Pur non mancando i filosofi (Schleiermacher, Hegel, Schelling), tuttavia chi ha contribuito a forgiare l'immagine romantica del Cristo sono stati i poeti sui quali, come sui filosofi, è stata la pittura ad imprimere il volto del Signore.
E sul piano letterario (prosatori e poeti) il terreno fertile e senza pari rimane il romanticismo francese che è il romanticismo della sensibilità, del "cuore fasciato", non debitore verso quello tedesco (tranne che per l'influenza di Jean Paul). La confessione a Cesarea di Filippo e soprattutto l'orto degli ulivi sono i due luoghi eminenti della cristologia romantica. Così in Lamartine nell'orto degli ulivi il Cristo ancora evanescente quanto alla sua umanità diventa il Cristo di tutti e di ciascuno, dai tratti segnati dal dolore. In Lamennais Gesù è soprattutto il "figlio dell'uomo", paradigma della carità divina, assimilato a poveri e offesi che perpetuano assieme all'eucarestia la sua presenza sulla terra. In Alfred de Vigny, segnato dal mal di vivere e da una malinconia inesorabile ed inguaribile, incontriamo proprio la poesia Mont degli ulivi (che è in realtà l'orto degli ulivi), teatro dell'agonia. In lui il tema del dolore e della teodicea dominano, tanto che Dio viene portato in tribunale. È il Cristo errante e disilluso, a capo di tutti i sofferenti, che esige da Dio una spiegazione del suo sacrificio inutile. Vigny non ha superato l'incubo al risveglio come in Jean Paul e si è condannato al silenzio stoico senza bestemmiare.
Nei giorni seguenti alla rivoluzione e all'epopea napoleonica s'incontra il lungo canto funebre dell'assenza del Cristo. Musset è l'osservatore del declino dell'astro fino all'insinuazione dell'accusa di impostura rivolta a Gesù, eppure non riesce a disfarsi della tristezza straziante che accompagna questa scomparsa. In Gerard de Nerval abbiamo un Cristo solo uomo, un Cristo senza Dio; egli è un poeta ossessionato, tormentato dal pensiero di Dio e da quello del nulla, mentre constata l'inizio della notte eterna lasciando in una pagina di Aurélia una testimonianza rispetto a cui solo poche altre nella letteratura sono capaci di creare un'atmosfera così profonda e terrificante di fine del mondo e agonia del cristianesimo.
Così mentre Renan, Michelet e Quinet rivestono il ruolo di "vestigia", il capitolo sui romanzieri, il più lungo, si inabissa, dopo una sorta di prologo dedicato a G. Sand, su due figure che giganteggiano: Honoré de Balzac e Dostoevskij. Tilliette nonostante rilevi che Cristo sia una silhouette diafana nel creatore de La comédie humaine, riconosce che Cristo e il vangelo si incarnano nei personaggi dei romanzi che diventano figure cristiche, figure che imitando Cristo passano facendo del bene e traducono l'immagine di una chiesa porto di carità e di misericordia nel mondo. Le icone più belle e più pure del Cristo sono femminili: le vergini come le madri, le peccatrici penitenti, le penitenti senza peccato. E poi il romanziere russo incantato dal Cristo di d'Holbein la cui emozione straordinaria che destò il lui è raccontata ne L'idiota. In quel cadavere rilucono le tenebre della "spiritualità del Sabato santo", la vittoria della morte, il peso della tomba; il Cristo glorificato non ha cancellato il condannato a morte.
Seguono gli epigoni, miriadi di autori che Tilliette passa al setaccio rinvenendo accenti singolari assunti dal Cristo: da M. Debordes-Valmore a A. Brizeux, M. de Guérin, A. Soumet, V. de Laprade, E. Turquety, H. Moreau, P.-S. Ballanche, J. Lequier. Solo alla fine l'orizzonte si allarga e vi sono incursioni in tradizioni romantiche altre da quelle francese e tedesca e trovano spazio autori come A. Manzoni, S. Pellico, G. Leopardi, U. Foscolo, W. Blake, S.T. Coleridge, J.H. Newman. Solo accenni per la verità, ma Tilliette durante una chiacchierata mi aveva detto di aver trovato poco al di fuori della Germania e della Francia. Un'incursione nell'arte, fonte privilegiata della cristologia romantica, conclude questo straripante volume ricco come di consueto di riferimenti, figure, in un dialogo ininterrotto con gli autori verso i quali Tilliette sente sempre un fondo di simpatia, nei quali è costantemente presente una traccia nascosta o palese, rauca o squillante, impercettibile o sonora di Colui del quale anche il romanticismo non è riuscito o non ha voluto liberarsi. Fosse anche solo come il peso di un'assenza, la tristezza di un non esserci più, il Cristo continua ad albergare il cuore di ogni uomo anche nel secolo troppo facilmente liquidato come il secolo della morte di Dio.
Dal punto di vista redazionale occorre anzitutto riconoscere lo spessore della lingua di Tilliette che dà a pensare e talvolta impone scelte ermeneutiche precise dal punto di vista della traduzione. Ho anzitutto controllato e, se presenti errori, corretto tutti i rimandi delle edizioni delle opere citate da Tilliette; dove esistenti e non troppo antiche (cioè non anteriori al sec. XX) ho indicato sempre i riferimenti alle edizioni italiane, in certi casi correggendolo ove mi fosse sembrato necessario. Ho inoltre aggiunto i titoli di testi citati quando mancavano come pure inserito i riferimenti non indicati di alcuni brani citati o di espressioni che talvolta compaiono qua e là nel testo senza riferimento. I testi di cui non esiste traduzione italiana sono stati tutti tradotti da me andando all'originale nel caso in cui fossero non francesi e dunque già tradotti da Tilliette.
Questo mio imperfetto lavoro vuole essere un discreto e di sicuro inadeguato omaggio a Xavier Tilliette per i suoi novantatre anni compiuti il 15 luglio.
Indice
Introduzione all'edizione italiana
Prefazione
Preludio. Il Cristo errante di Jean Paul
I. Il Dio in chiaroscuro
II. Il servitore e l'amico
III. "Santa tristezza"
IV. Ambito francese
V. L'eclisse del Cristo
VI. Vestigia e riflessi
VII. Romanzieri
VIII. Epigoni
IX. Diaspora
X. L'eredità
Annesso. Gesù e l'arte romantica
Conclusione
Bibliografia sommaria
Indice dei nomi
http://e-lup.com/index.php?main_page=product_info&cPath=1&products_id=565
http://www.amazon.it/Ges%C3%B9-romantico-Xavier-Tilliette/dp/8846509528/ref=sr_1_32?ie=UTF8&qid=1410101243&sr=8-32&keywords=Tilliette
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