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By antonio.sabetta3 Giugno 2014In Editoriale

Editoriale – 63

Solennità di Sant'Adamo abate, Patrono di Guglionesi

Omelia per il solenne pontificale

Guglionesi, 3 giugno 2014

 

1. La circostanza odierna, quella che dovrebbe essere tra le più significative per la vita di un'intera comunità – ovvero la festa patronale – ci offre la possibilità di riflettere assieme su alcuni aspetti che ci definiscono come credenti e anche come membri di uno stesso popolo, la cui storia non esisterebbe se non fosse radicata, abbarbicata, fondata sull'esperienza cristiana attestata esemplarmente dalla vicenda umana del santo patrono l'abate benedettino Adamo.

Ed è proprio dalla storia di Sant'Adamo che proviamo a cogliere alcune indicazioni e provocazioni per l'oggi.

Come sappiamo Adamo era un abate benedettino, un monaco che aderì al carisma di Benedetto, l'uomo che più di tutti ha dato forma alla storia non solo dell'Italia ma dell'Europa intera; volere negare questo oltre a rivelare ottusità e ignoranza della storia e del pensiero, è rifiutare un dato oggettivo, una componente decisiva della nostra tradizione culturale; non mi meraviglia questo atteggiamento in un tempo in cui davvero l'Occidente sembra rispondere alla vocazione del suo nome. La terra (Land) del tramonto (Abend), il luogo che sta tramontando, giunto alla fine della sua storia grazie anche alla totale indifferenza di chi vi abita che per riparare ai danni del pensiero ideologico della modernità sta abiurando ad ogni forma di sapere buttando a mare maldestramente acqua sporca e bambino.

 

2. Adamo era un benedettino; e la regola di san Benedetto era costruita attorno a due pilastri fondamentali: la preghiera (ora) e il lavoro (labora). Ora la preghiera ci può sembrare comprensibile, trattandosi di monaci, ma il lavoro può sembrare strano, soprattutto se ci si pone in un orizzonte culturale, come quello antico, in cui il lavoro, in particolare quello manuale, era considerato roba da schiavi, non da uomini liberi: una cultura del lavoro i cristiani l'avevano appresa nell'orizzonte della fede, per cui il lavoro era la forma espressiva della propria somiglianza con Dio cioè, in termini per noi più comprensibili, il lavoro come l'ambito in cui la fede si verificava, poiché chi crede non può farlo mai solo nell'intimità del proprio io ma la fede, in quanto investe la realtà in cui uno si trova, è anzitutto una modalità diversa di rapportarsi al lavoro e di lavorare.

Ma il fondamento del "labora", rimane l'"ora", cioè la preghiera. La regola benedettina prescrive l'obbligatorietà quotidiana per ciascun monaco della lettura (lectio) del testo sacro, affiancata dalla riflessione personale (meditatio); per assolvere al meglio a questo compito, occorreva lo studio delle lettere e delle arti che era funzionale e subordinato all'accostamento del credente alla sacra pagina. L'obiettivo della vita monastica, nella confusione dei tempi, attraversati dalla decadenza tardo-imperiale, è stato indicato da Benedetto XVI in un'espressione descrittiva della fede e dell'essere dei monaci: "quaerere Deum". Una frase che, di primo acchito, può sembrare strana e inusuale, se riferita a persone che già credono. Certo i monaci credevano ma non smettevano di cercare Dio, cioè di cercare il senso/significato della realtà e della propria vita. La fede non cancella ma, potremmo dire, reduplica la domanda: chi crede è rimandato alla realtà con uno sguardo interrogante che lo rende più attento al reale, in quanto lo pone costantemente alla ricerca del significato di ciò che accade.

Questa ricerca del senso non è incerta e senza direzione ma è educata, cioè si dà dentro un metodo, in quanto Dio indica la vita: la sua Parola quale luogo paradigmatico che traduce il senso del cercare Dio e il metodo/via dato da Dio per educare la domanda. Ma il cercare, e qui c'è un passaggio importante, esige la formazione della ragione: Dio parlando aiuta la ragione a ritrovarsi e, poiché ciò che egli dice è ragionevole, solo la formazione della ragione permette di trovare Dio, in quanto definisce un corretto cercare; viceversa, quando l'uomo non cerca Dio, la lontananza da Dio è lontananza da se stessi.

Ecco perché, allora, ad opera dei monaci sorge la "cultura della parola" e l'organizzazione delle scuole: essendo quella Parola decisiva per la vita del credente, bisognava studiarla, comprenderla, andare a fondo: non si può (né si deve) mai essere trascurati rispetto all'essenziale della vita, perché l'uomo riconosce che la distrazione rispetto alla verità è un di meno per lui. Dunque la fede dischiude ciò che all'uomo rimarrebbe precluso, se Dio non lo rivelasse, ma educa anche la ragione rispetto ai propri ambiti. Pensando all'oggi e constatando la pochezza culturale del nostro tempo, la pressoché totale assenza di impegno rispetto alla cultura, delegata il più delle volte a manipoli di intellettuali più o meno ideologizzati, corifei più di se stessi che della verità, avverto l'urgenza e l'importanza del compito di recuperare e ridare spessore culturale al nostro modo di porci nel presente.

 

3. C'è un secondo passaggio da compiere. Se la fede educa la ragione, allo stesso tempo la fede è sempre data dentro un luogo, ovvero la Parola riguarda la comunità. Nessuno può credere al mio posto (il quaerere Deum è un gesto nel compiere il quale nessuno può sostituirmi) ma la fede è in un luogo, non è niente di mistico o di "individualistico"; questo luogo è la Chiesa. Senza Chiesa non c'è fede in due sensi: a) la Chiesa è il luogo che ti fa incontrare Cristo; b) la Chiesa è il luogo nel quale si vive la fede in quanto segno e corpo di Cristo.

Poiché la dinamica della fede è l'incontro, il riaccadere dell'evento può avvenire solo dinanzi ad un "tu" visibile, "carnale". Ecco perché la Chiesa è il luogo dove si legge la Parola, è il luogo della garanzia che la fede è corretta ed è preservata dall'errore. Del resto, Dio parla attraverso parole umane, il suo parlare è incarnato e nella Chiesa dimensione umana e divina stanno nello stesso rapporto in cui stanno in Cristo.

Ora il fatto che Dio parla, e che il suo parlare si codifica in un libro, la Bibbia, ci ricorda che il parlare implica una realtà concreta fatta di uomini e situazioni nella cui vita Dio entra incontrandoli. Non c'è quindi alcuna esperienza e incontro con Dio senza quella mediazione umana, senza l'elemento storico, ovvero la comunità credente. Ecco perché la chiesa ha sempre ribadito che la Scrittura non è un qualcosa che ognuno legge e interpreta come vuole, ma può essere compresa e diventare significativa per la mia vita nella misura in cui io condivido la stessa esperienza che quel libro racconta, cioè la fede, che è sempre data dentro una comunità; se c'è questo allora si giunge allo "spirito" del libro, altrimenti si rimane fermi alla lettera che, come ricorda san Paolo, uccide.

Ma lo spirito, cioè il senso della Scrittura, è Cristo che ci insegna il necessario equilibrio tra legame (cioè appartenenza, obbedienza) e libertà; questo a ribadire ancora una volta che la fede è un fatto che riguarda la mia libertà, come risposta a Dio che si fa incontro nella mia vita, e allo stesso tempo a ricordare che non si può credere senza appartenere. Senza il legame vivo, necessario, costitutivo e quotidiano con un luogo si diventa o soggettivisti (crediamo quello che vogliamo, quello che ci fa più comodo facendo di noi stesso il criterio della fede) oppure fondamentalisti, cioè prendiamo alla lettera il testo senza giungere allo Spirito, cioè al suo profondo significato, e così smarriamo Cristo diventando idolatri.

 

4. Il ripetere con insistenza che la vita del monaco, e quindi del fedele, è quaerere Deum ci ricorda la dimensione necessaria e permanente della domanda come posizione umana dentro l'esperienza della fede. Non si pone quindi l'alternativa tra il cercare e trovare, tra il pensare e credere (come voleva M. Heidegger), perché siccome è in gioco la verità di noi stessi e del mondo (non una consuetudine culturale) non si smette mai di cercare cioè di voler capire quello che, però si è già incontrato. In fondo tutta la speculazione medievale si costruisce attorno al bisogno di capire ciò che già si crede e avere fede per capire – come S. Agostino lo aveva indicato nel Discorso 43,7,9 (intellige ut credas, crede ut intelligas) -, cioè attorno all'esigenza di scandagliare le profondità e di immergersi nella realtà infinita della rivelazione di Dio, nella consapevolezza della inesauribilità di questo compito. Naturalmente, proprio perché è la fede che cerca la ragione (in quanto si vuol capire ciò che già si crede), allora, un po' paradossalmente, il cercare dei monaci è in se stesso già un trovare, perché il movimento dell'uomo verso Dio è sempre successivo al movimento di Dio verso l'uomo.

Contemporaneamente, poiché l'incontro con il Cristo è l'esperienza della verità della vita non solo per me ma in sé, il credente avverte connaturale ed urgente l'impeto della missione derivante proprio dalla fede, poiché quel Dio incontrato, si fa incontro alla sua ragione mostrandosi "ragionevole", cioè credibile sul piano della ragioni, in quanto offre delle ragioni. È importante capire questo aspetto della missione.

La missione non è qualcosa che si aggiunge dall'esterno, come una sorta di dovere, ma è il corollario spontaneo della fede. Quando accade l'esperienza cristiana, cioè l'esperienza dell'amicizia come incontro con altre persone al cui destino ci si affeziona più che alla propria vita, e l'altro ricambia questo e desidera il mio destino più di quanto desideri la sua vita, quando cioè nasce una compagnia (tale è la chiesa, il luogo di questa amicizia minimale), chiunque incontro desidero che partecipi di questo, cancellando così l'estraneità con l'altro.

 

Ora cosa persuadeva gli uomini, quale era il motivo ultimo della ragionevolezza e, di conseguenza, dell'universalità della fede? L'affermazione della Ragione creativa come origine ultima di tutte le cose.

Che il destino ci sia, cioè che la felicità è possibile, che la verità è buona, è ciò che rivela l'ordine, la razionalità del reale e dell'essere: Cristo è il Logos e la realtà in quanto creata, partecipa di questo logos, cioè è razionale, non è affidata al capriccio del caso o all'indifferenza della necessità. Finché il destino non si mostra resta solo l'attesa del cuore e l'intuizione del vero; la ragione che attende il compimento è una ragione umile, la sola che può accogliere, riconoscere e rispondere all'umiltà di Dio che si fa incontro all'uomo.

Ma una ragione umile è una ragione che domanda, che cerca, e per questo educare la ragione all'affezione al proprio destino, cioè educarla alla verità-senso delle cose (a Dio) è il compito che oggi e sempre è affidato a noi cristiani. Dove l'uomo invece non s'interroga più, dove la ragione si riduce a mera ragione strumentale che rinuncia a porsi la domanda sul senso del reale, e quindi su Dio, allora si approssima il tramonto della cultura e della civiltà: «Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura» (Benedetto XVI).

 

5. Viviamo in un tempo in cui la crisi che ci investe prima di essere di fede o di altro è anzitutto culturale. Siamo immersi in un deficit di analisi, ci accontentiamo di slogan, di cose urlate, di figure a cui obbedire a prescindere, delegando al primo ammaliatore che capita il compito duro della critica, del giudizio in senso greco, e così non riusciamo ad abitare il presente, lasciando che altri pensino per noi, rifugiandoci nel fascino delle espressioni, nella facilità di quel pensiero debole che ci sgrava dalla fatica del concetto, del quotidiano paragonarsi e interrogarsi. Finché non usciremo fuori da questo profondo torpore culturale che ci avvolge e ci semplifica (apparentemente) la vita, non avremo futuro da costruire, non avremo eredità alcuna da lasciare, valori in cui credere, non avremo nessuna fede da trasmettere poiché la fede avrà un valore solo se inerisce all'umanità di persone che s'interrogano, che vogliono capire, che vogliono andare a fondo della concretezza della loro vita e delle circostanze che la definiscono.

Il monito e l'invito che proviene dalla testimonianza esemplare del nostro patrono è in questa sfida permanente a pensare, a ricercare, a dialogare, ad incontrare l'altro senza la tentazione della prevaricazione, senza la riduzione dell'altro ad appendice dell'io. Ma questo potrà accadere solo e solo se ci apriamo all'Altro, a quel Dio che Adamo ha cercato, incontrato e amato e per questo mentre ha evangelizzato ha costruito la storia di questa comunità che nei travagli del tempo, nelle notti insonne dei secoli ci ha raggiunto rendendoci quello che siamo. A noi il compito di non buttare alle ortiche la storia, di non trasformare il passato in un relitto da visitare una volta o due l'anno, un'emozione da consumare nel breve spazio di qualche minuto, ma di farne il lievito che fa crescere e alimenta il presente non sterilmente ma nella concretezza delle nuove sfide che ci attendono perché una comunità sopravvive se cresce, se sa ripensarsi altrimenti è segnata.

Ci aiuti e ci protegga sant'Adamo, venerato protettore.

 

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