Editoriale – 50
Appunti del ritiro di Avvento della Fraternità (Termoli, 2 dicembre 2012)
È possibile affermare la positività della realtà come un dato da cui partire, qualcosa a cui non arrivo giudicando la realtà ma il punto iniziale, la pre-comprensione con cui mi rivolgo, mi relaziono al reale? La nostra esperienza istintivamente ci dice di no ed emerge in noi la tendenza a riconoscere la realtà come positiva solo se le circostanze possono essere considerate tali; non dunque a prescindere da ciò che riempie la parola realtà, ma a partire da quello che accade nella realtà. In effetti considerare il positum – il dato – come un positivo – un dono – non è qualcosa che si verifica spontaneamente, ma piuttosto esprime un'esperienza nell'orizzonte della quale è possibile l'identificazione del dato con il buono, il contenuto originario della percezione delle cose con il giudizio circa la "qualità" del loro essere e l'identificazione dell'essere con il bene, del positum con il positivo.
Se dunque permane, s'insinua il dubbio circa questa identificazione è perché l'io dubita che il dato sia positum, che la realtà ontologicamente abbia lo statuto del segno. La difficoltà a riconoscere la positività del reale soprattutto quando le circostanze tutto sono tranne che positive, ci sono ma non sono buone, la tentazione di ridurre il significato all'effimero darsi delle cose (il dubbio sulla consistenza delle cose) proviene da quell'errore a monte nell'io che impedisce il riconoscimento del vero e originario statuto del reale.
Non a caso soprattutto oggi, in cui – rispetto a cento anni fa – avremo meno ragioni apparentemente per lamentarci del reale, ci corrode il dubbio che tutto vada a finire nel nulla. E questo perché c'è una mistificazione, una riduzione e un fraintendimento sull'io che culturalmente si identificano con il nichilismo-panteismo e con il razionalismo. Essi ultimamente sono la negazione della consistenza della realtà, la quale negazione viene proclamata nel momento in cui la realtà, e l'uomo in essa, è un "segno che nulla indica" come diceva Hölderlin, è il qualcosa che non ha consistenza in altro da sé, non rimanda all'altro da sé come alla sua origine buona e dunque o è questa origine (e qui il nichilismo diventa panteismo, impossibilità di distinguere fra la realtà e la sua origine, il che equivale a negare o lo statuto del reale o l'origine delle cose) oppure non ha origine, cioè non è indicazione di altro e dunque è "ni-ente", nulla, poiché l'esperienza ci dice il carattere effimero del reale che, per quanto ci sia non è in grado di rassicurarsi dalla minaccia del non essere, e né potrebbe andare diversamente quando la realtà viene disancorata dal subjectum, da ciò che in quanto la pone nell'essere la fa esistere, persistere e consistere.
Questa cosa l'aveva teorizzata molto bene Nietzsche quando proclamando la morte di Dio non aveva voluto altro che affermare l'irriducibilità del senso delle cose a qualcosa oltre le cose stesse, appunto quel Dio che da Platone al cristianesimo, negando definitività alle cose così come sono, ci impedirebbe poi di vivere perché saremmo continuamente distratti verso l'origine, il significato, da non riuscire ad essere attratti e concentrati sul segno, sul reale. Oggi nelle numerose forme di neopaganesimo si dice esplicitamente che la finitezza è "naturale", non è creaturale e che quindi oltre il finito non bisogna andare perché l'infinito è nulla.
In senso opposto si può parlare di panteismo, ma ciò che rimane è quella indistinguibilità di segno e significato (o come negazione del significato o come sua identificazione con il segno) che alimenta una deriva nichilista nella misura in cui non rende possibile l'affermazione della differenza della realtà rispetto alla sua origine e dunque il positum non è possibile considerarlo positivo, è dato e basta. In questa prospettiva conta il potere o come volontà di potenza, come spirito prometeico, come ergersi contro Dio al posto di Dio, oppure come rassegnazione estrema per cui "non me ne frega niente", facessero quello che vogliono, il che vuol dire comunque rimettersi al potere quale unica regola delle cose.
Finché si rimane in tale orizzonte si assiste alla riduzione se non alla distruzione dell'io di cui siamo puntuali testimoni tutte le volte in cui questa mentalità è anche la nostra, tutte le volte in cui anche noi dubitiamo che, in definitiva, la realtà sia positiva.
La sfida allora dell'affermazione della positività del reale diventa una sfida a ritrovare l'io, a rieducare l'umano a stare nella realtà secondo un rapporto che rispetti quello che l'io è e superi i riduttivismi di posizioni che intanto sono false in quanto mortificano proprio quello che l'io al fondo di tutto desidera ed è. Noi siamo dentro fino al collo alla mentalità di questo mondo, siamo affascinati e vittime del potere la cui pre-potenza si manifesta proprio nella sua capacità di ridurre l'io, di uniformarlo ad un pensiero unico che alimenta solo il potere del potere.
Riaffermare oggi con insistenza la positività del reale è il modo di riattivare l'io sfidandolo, di rimetterlo in cammino, di fargli riprendere quel lavoro che dura sempre e che non può mai essere dato per scontato. Occorre ricominciare rieducando permanentemente l'io alla correttezza del rapporto con il reale secondo il metodo che l'esperienza impone nella sua oggettività e precedenza rispetto alla riflessione e al giudizio; occorre ripartire dall'io ("il tempo della persona"), ripartire dalla sua autocoscienza, cioè dalla certezza di quegli elementi che sono al fondo della sua identità, dimenticati i quali il rapporto con il reale si perverte e diventa menzognero. Noi siamo la nostra autocoscienza, l'io è quello che sa di essere e senza la certezza di chi sono, sarò sempre esposto al fraintendimento della realtà e quindi all'errore nel modo di pormi di fronte e in essa.
Quali sono allora i contenuti di questa autocoscienza? La giornata d'inizio ce li ha ridetti in due: la dipendenza originaria e l'avvenimento cristiano.
Il primo dato originario costitutivo della nostra condizione, di quello che siamo, è la creaturalità, l'essere fatti, creati, al pari di tutta la realtà. La nostra finitezza significa non solo che non esistiamo da noi e non esistiamo solo noi ma che in quanto siamo, siamo anche fatti e dunque in una relazione essenziale con l'origine da cui proveniamo. Questo, diceva Tommaso in una delle cinque vie per mostrare che Dio esiste, è evidente in quanto se ciò che non si fa da sé esiste e per esistere ha bisogno di qualcuno che lo faccia essere, a maggior ragione esiste questa origine delle cose; diversamente le cose non dovrebbero esistere, ma esistono, dunque esiste quello che noi chiamiamo Dio e che fa essere gli enti. Essere fatti quindi vuol dire "riferiti" a qualcun altro, essere in relazione, essere anche dipendenti dall'origine, dall'essere, poiché si è in quanto si è fatti non solo come inizio ma permanentemente.
Questo aspetto non diamolo per scontato e non solo perché molte volte nella storia l'uomo ha percepito la dipendenza creaturale una sorta di fardello da cui affrancarsi con tutte le proprie forze, ma anche perché ai nostri giorni si tende sempre più a parlare di "finitezza naturale" (non creaturale) cioè la finitezza come il dato costitutivo della nostra condizione oltre il quale non si va: che siamo finiti vuol dire solo che c'è il finito il quale non deriva da nessun infinito e non aspira a nessun infinito. Non c'è il delirio d'onnipotenza alla Nietzsche ma una sorta di necessaria rassegnazione e riduzione dell'umano per impedire che l'uomo affermi la dipendenza con l'origine. La domanda è: è più rispettosa di quello che siamo una posizione che non censura o riduce l'anelito all'infinito che ci definisce, oppure l'ostinato invito ad accontentarsi, a non andare dietro a quello che pur ci costituisce in maniera così radicale?
Il contenuto iniziale e ultimo dell'autocoscienza è l'essere, il fatto che siamo, non quel che siamo, dal momento che quello che si è dipende e presuppone il fatto di essere.
Il secondo aspetto dall'autocoscienza è la certezza dell'appartenere a questa origine, al mistero, a Cristo che lungi dall'essere solo il termine di un anelito inestirpabile è diventato per noi presenza, forma concreta e risposta alla domanda, al bisogno, non solo marginalmente ma al punto tale che il contenuto dell'io è riempito dal tu di Dio nella carne sua concreta che è il Cristo: io sono tu che mi fai, "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me" (cf san Paolo), cioè ogni circostanza è rapporto con l'infinito. Questo secondo aspetto è per certi versi ciò che viene prima, poiché è solo l'opera, il parlare di Dio, l'accadere di Dio, che genera la coscienza del nostro io fino in fondo. Se non si parte dal riconoscimento che Dio agisce, parla, il nostro agire sarà sempre inadeguato e insufficiente; noi non partiamo dalle analisi ma dal fatto iniziale che ci è accaduto: Dio è sempre l'inizio.
Questi due contenuti dell'autocoscienza devono stare insieme in quanto non sono separabili. Se, infatti, non riconosco l'essere mio come dono, come relazione a colui che mi fa essere, il Cristo non potrà mai definire il significato del mio io; d'altro canto se ci fermiamo solo alla percezione della nostra contingenza e finitezza restiamo nella condizione dell'assurdo, di chi avverte la sua condizione come una sorta di tormento di Tantalo senza via d'uscita (che è la posizione di Leopardi). La coscienza di Cristo cresce nella misura in cui cresce la consapevolezza dell'io e, allo stesso tempo la memoria di Cristo, come attestazione della sua presenza ora, costituisce l'autocoscienza dell'io. [citare Giornata inizio XII seconda colonna]
Perché tutto questo non si cristallizzi in un discorso che non interessa che a pochi (o forse a nessuno) occorre che l'io sia educato ad un rapporto con il reale nel paragone col quale impari ad essere autocoscienza (non è scontato) e a riconoscere Cristo come avvenimento rispetto all'io. In questo senso allora si snoda un cammino verso la maturazione della nostra autocoscienza. L'idea di cammino implica sempre la conversione e la sequela, due fattori che esigono a loro volta un lavoro costante. Il cammino inoltre porta con sé sempre il riferimento alla realtà con le sue circostanze, perché la parola realtà rimane ultimamente astratta se non la decliniamo come insieme di circostanze che mi definiscono e raggiungono ora. Le circostanze, non alcune sì e altre no, non solo quelle che "contano" mentre la ferialità non serve, ma tutte le circostanze sono modi attraverso cui il Mistero ci chiama, cioè costruisce la nostra autocoscienza dalla quale dipende la maturazione, la crescita del nostro umano la cui piena maturità è vivere ogni istante con la coscienza che la sua consistenza è un Altro, che il suo vivere è Cristo ("per me vivere è Cristo" ripete Paolo).
Questo è un punto delicato, l'idea cioè delle circostanze come modi attraverso cui il mistero ci chiama, nel senso di pro-vocazione, ovvero "ciò che fa bene" (pro) alla vocazione, lo spazio dello svolgersi della vocazione. Quante volte io sono altrove rispetto alla realtà, quante volte credo che le circostanze siano una fregatura da sopportare non solo perché non sono come le vorrei io, ma anche e più radicalmente perché non c'entrano con quello che sono io. O la realtà non c'entra (Cristo è un intimismo) o c'è un attivismo, cioè una realtà impattata e vissuta senza imparare o portarvi un giudizio; e, di nuovo, l'io che non c'entra con la realtà o perché il reale è altro dal significato (Cristo) o perché il significato è altro dal reale.
A volte si corre il rischio che più si è impegnati e più si è distratti, si vive riempiendo il tempo, sperando di farla franca, di essere più fortunati e meno sfigati di altri (figli, salute, lavoro, soldi, famiglia) e dopo, di tutto quello che viviamo non rimane traccia, se non tenui ricordi che non lasciano il segno tanto che non c'è nulla da raccontare. Schiacciati dalle cose da fare, così abili a perdere tempo o a evadere dalla realtà, rimandando, non affrontando le circostanze, sperando magari che le cose si aggiustino da sole. Eppure quanto è importante la realtà! Il nostro io si costruisce o si distrugge nel rapporto con il reale.
Il punto è però che se non ti accade di riconoscere la realtà come strumento del mistero e la separi dal significato o la perdi oppure non stai più di fronte al mistero, perché senza la realtà esso è qualcosa che non regge l'urto del significato, il dramma della vita. Senza la realtà non c'è il mistero e non c'è l'io poiché l'autocoscienza nasce dal rapporto con il reale. Se l'io è coscienza della creaturalità, cioè sorge nell'atto primigenio del riconoscimento della dipendenza, dell'essere dato delle cose, senza realtà non può essere sé. Perciò l'affermazione del mistero implica la realtà, affinché possa esistere anche l'io.
Rimane la domanda: la realtà è una fregatura o un'opportunità? Certo quando le circostanze ti toccano dolorosamente nella carne la risposta non è spontanea. In questo dobbiamo costantemente chiedere di avere uno sguardo adeguato e vero verso la realtà perché diversamente non ce la facciamo a restare fino in fondo indifferenti all'idea che ciò che conta è la realtà e non come essa è. Questo è un segno del peccato, della nostra debolezza poiché il peccato è anche originariamente la perdita del corretto rapporto con il reale (e quindi con Dio).
Si costruisce l'umano abitando il reale, si vive la vita come vocazione passando attraverso le circostanze che la realtà ci riserva portandovi la consapevolezza originaria e ultima che Cristo ci è capitato, ci ha parlato. Come diversamente il mistero si comunicherebbe se non attraverso le circostanze che sono l'occasione per rispondere alla chiamata del mistero, al renderci sempre più consapevoli che siamo, cioè siamo fatti, e siamo quello, o meglio Colui, che ci è accaduto? Questo metodo determina la certezza che cambia la vita e che diventa un'esperienza, non solo qualcosa che desideriamo fosse così ma ancora non accade per noi. Carron si riferiva all'esempio di san Paolo, per noi può valere la storia di don Giussani, il maestro stando dietro al quale si impara ad essere uomini, cioè a vivere all'altezza della propria statura.
Noi abbiamo sempre bisogno di esempi, abbiamo sempre bisogno di adulti perché possiamo affermare la "contemporaneità" di Cristo ed evitare che il rapporto con lui diventi una forma di intimismo o di esercizio di pietà e devozione. Se viviamo fino in fondo, se andiamo dietro al nostro umano, allora riconosciamo il mistero e avvertiamo il bisogno di guardare a coloro che in questo cammino stanno davanti a noi, quelli che la tradizione chiama santi, quelli che questa cosa l'hanno vissuta non come contenuto di una promessa ma come esperienza nelle viscere del loro umano.
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