Editoriale – 38
Inaugurazione dell'anno accademico 2011-12
dell'ISSR "Ecclesia Mater"
Intervento del Preside don Antonio Sabetta (14.11.2011)
Carissimi amici,
è sempre una grazia poter vivere assieme a voi questo momento. Ben oltre la fatica, le responsabilità, gli oneri che guidare l'Istituto comporta, quello che rimane è la grazia della vostra presenza, delle storie e delle vite di tutti voi che trascorrete un segmento, spero significativo, del vostro tempo in questo luogo, dentro questa istituzione. Mi auguro che questo periodo sia utile e propizio e pur nella consapevolezza che non esiste istituzione perfetta – non lo è la Chiesa, volete che lo sia l'Ecclesia Mater? – si ringrazia sempre Dio quando s'incontrano persone, piuttosto numerose devo dire, che ricordano con gioia e un pizzico di nostalgia il tempo trascorso qui. Vorrei che lo stare qui, come studenti o come docenti, non diventasse mai una cosa scontata.
La "scontatezza" è il nemico da vincere e il fatto che troppe cose nella vita diventino scontate è il chiaro segno della crisi vera che stiamo vivendo, la quale, prima di essere educativa, investe la condizione originaria del rapporto con il reale. La sfida urgente oggi, che diventa anche sfida educativa, è restituire il reale alla ragione e in tal modo ridare senso alla stessa ragione che ha smarrito se stessa; solo così si fuoriesce dall'emergenza, solo così ci ri-prendiamo cioè ci prendiamo di nuovo noi stessi sottraendoci a quell'incertezza assoluta che ci fa fluttuare. L'umano, insomma, si costruisce vivendo il reale: si diventa uomini se impastati di realtà. Quando l'io non deriva dal reale (quando manca il realismo), allora non arriva al reale, diventa ideologico, non si stupisce e dunque non conosce, essendo l'evento della conoscenza l'andare fino in fondo alla struttura dell'esperienza origi-naria del rapporto con la realtà, esperienza che è definibile come stupore dinanzi all'esserci dell'essere, al darsi come donazione del reale che in quanto è given è anche gift.
Quando non si va dietro allo stupore, la ragione diventa incerta e smarrita e si riduce a ragione calcolante, incapace di avvertire l'attrattiva delle cose: tutto è scontato e le cose scontate sono così labili che nemmeno ci accorgiamo che esistono. L'attrattiva, ciò che ad-trae, non è una qualità che alcune cose hanno e (molte) altre no, ma è la connotazione, la forma del reale nel suo mero darsi. L'attrattiva è la proprietà dell'oggetto cui corrisponde nell'esperienza lo stupore, ovvero il finis in consequentiam veniens dell'impatto originario con l'essere del reale come posi-tività, nel preciso senso di "positum", di dato. L'estraneità al reale è l'esito della dis-trazione dell'at-trazione, ovvero l'interruzione della provocazione essenziale del reale, che definisce la ragione come affermazione dell'essere in forza della sua donatività perché datità, che, in quanto è, mi fa essere, cioè mi costituisce come es-serci, il luogo (Da) dell'essere (sein), come consapevolezza dell'essere quanto al suo statuto e significato, e dunque autocoscienza, poiché il contenuto dell'io è tratto dall'esperienza del reale e quanto più cresce quest'esperienza tanto più cresce la coscienza dell'io.
Diversamente restano solo distrazione e reazione. La reattività è non vivere le cose con la coscienza del loro significato. Essere reattivi, in questo senso, non indica la capacità di re-agire, cioè di agire di nuovo attivamente dopo "essere stati agiti" dalla realtà. Reagire qui significa essere istintivi, con quella spontaneità e immediatezza che sempre esprime un difetto di riflessione. La reattività è la cele-brazione sterile, l'idolatria del presente ridotto a istante, emergenza caduca e as-soluta in cui il reale esaurisce il suo senso come non senso, come as-senza (senza senso). Nell'errore moderno come in quello postmoderno il presente, quantunque celebrato, si dis-solve, cioè perde di spessore perché non sos-tenuto né pro-iettato, ma mera datità istintiva, incapace di dare forma alla differenza. Perciò il mondo di-venta luogo del gioco, dove nulla impegna perché non è legato né crea legami, nul-la è pegno perché non ci sono debiti e non si fa credito. Senza legami rimane la so-litudine, poiché non c'è nulla da comunicare, dal momento che di ciò che diviene, nulla si trattiene e ciò che ac-cade sempre de-cade, ciò che succede è mero succes-so, poiché ciò che è segno non con-segna, ciò che pre-cede cede perché perde di senso. Il tutto si esaurisce nel suo darsi, è già esaurito nell'accadere e dunque non è più evento, perché ciò che avviene "viene da", né è avvenimento perché l'"ad-venire" implica il "muovere verso" mentre qui è un invenire, un cadere e basta, un de-cadere perché privo del significato, un essere che è già stato ma privo di tracce, qualcosa di già dimenticato perché dimentico, nato vecchio.
In tutto questo ci chiediamo se serva e valga oggi interrogare la fede, che è quello che facciamo qui, se serve stare in EM a studiare, quando invece i bisogni e le urgenze sembrano altri e potremo magari usare diversamente e meglio il nostro tempo. Quante volte un'idea di testimonianza, moralisticamente declinata, ci fa pensare che "le cose da fare" sono quelle che contano, dimenticando che l'essere rimandati nell'agone della realtà accade come momento secondo rispetto all'evento e alla coscienza di quel fatto vitale che è la fede, cioè l'esperienza dell'incontro con il Signore presente. Eppure, nonostante le "tentazioni prassiste", le quali sempre crescono in tempi d'incertezza (è molto più semplice farsi dire "che cosa devo fare" che riflettere su chi sono), interrogare la fede è intrinseco alla natura della persona la quale può essere definita il luogo della domanda. La persona umana è domanda, bisogno di comprensione, desiderio inestirpabile di capire chi sono, qual è la mia origine e il mio destino, che senso ha ogni dettaglio della mia esistenza (mi verreb-be da richiamare i vv. 79-89 del Canto di un pastore errante dell'Asia).
Ebbene la vita è domanda e la domanda scaturisce sempre dal bisogno. La condizione finita dell'uomo si esprime ultimamente nel suo essere domanda, inter-rogativo (inter-rogare: pregare insieme). Chi non ha bisogno non interroga, non chiede; chi è consapevole e riconosce la finitezza che definisce lo statuto creaturale, questiona, è un "questuante", e tutta la realtà, nel suo darsi più feriale o nell'accadere più drammatico, diventa circostanza dinanzi alla quale vogliamo sa-pere. La realtà è pro-vocazione, è movimento, e il rapporto originario con il reale è la domanda come bisogno inestirpabile di capire. Domanda di verità che in defini-tiva è domanda di felicità e di amore: "Quid enim fortius desiderat anima quam veritas?" (S. Agostino). Se non c'è lo struggimento della domanda, se non c'è questo desiderio stiamo perdendo tempo, stiamo riducendo il valore del reale. E così tutto diventa pesante, faticoso, bisognoso di surrogati. Quante volte ci scopriamo desiderosi di una realtà altra e così dimentichiamo che la differenza è una questione di umano e non di fatti, altrimenti il mondo sarebbe da dividere tra i pochi fortunati (sempre gli altri) e orde di sfigati (nostri compagni), di losers.
Nell'orizzonte della domanda e della ricerca della verità, il nostro compito è andare a fondo delle ragioni della fede per comunicare in modo credibile, cioè nella forma della testimonianza, la fede, il cui contenuto non è un codice etico o un deca-logo aggiornato e interminabile di divieti ma, come ci ricorda Benedetto XVI nella Verbum Domini, «la gioia che viene dall'incontro con la Persona di Cristo, Parola di Dio presente in mezzo a noi. In un mondo che spesso sente Dio come superfluo o estraneo, noi confessiamo come Pietro che solo Lui ha "parole di vita eterna" (Gv 6,68). Non esiste priorità più grande di questa: riaprire all'uomo di oggi l'accesso a Dio, al Dio che parla e ci comunica il suo amore perché abbiamo vita in abbondan-za (cfr Gv 10,10)» (2). Nel tempo della sfida educativa una istituzione quale l'Ecclesia Mater, come hanno richiamato i Vescovi italiani negli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, deve mirare «alla formazione integrale della per-sona, suscitando la ricerca del bello, del buono, del vero e dell'uno; a far maturare competenze per una comprensione viva del messaggio cristiano e a renderne ragione nel contesto culturale odierno; "a promuovere una nuova sintesi umanistica, un sapere che sia sapienza capace di orientare l'uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, un sapere illuminato dalla fede"» (n. 49).
Solo una speranza affidabile, come ha ricordato Benedetto XVI nella Lettera alla Diocesi di Roma sull'educazione, può sostenere la sfida del momento presente; a chi appartiene alla famiglia dell'Ecclesia Mater il compito di mostrare e testimoniare al mondo in modo adeguato e credibile quell'affidabilità intrinseca che fa dell'esperienza cristiana la grande speranza per la vita.
Naturalmente nulla accade senza fatica; diffidate perciò delle formule facili, dei cibi precotti (quel fast food che in realtà è solo junk food), degli slogan, dei semplicismi. Non sono le formule che salvano ma le dimostrazioni, per cui se vo-gliamo che quest'esperienza in Istituto diventi un vissuto dobbiamo mettere in con-to la fatica: fatica dello studio, fatica del vincere la propria istintività, fatica nell'accettare lezioni che (spero solo talvolta) non sono all'altezza, fatica che sem-pre accompagna la lotta, l'agone nel quale si consuma il dramma della vita nell'intreccio indistricabile di sentimenti, affetti, pensieri. Nulla di vero senza fatica ma niente può essere solo fatica. Il lavoro è necessario nella vita (materiale, spiri-tuale, intellettuale) ma la vita non può essere solo lavoro. Ecco perché questo luogo deve darvi soddisfazione, ne deve valere la pena perché altrimenti è meglio cambiare per evitare di perdere tempo.
Nessuna istituzione è perfetta: l'umanità perfetta, l'istituto perfetto, la Chiesa perfetta non esiste perché l'umano, anche quando è santo, rimane comunque peccatore e la salvezza, il miracolo della grazia, è il perdono, non la cancellazione del peccato dalla vita come se, moralisticamente, la fede non avesse bisogno di essere permanentemente alimentata e dissetata dal pane vivo e dall'acqua viva della Parola. Troppe volte o viviamo l'inerzia, per cui non cambiamo e non vogliamo cambia-re i luoghi e le espressioni della Chiesa, oppure pensiamo ad una Chiesa di perfetti che non esiste e mai esisterà. Così è per l'Istituto: come tutte le cose che ci stanno a cuore, dobbiamo lavorare per renderlo un luogo più accogliente e fedele alla sua funzione; pretendete di più, pretendete impegno e lezioni all'altezza delle vostre domande. Ci vuole passione, "pathos", e dunque patire, perché chi si mette in gioco sempre deve mettere in conto il patire. Senza passione non c'è vita, senza mettersi in gioco le ore che trascorrerete qui saranno tempo perso che non lascia traccia, fo-gli bianchi nei diari abbozzati delle vostre vite (cf Pavese).
In conclusione vorrei leggervi alcuni stralci di quello che ha scritto lo scritto-re Alessandro D'Avenia il 10 settembre scorso su Avvenire a proposito di "Che co-sa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori". Scrive D'Avenia: «Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c'entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiu-terà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Dimostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Voglio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce. E ditemi il mistero dell'uomo, ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano… Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti. Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze prima ancora che io le abbia concepite».
Buon anno a tutti!
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