Editoriale – 37
In attesa di una nuova home comunico di aver inserito tra le pubblicazioni i file di due mie recensioni, al volume di Theobald (2009) e al manuale di Epis
All'inizio del nuovo anno accademico riporto l'introduzione che ho scritta per l'ordine degli studi 2011-2012 dell'Ecclesia Mater
«Anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile» (Benedetto XVI)
Il tempo nel quale viviamo è attraversato da mutamenti che rapidamente negli ultimi anni hanno cambiato in profondità la visione del mondo, l'idea di uomo, l'approccio quotidiano e concreto alla realtà e alla vita. In questo contesto, per certi versi problematico per tanti altri una vera sfida, ci chiediamo se e che senso abbia oggi studiare in una istituzione come l'Ecclesia Mater (oltre a condivisibili motivazioni come quelle relative alle prospettive lavorative). Lo studio della teologia pare ormai démodé, e in un tempo in cui quello che conta è altro dal pensare la fede, la quale si manifesterebbe più credibile nella prassi, piuttosto che nell'aridità e nella fatica della riflessione, a maggior ragione sembra fuori luogo che la teologia la possano studiare i laici che nella vita dovrebbero avere altre prerogative e priorità.
Lo scetticismo verso il "pensare la fede" si sposa drammaticamente con quella crisi della ragione da cui ci ha messo in guardia Benedetto XVI, che a Ratisbona ha denunciato il riduttivismo e la pericolosità di una ragione che si autoesilia dal luogo più proprio, cioè la verità, e si confina ad essere ragione strumentale incapace di elevarsi al senso delle cose, accontendantosi solo del sensibile, e dell'empirico. Inoltre, molto spesso oggi si deve registrare una fede che ha poco a che spartire con la ragione, anzi che si ritiene prenda un'inclinazione pericolosa quando vuole essere pensata, mentre quello che conta è il sentimento, il condividere i gesti della fede, testimoniare la carità (non di rado ridotta a mera filantropia) ed esercitare il dialogo che diluisce la differenza cristiana. Eppure come ci ricorda Fides et ratio il connubio tra una ragione debole e una fede debole è cosa nefasta, né possiamo declinare in termini autentici la fede se non viviamo una passione per la ragione; leggiamo al n. 48: «è illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell'essere».
La fede non è mai né disincantata né disincarnata e se il compito nostro è abitare il presente portandovi il Vangelo, questo compito non sarà mai assolto credibilmente e fecondamente se, per quello che tocca a noi, non conosciamo bene questo presente, i contesti nei quali si vive e si opera. Conoscere la società, le sue dinamiche, conoscere l'uomo nella molteplicità delle sue dimensioni è imprescindibile per chi è chiamato a insegnare religione nelle scuole di ogni ordine e grado o per chi è chiamato a vivere i ministeri, in primis il diaconato, nella propria vita.
Quando viene meno questa incarnazione della fede, la fede si condanna all'irrilevanza culturale e pubblica, diventando un fatto soggettivo, intimistico, sentimentale, caritatevole, qualcosa di personale che non ha diritto di parola nell'agorà culturale. Pensiamo invece a quello che accadde ad Atene ad opera di Paolo (cf At 17): la fede che entra nel dibattito pubblico filosofico.
C'è una irrilevanza che nasce dal sospetto del nostro tempo verso la fede: in un'epoca di pluralismo della verità, di crisi della ragione e di pensiero debole, lo spazio della fede si riduce; ma allo stesso tempo c'è un'irrilevanza a cui la Chiesa si condanna per la trascuratezza verso il derivato costituirsi della fede in cultura capace di confrontarsi.
Mostrando la credibilità della fede renderemo un servizio all'umano poiché, come da sempre ci ripetiamo, la fede educa l'umano e dalla fede discende uno guardo verso il reale, una posizione rispetto al reale altrimenti impossibile.
Se la fede educa l'umano, laddove l'uomo rinuncia al paragone con la provocazione che proviene della fede c'è sempre un impoverimento. La fede non è cultura o visione del mondo, ma implica una visione delle cose con una pretesa veritativa, e come tale si incontra con quello che dice la ragione, con la quale essa non deve essere confusa ma dalla quale non può essere separata.
Non è possibile studiare la teologia senza credere, e allo stesso tempo andare a fondo delle ragioni della fede è il contributo che possiamo offrire come istituzione nella testimonianza della fede al mondo d'oggi, secondo quella dinamica comunicativa intrinseca al cristianesimo così esemplificata da Benedetto XVI: «è dono e compito imprescindibile della Chiesa comunicare la gioia che viene dall'incontro con la Persona di Cristo, Parola di Dio presente in mezzo a noi. In un mondo che spesso sente Dio come superfluo o estraneo, noi confessiamo come Pietro che solo Lui ha "parole di vita eterna" (Gv 6,68). Non esiste priorità più grande di questa: riaprire all'uomo di oggi l'accesso a Dio, al Dio che parla e ci comunica il suo amore perché abbiamo vita in abbondanza (cfr Gv 10,10)» (Verbum Domini, 2). Nel tempo della sfida educativa una istituzione quale l'Ecclesia Mater, come hanno richiamato i Vescovi italiani negli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, deve mirare «alla formazione integrale della persona, suscitando la ricerca del bello, del buono, del vero e dell'uno; a far maturare competenze per una comprensione viva del messaggio cristiano e a renderne ragione nel contesto culturale odierno; "a promuovere una nuova sintesi umanistica, un sapere che sia sapienza capace di orientare l'uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, un sapere illuminato dalla fede"» (n. 49).
Solo una speranza affidabile, come ha ricordato Benedetto XVI nella Lettera alla Diocesi di Roma sull'educazione, può sostenere la sfida del momento presente; a chi appartiene alla famiglia dell'Ecclesia Mater il compito di mostrare e testimoniare al mondo in modo adeguato e credibile quell'affidabilità intrinseca che fa dell'esperienza cristiana la grande speranza per la vita.
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