Editoriale – 3
Il 30 settembre si è conclusa la mia esperienza di parroco presso la Parrocchia S. Maria di Costantinopoli in San Felice del Molise. Questo è il testo del saluto che ho rivolto ai fedeli.
Carissimi fratelli e sorelle,
approfitto delle due messe odierne per rivolgervi alcune parole di saluto al termine della mia esperienza di pastore in questa splendida comunità; parole di saluto e non di addio perché anche se non più legato a voi dall’essere parroco, mi sento profondamente legato dal punto di vista umano, e spero e desidero di potervi incontrare ancora e spesso.
Sono arrivato da queste parti sette anni fa con il compito di aiuto ma per i primi cinque anni la mia presenza è stata concentrata altrove. Poi le circostanze della vita (o meglio il disegno della provvidenza) mi ha voluto pastore di questa comunità. Sono stati due anni magnifici, bellissimi, direi se non i migliori anni della nostra (mia) vita – come recita una canzone che mi avete sentito spesso cantare – di sicuro i più belli di questi miei primi dieci anni di sacerdozio dal momento che il prossimo 25 ottobre sarà proprio il decimo anniversario della mia ordinazione.
Ho iniziato il mio ministero in mezzo a voi con timidezza e circospezione, forse anche un po’ prevenuto; al di là della mia esagerata effervescenza sono una persona timida e i primi mesi si sono rivelati una scoperta delle persone e anche della ricchezza, delle cose belle e positive dentro ognuno. Poi tutto è cresciuto a poco a poco ed è accaduto il miracolo dell’amicizia e della fraternità. Voi mi avete accolto e voluto bene, nonostante la precarietà della mia presenza (per quanto il sindaco mi abbia sempre ripetuto che non conta la quantità ma la qualità dello stare). Ho scoperto così un ambiente umanamente bello ed edificante, un luogo dove sono stato bene, dove mi sentivo a casa; per questo ho dormito spesso in canonica, per questo sono entrato in tante case. Ho scelto la condivisione e nelle oltre 25 case dove ho pranzato, di tutte conservo bei ricordi, di quelli che ti restano perché ti hanno fatto crescere.
Ecco, fratelli, questa è stata la cosa più importante per me: me ne vado non come sono venuto ma cresciuto nella mia umanità e nella mia fede, più adulto, più maturo, meno superficiale e più cristiano; tutto questo lo devo a voi perché siete stati la circostanza attraverso la quale Dio ha manifestato a me la sua bontà e bellezza.
Volendo portare con me una scatola immaginaria con dentro le cose più belle (come fa uno quando lascia un ufficio) vi porterei tutti perchè non c’è faccia che non evochi in me un ricordo, una circostanza, una difficoltà, un momento vissuto insieme. Quante occasioni, quante giornate, quante parole dette, quante risate e quante lacrime condivise nelle case e lungo le strade di questo nostro amato paese.
Chi potrà mai dimenticare le ultime due estati, l’esperienza del presepe vivente, le feste, le scampagnate, le serate assieme (e non ditemi che sono un mangione e un beone). Quanto mi pesa dovermi separare da tutto questo. Ho cercato, come dice San Paolo (cf 1Cor 9, 22) di farmi tutto a tutti per portarvi a Cristo; non sempre ci sono riuscito ma talvolta è accaduto il miracolo dell’amicizia; direi che l’amicizia è un miracolo perché gli amici sono la cosa più bella della vita, non dimenticatelo!
E allora se penso alla mia vita negli ultimi due anni mi accorgo ben oltre il lavoro accademico, le soddisfazioni del pubblicare libri e dell’essere un docente universitario “apprezzato”, quello che ha riempito di più la mia vita, le ha dato spessore e sapore, siete stati voi.
Certo non è stato solo rose e fiori; sono realisticamente consapevole della mia inadeguatezza, delle tante mancanze; so di non essere stato all’altezza se penso ai dolori non accompagnati, ai lutti non sostenuti, alle solitudini non condivise. La nostra chiesa è piena ma vuota di giovani ed io per loro non ho fatto quasi nulla; abbiamo una casa di riposo di cui non sono stato certo un frequentatore. E poi il limite della mia umanità nel rapporto con le persone, gli errori, le incomprensioni, le fatiche. Ma la cosa che più mi ha colpito e sorpreso è stato il fatto che non solo mi avete accolto nonostante questo, ma che tante volte mi avete anche perdonato, e questo è stato per me come un altro miracolo.
Lasciando San Felice prego Dio perchè cresca la vostra umanità e la vostra fede; vorrei che lo spessore umano della nostra comunità fosse più grande, che il contenuto delle conversazioni (soprattutto tra i giovani) non fosse solo il racconto di quello che è successo al bar ieri sera. Se c’è spessore umano si diventa esempio, luogo che si ama non perché è bello trascorrerci le vacanze ma perché vale la pena stare in mezzo a gente come voi. E poi vi auguro di crescere nella fede: che Gesù Cristo diventi sempre più il tutto della vostra vita, il senso di ogni cosa. Abbiamo molto da crescere per superare la prova delle divisioni e dei rancori che rendono la vita un disastro e ci abbrutiscono.
Pensando a questo momento mi è tornata in mente una scena del film Pretty Woman; quando R. Gere dà al direttore dell’albergo il gioiello da un quarto di milione di dollari perché lo restituisca alla gioielleria dove l’aveva preso in prestito. Ebbene il direttore aprendo la custodia e ammirando la bellezza del gioiello esclama: “deve essere dura allontanarsi da una cosa così bella”: sì, è dura allontanarmi oggi da una realtà così bella e preziosa per me. Lascio San Felice anche con due grandi dolori: quello per la morte di Gino – con cui ho condiviso tanto – e quello per la morte di Gianni.
Affido al Signore ciascuno di voi, ed ogni volta che dirò “io” sarà sempre anche avendo davanti i vostri volti.
Vi esprimo la mia gratitudine, questa sì chiara e vera, non incerta.
Che Dio vi benedica, oggi e sempre
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