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By antonio.sabetta21 Aprile 2010In Editoriale

Editoriale – 20

Si avvia a conclusione un altro semestre; per quanto possa sembrare retorico e scontato devo riconoscere che la percezione della velocità del trascorrere del tempo è cresciuta all'inverosimile. Mi fermo un attimo, mi volgo indietro e ciò che era ieri, già si perde lontano all'orizzonte come qualcosa che sembra davvero nel tempo del trapassato. Forse è nella dinamica delle cose, di questo tempo che divora tutto ed è avido di ciò che gli sta davanti, sempre pronto a fare terra bruciata di ogni istante. Potrebbe sembrare così di avere addosso la sensazione di un grande vissuto, quando tutto nella brevità del suo essere già stato sembra un essere trapassato; eppure nel breve volgersi indietro, e scoprire che ciò che era ieri fu un tempo, non rimane affatto la traccia scavata del vissuto, che non si cura dello scorrere del tempo, perché riconosce l'intensità e la vibrazione del reale nel suo accadere ed essere vivo. Ti fermi un attimo e ti accorgi del tempo volato e perso, delle occasioni andate, del non aver concluso troppo, del non essere mai abbastanza al passo con quello che ti eri ripromesso.

Quasi finisce un semestre in attesa delle bozze del volume su Vico che l'editrice Studium ancora non mi ha spedito (quanta lentezza!), con in cantiere una nuova raccolta di meditazioni a sfondo "spirituale" (detesto questa parola) che dovrebbe vedere la luce in un volume, spero dopo l'estate se non prima. In questi mesi mi sono dedicato (e mi sto dedicando) anche all'aspetto della didattica legato all'insegnamento. Mi rendo conto insegnando che non c'è testo che corrisponda a come vorresti impostare il tuo corso e le lezioni, e allora ti decidi a scriverlo tu, tentando e di far rifluire la tua personale rilettura delle tematiche, e di avere un'accortezza didattica perché soprattutto quando hai a che fare con gli incipientes, con coloro che si avvicinano agli studi filosofici e teologici, corri il rischio che il tuo corso non serva, perché i tuoi alunni non lo capiscono o non lo trovano interessante e non lascerà in loro traccia oltre lo spazio di un breve tempo (se sei fortunato). Certo nulla è scontato e immediato, tutto esige la fatica del lavoro e della comprensione, che si accresce quando si ha di fronte uno come me che nello scrivere, purtroppo, non è il massimo della scioltezza e scorrevolezza. In queste settimane sto ripercorrendo i diversi momenti della storia della teologia, con particolare attenzione all'avvincente Medioevo, così articolato e ricco, spero di poter dare una forma al travaglio medievale dell'idea di teologia e del rapporto fra fede e ragione.

God willing a maggio parto per l'Irlanda per una tre settimane di studio del mio amato inglese. Tornerò a Maynooth, la mia seconda casa (all'estero), questa volta non d'estate ma prima del rompete le riga del campus universitario. Spero solo di non dover rinunciare al sole per tutto il tempo del mio soggiorno, come accadde l'ultima volta.

Non c'è niente da fare, aveva ragione Heidegger: siamo progetto (Entwurf), scagliati nel reale, mai sottesi ma protesi a quello che sta davanti, mai distesi, sempre ipertesi, senza poter scegliere diversamente. È vero che siamo liberi ma in una cosa non siamo liberi, nella libertà di essere liberi perché tutto si sceglie nella vita tranne la scelta di scegliere. E allora la libertà, cui tutti siamo destinati può diventare la nostra condanna o il contenuto del nostro stupore, la strettoia della pretesa o l'orizzonte della gratitudine. Mi colpisce quello che scrive Pavese in due passaggi del suo Il mestiere di vivere, testo che mi fa compagnia in queste sere come "viatico" prima di andare a dormire: «Com'è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» (27.11.1945). E qualche mese dopo: «Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà, è fatta di cose che non hai calcolato. Ti è data. Chi, chi, chi ringraziare? Chi bestemmiare il giorno in cui tutto svanirà?» (20.11.1949).

È tenue la linea tra ringraziare e bestemmiare, tra riconoscere e pretendere, tra bontà dell'essere e infinita vanità del tutto. Nella mia vita è accaduto il miracolo di poter ancora oggi ripetere: "tutto è grazia!"

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