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By antonio.sabetta19 Luglio 2010In Editoriale

Editoriale – 21

Il 16 luglio scorso il card. Agostino Vallini in qualità di Moderatore mi ha nominato Preside dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose "Ecclesia Mater" di Roma collegato alla Pontificia Università Lateranense, per il quinquennio 2010-2015.

Ho pensato di inserire qui quello che ho scritto come presentazione del nuovo ordine degli studi:

 

"… E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo" (1Pt 3, 14-16).

 

Ho voluto iniziare con la citazione di questo noto brano biblico perché mi sembra che esso contenga alcune sottolineature importanti per capire il senso di un'istituzione come l'Ecclesia Mater e dello studiare la teologia in essa. Il contesto delle affermazioni dell'autore della lettera è quello della persecuzione. Egli chiede ai fedeli che dall'adorazione del Signore risorto scaturisca una permanente disponibilità a saper compiere la difesa non solo e non tanto della speranza, quanto della ragione della speranza che è in loro, cioè del motivo dotato di senso della speranza, quello che rende appunto degna di fede la speranza. L'agiografo, dunque, esortando all'apologia, chiede che il cristiano espliciti le ragioni della propria speranza/fede e ciò è possibile perché il contenuto della fede non è assurdo, irrazionale o il prodotto del nostro sentimento, bensì possiede una intrinseca ragionevolezza. Quanto poi al modo dell'apologia, il testo ci indica che essa non è mai violenta, anzi le si richiede dolcezza e retta coscienza; non la violenza ma il metodo della persuasione e del dialogo. Questo ci dice in primo luogo che nel momento in cui giustifichiamo la fede non facciamo altro che dire le ragioni per cui crediamo, i motivi per cui Gesù Cristo è l'essenziale della nostra vita, il luogo, o meglio la persona concreta, nel quale trova pieno senso e compimento ogni dettaglio, della nostra umanità, da quello più elevato a quello più trascurabile. Naturalmente, e questo introduce un secondo aspetto decisivo, le ragioni della fede non si dicono mai in astratto ma nel "qui e ora" del momento presente che definisce concrete persone a cui ci rivolgiamo e determinati orizzonti di senso e categoriali con cui abbiamo a che fare. È necessario che il nostro "dire la fede" sia comprensibile per chi ci ascolta; questo non può accadere se non vi è quello sforzo necessario di capire l'altro, il tu che abbiamo di fronte, il suo orizzonte e universo di senso perché il fatto cristiano possa riverberare e presentarsi con una significatività anche per lui che vive e pensa secondo determinate categorie.

Ora l'autore sacro non si rivolge soltanto ad alcuni membri della comunità cristiana ma a tutti, proprio perché il rendere ragione della fede appartiene intrinsecamente ad una fede adulta ed autentica e non può essere delegato ad alcuno; sant'Agostino in tal senso affermava che "la fede se non è pensata è nulla" (De praedestinatione sanctorum 2,5). Direi allora che una istituzione come l'Ecclesia Mater ha il precipuo compito di riflettere sulla fede cristiana, di aiutare maieuticamente ogni credente a trovare le ragioni del proprio credere, a sviscerare il senso di quell'incontro con Gesù che è all'origine della nostra fede. Naturalmente nell'Istituto l'approfondimento della fede viene svolto in forma accademica e scientifica che costituisce la specificità di un'istituzione in cui, appunto, si studia la teologia, il sapere della fede. La teologia è per tutti i credenti e non è possibile separare o distinguere di grado e di dignità fra una teologia per i chierici o i candidati al sacerdozio ministeriale e una teologia per i laici, sia perché tutti i battezzati sono chiamati a riflettere criticamente sulla propria fede, sia perché studiare teologia e fare teologia non sono prerogativa degli ordinati, come illustri esempi, soprattutto tra i Padri della Chiesa, ci testimoniano, da Giustino a Origene.

In questo senso è proficuo e importante il legame con la Facoltà di Teologia dell'Università lateranense che si esprime anzitutto nella presenza di diversi docenti che insegnano in Istituto e in Facoltà, il più delle volte svolgendo gli stessi programmi nei corsi; che vi siano docenti totalmente dediti allo studio, alla ricerca, all'insegnamento e alla pubblicazione scientifica, lungi dal costituire una limitazione, costituisce un ulteriore ragione della qualità e dello standard accademico dell'Ecclesia Mater. […]

In un tempo in cui è forte la tentazione o di leggere apocalitticamente il presente, giudicandolo irricevibile dal punto di vista cristiano, o di trasformare la prossimità in assenza di discernimento, la comprensione attenta ed adeguata del contesto odierno diventa decisivo sia per rendere testimonianza della fede sia per entrare adeguatamente nel merito dei dibattiti e per abitare la complessità frammentata che definisce la nostra contemporaneità postmoderna. Non bisogna infine dimenticare un aspetto essenziale. La fede cristiana non è mai solo la "mia" fede ma si dà sempre dentro la comunità della chiesa che è il grembo sacramentale e reale della fede; ciò significa che non si crede in astratto né si crede qualcosa di diverso da quello che la chiesa ci annunzia e trasmette. La chiesa, dunque, è il "luogo" della fede e, conseguentemente, della teologia. Ciò fonda e spiega il particolare legame che l'Ecclesia Mater ha con la Chiesa di Roma, legame significato dal fatto che giuridicamente moderatore dell'istituto è il Cardinale Vicario e dal radicamento ecclesiale degli insegnamenti che si impartiscono.

Le sfide che il nostro tempo continuamente pone alla fede cristiana sono numerose e ardue; l'Istituto vuole essere un aiuto ad entrare nella "disputa del tempo presente", come Benedetto XVI ricordava concludendo il suo discorso a Ratisbona: «L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente».

 

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