Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare
Un testo duro, dove la realtà viene descritta con tinte realiste e dove non c'è possibilità di scampo alla verità che ci lascia interdetti e rassegnati di fronte al suo essere ben diversa da quella che ci attenderemmo o vorremmo che fosse. Solo il desiderio di rivedere la sua amata Leonora sostiene la fatica del Tasso, rinnova la sua anima, gli fa dimenticare le tante calamità; un pensiero così forte che basta il fatto di non poterla rivedere a far perdere a Tasso la possibilità di essere felice; fosse possibile, ci fosse ancora speranza di incontrarla, verrebbe meno la certezza dell'impossibilità della felicità, ovvero cambierebbe lo statuto delle cose e non importa se la misura dell'immaginazione o del sogno non è sovrapponibile all'immagine reale. Il sogno rimane il luogo del rifugio dove le cose prendono la piega che l'uomo desidera, una sorta di mondo parallelo ed altro dove è possibile una realtà diversa. Allora meglio il sogno che il vero, perché il sogno possiede quella bellezza e dolcezza che mai si può rinvenire nella realtà vera, quella dove tutto, anche la cosa che più ci scuote facendoci provare brividi di gioia profonda – la donna amata – perde la sua bellezza, si ri-dimensiona. Il sogno si rivela essere l'unico luogo dove l'uomo trova conforto dalle calamità, ristoro dall'infelicità della condizione vigile, l'unico luogo dove (ci si illuda) si possa essere felici. Poiché due sono le cose incomponibili: la realtà e il desiderio della felicità (il piacere), dal momento che l'uomo non si può spogliare del desiderio, può solo rinunciare al reale determinandosi a vivere nei sogni, l'unico luogo dove il piacere è solamente o massimamente.
Ma che cos'è il piacere? Tasso si tira indietro da una possibile descrizione o definizione non avendo lui esperienza del piacere; tuttavia il genio lo consola: il piacere è solo una questione mentale ("speculativo"), ideale, ma non reale, non un fatto, un concetto e non un'esperienza (un sentimento dice Leopardi). Perché il piacere non diventa mai esperienza? Perché pertiene sempre o al passato o al futuro e poiché l'uomo dispone solo del presente, l'esito è l'impossibilità dell'esperienza della felicità, poiché solo il presente configura il darsi dell'esperienza. E da dove viene allora questo fuggire il presente? Dalla dinamica stessa del desiderio: si desidera e si lotta terribilmente per ottenere quello che si desidera, ma quando si giunge al diletto l'uomo è già proteso verso un piacere più grande e più vero per cui attende con una speranza cieca di godere meglio e più veramente in altre occasioni e questa attesa che deriva dall'inevadibilità del desiderio, priva il presente della possibilità di sperimentare la felicità. Il piacere, allora, è sempre passato o futuro, mai presente.
Nello Zibaldone Leopardi si attarda a mostrare come il piacere è sempre solo futuro quando scrive: «Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente, in quell'ordine di cose che noi conosciamo) si può dire ch'è sempre futuro, non è se non futuro, consiste solamente nel futuro. L'atto proprio del piacere non si dà. Io spero un piacere; e questa speranza in moltissimi casi si chiama piacere. Io ho provato un piacere, ho avuto una buona ventura: questo non è piacevole se non perché ci dà una buona idea del futuro; ci fa sperare qualche godimento più o meno grande; ci apre un nuovo campo di speranze; ci persuade di poter godere; ci fa conoscere la possibilità di arrivare a certi desideri; ci mette [533] in migliori circostanze pel futuro, sia riguardo al fatto e alla realtà, sia riguardo all'opinione e persuasone nostra, ai successi, alle prosperità che ci promettiamo dietro quella prova, quel saggio fattone. ec. Io provo un piacere: come? ciascuno individuale istante dell'atto del piacere, è relativo agl'istanti successivi; e non è piacevole se non relativamente agl'istanti che seguono, vale a dire al futuro. In questo istante il piacere ch'io provo, non mi soddisfa, e siccome non appaga il mio desiderio, così non è ancora piacere, ma ecco che senza fallo io lo proverò immediatamente; ecco che il piacere crescerà, ed io sarò intieramente soddisfatto. Andiamo più avanti: ancora non provo vero piacere, ma ora (chi ne dubita?) sono per provarlo. Questo è il discorso, il cammino, l'occupazione, l'operazione, e la sensazione dell'animo nell'atto di qualunque siasi piacere. Giunto l'ultimo istante, e terminato l'atto del piacere, l'uomo non ha provato ancora il piacere: resta dunque o scontento: o soddisfatto comunque per una opinione debole, falsa, e poco, anzi niente persuasiva, di averlo provato» (533-534).
Ma è interessante la conclusione di Leopardi che dice la ragione ultima del fatto che il piacere non è né può essere né passato né presente, ma solo futuro: «non può esserci piacer vero per un essere vivente, se non è infinito; (e infinito in ciascuno istante, cioè attualmente) e infinito non può mai essere, benchè confusamente ciascuno creda che può essere, e sarà, o che anche non essendo infinito, sarà piacere» (535). La conseguenza di quanto detto è terribile: non ci è dato il piacere – cioè la felicità – eppure l'obiettivo, l'intento non solo necessario ma addirittura unico della nostra vita è la felicità/piacere e perciò mancando del suo fine l'uomo è permanentemente imperfetto, è una mostruosità.
Qualcosa di simile Leopardi lo scrive due anni più tardi nello Zibaldone dove incontriamo parole di greve durezza: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità» (4174).
Dinanzi a simile terribile e disarmante realismo, torna la domanda che attraversa il Dialogo di Plotino e Porfirio: perché vivere, perché accettiamo di vivere e desideriamo il bene e di fronte abbiamo solo il male, che è la cifra ultima dell'essere e come tale si manifesta nell'uomo nel tormento per la sproporzione fra desiderio e realtà? Non c'è risposta, non la dà né il genio né Torquato. E il discorso sembra cambiare registro perché si sposta dai dolori alla noia, ma in realtà solo più dettagliatamente articola la verità appena detta che per il suo peso va accantonata (l'uomo non può reggerne la gravità) ma che alla fine torna altrimenti; e infatti nel dialogo entra il riferimento alla noia.
Interessante la definizione che viene data di noia, quella noia che già da sola uccide e della quale non manca mai l'esperienza. La noia è il desiderio puro della felicità, non soddisfatto dal piacere e non offeso apertamente dal dispiacere. Siccome la felicità non è possibile, la vita è intessuta di dolore e di noia e ci si riposa dall'uno cadendo nell'altra. La noia è come l'aria: riempie tutto, s'infila ovunque, come l'aria nelle ragnatele, facili da attraversare perché tenui e rade, come i piaceri. Il genio indica tre rimedi: il sonno, l'oppio, il dolore, soprattutto il dolore, che è l'unica vera distrazione; secondo Tasso anche la varietà di azioni, occupazioni e sentimenti nella misura in cui distrae alleggerisce la noia. Perciò la solitudine in cui il Tasso si trova non aiuta, anche perché l'essere lontano dagli affari comuni ci fa dimenticare della vanità della miseria delle cose del mondo fino al punto che torniamo ad apprezzare, amare e desiderare la vita, così da rendere ancora più dolorosa l'esperienza che ci attesta il contrario.
La conclusione definitiva è disarmante e sconsolante. Un ricordare a Tasso come a tutti che l'unica utilità della vita è consumarla tra sognare e fantasticare: altro frutto non è possibile, come a dire che bisogna solo attendere che la vita passi, sperando che il suo peso non diventi fardello insopportabile.
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