Il dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: di come neanche la morte possa rendere lieto l’uomo, "pero’ ch’esser beato nega ai mortali e nega a’ morti il fato"
C'è un senso di rassegnazione ma senza disperazione; c'è un'atmosfera silenziosa ma non cupa, un senso di liberazione anche se non fino in fondo; c'è il silenzio della morte che avvolge ogni cosa come destino naturale dell'essere. La morte, la sola realtà eterna nel mondo (quasi un ossimoro visto che nulla è eterno nel mondo), la morte che è il destino e il fine di tutto dal momento che ogni cosa si volge (prende direzione) verso di lei, la morte che ti aspetta alla fine di tutto nonostante da lei si fugga vivendo; la morte, la cosa più stupidamente temuta, quella che crediamo faccia più male e invece la cosa più naturale che ci sia, come il dormire che solleva e allevia, che ristora e distrae, che ci permette di trovare tregua dall'infelicità che accompagna ogni istante della vita cosciente. La morte appare l'unico piacere in quanto cessazione di qualunque disagio e dolore; dovremmo essere tutti grati al languore della morte!
Eppure at the end of the day c'è una gratitudine che non riesce ad esprimersi per davvero, c'è un sottofondo che la morte non riesce nemmeno lei, la signora sola eterna, dominatrice e destino di tutto, a cancellare. La canzoncina la cantano tutti i morti, ovunque, in qualunque sepoltura: vuol dire che tutti condividono questo pensiero, è qualcosa di universale. E allora da chi vive nella verità, da chi ha fatto l'esperienza definitiva della verità – i morti – giunge la rassicurazione all'uomo timoroso verso la morte: non bisogna avere paura della morte, è qualcosa di naturale a cui ci si abbandona come quando uno si addormenta, anzi il torpore della morte è più gradito di quello del sonno perché "succede a molto maggior travaglio" (Zibaldone, 291), il travaglio di un'intera vita. Non dolore, nessuna lacerazione, nessuna tragedia ma piuttosto piacere, diletto, paragonabile al diletto del languore di sonno che ristora e distrae facendo cessare dolore e disagio. La morte mette al riparo dall'antico dolore, rende sicuri e mette al sicuro.
Tuttavia, mi pare di cogliere in questo breve dialogo, e soprattutto nelle nette parole dei morti, neppure la morte può concedere all'uomo un barlume di felicità essa, infatti, gli toglie il tormento, l'assillo, ma non la domanda: quella resta anche da morti e per questo la nostra natura ignuda (senza più niente, senza scuse, senza scudi, senza illusioni) non è lieta ma solo sicura: per due volte il poeta ripete "nostra ignuda natura lieta no ma sicura dall'antico dolore". Ai morti la vita rimane un ricordo; quella cosa arcana e stupenda è ricordo che si sfalda come sogno, mentre il tempo si consuma vuoto e lento, però almeno senza tedio. Il paradosso dell'esistenza: il desiderio di vivere da un lato e l'esperienza della vita col senno di poi come "punto acerbo", come una realtà non solo trascurabile ("punto") ma anche sgradevole, dannosa ("acerbo") che mi richiama subito l'espressione "atomo opaco di male" del Pascoli. Ma la liberazione dall'affanno e dalla paura che la morte procura è incompleta, non è totale. Certo è una liberazione: non è più dato tutto ciò per cui l'uomo ha lottato, ha temuto e sofferto e non deve più patire per la negazione, non deve più rimanere nell'antico dolore ("arcano è tutto fuorché il nostro dolore…"). Eppure non c'è felicità neppure dopo la morte; se manca la lena che animava la speranza e il desiderio però le cose non cambiano al loro fondo: l'uomo rinuncia a cercare la felicità, la morte lo priva del dolore dell'infelicità ma non gli dà felicità, né l'uomo può accontentarsi dell'idea che non deve più soffrire a causa della sua ricerca della felicità irraggiungibile; questo infatti non lo rende felice pur lasciandogli il desiderio della felicità: l'essere felici è negato ai mortali – e questo si sapeva – ma anche ai morti e così l'infelicità come male definisce l'identità dell'essere in tutte le sue forme.
La morte cancella l'affanno ma non estirpa la domanda, che permane irrisolta, eterna; e mentre si rivive nella memoria la vita, quel punto acerbo, arcano e stupendo, nella condizione dell'ignuda natura, tuttavia la domanda non è spenta: non c'è più l'affanno, mancano le forze, ma non c'è la felicità, c'è solo l'essere messi al sicuro dall'antico dolore, dal non riuscire ad essere felici pur desiderandolo esserlo con ogni fibra del nostro essere. Non basta essere al sicuro dall'affanno per essere felici e perciò l'affanno originario resta: la felicità non la cerchi più ma la vuoi ancora. La morte non dà la felicità perché mette l'uomo al sicuro dal dolore e così la domanda rimane, al cospetto delle età "vote e lente", in un arido spirito che si consuma senza tedio. La vita appare un ricordo lontano: tanto affanno, tanto dolore, tanto lavoro, tutto è finito, tutto è ricordo che si sfalda ma questa cessazione non riesce a dare la felicità, quel desiderio di essere beato che rimane al fondo di tutto anche dopo la morte. Non dover più soffrire, non dover più vivere l'acerbità della vita, pur arcana e stupenda se guardata con il senno di poi (da morti), è l'unica cosa che resta, ma è insufficiente a far sentire l'uomo sollevato perché il desiderio è sempre lì, il voler essere beato è qualcosa che avverti anche da morto e la consapevolezza della sua negazione nasce dall'esperienza della sua mancanza da vivi ("mortali") e da morti. Ecco la tragedia: il non potersi mai liberare di ciò che ci definisce e ci condanna.
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