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In ricordo di Xavier TIlliette (1921-2018)

 

La sera del 10 dicembre 2018 è tornato alla casa del Padre il gesuita Xavier Tilliette, nato nel 1921; è stata una notizia triste sebbene nell'aria data l'età di p. Tilliette e le sue condizioni di salute che da alcuni anni gli impedivano di avere una vita pubblica. Xavier TIlliette è stato un gigante della Filosofia e della Teologia a partire dai suoi monumentali studi su Schelling, fino soprattutto a quella "cristologia filosofica" che a lui deve tutto, dalla fondazione epistemologica all'esser diventata una caso serio dell'approccio teologico-fondamentale alle questioni del rapporto fra ragione e fede e della fecondità speculativa del cristianesimo anche dentro la modernità.

Ho avuto la fortuna di incontrare più volte p. Tilliette. La prima fu a Napoli in occasione del conferimento del dottorato honoris causa presso la sez. San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (1993). Poi però l'ho incontrato a Roma durante i miei studi dottorali introdotto alla sua conoscenza dal prof. G. Lorizio. In un salottino presso l'Università Gregoriana esposi a p. Tilliette la mia idea di tesi, l'intenzione di studiare per verificare la possibilità di rivisitare il paradigma storiografico dei rapporti fra cristianesimo cattolico e modernità, cercando di oltrepassare lo schema della separazione a partire anche dalla cristologia filosofica. Ricordo che rimase colpito dal progetto che giudicò avvincente ma anche oneroso, ma che seguì e apprezzò tanto da voler redigere la postfazione al volume che raccolse la mia tesi dottorale un cui capitolo era dedicato proprio a X. Tilliette. In seguito ho tenuto corsi in Università sulla cristologia filosofica; ho contribuito con un breve saggio dal titolo «L'interpretazione della modernità filosofica in Xavier Tilliette» nella miscellanea del 2006 Vernunft und Glaube curata da S. Dietzsch e G.F. Frigo (nella sezione Publbicazioni è possibile scaricare il file pdf) ed ho voluto rendere omaggio a p. Tilliette traducendo e curando l'edizione italiana dell'unica monografia rimasta inedita in italiano ovvero Gesù romantico (2014). Nel 2015 ho pubblicato un volume proprio sulla cristologia filosofica - La cristologia filosofica nell'orizzonte della modernità - a partire e (sommessamente) oltre la proposta teoretica e storiografica di Tilliette.

Per ricordare p. Tilliette voglio riportare la postfazione che scrisse al mio volume Teologia della modernità che viene spesso citata dagli scholar (da M. Borghesi in primis).

 

 

Modernità e teologia

(postfazione a A. Sabetta, Teologia della modernità, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, 671-675)

 

Conviene salutare come merita questa monumentale summa che, a partire da quattro "focolai" di prospettive convergenti, tenta sobriamente di dare una spiegazione, se non addirittura un giudizio, della modernità, cioè dei tempi moderni. Poiché il termine alquanto equivoco di postmodernità si è accreditato, sembra che siamo in una posizione adeguata per lanciare uno sguardo indietro sui secoli trascorsi e delinearvi una figura dello spirito. La transizione si sta effettuando ed entriamo nella situazione descritta da Hegel in cui l'aurora si è levata e "si disegna la forma di un nuovo mondo". Il testo della Prefazione della Fenomenologia dello Spirito è ben noto. Tuttavia non sono sicuro che siamo veramente usciti dalla modernità e la postmodernità dai tratti così incerti, così indistinti, è forse un'illusione. I barellieri di Anania scalpitano ancora dietro le porte. In ogni caso soggiorniamo nel clima deleterio dell'ateismo e della morte di Dio che hanno impregnato la cultura di una lunga epoca incompiuta, a meno che non si consideri come una novità radicale la secolarizzazione a oltranza che ha fatto seguito al "disincanto del mondo" e al declino del sacro. Eppure una certa omogeneità di fisionomia giustifica una considerazione globale dell'era post-cartesiana fino ad Heidegger.

Antonio Sabetta, allievo del prof. Giuseppe Lorizio, ha dunque fatto la scelta di quattro osservatori o quattro paia di occhi, due filosofi - Augusto Del Noce e Xavier Tilliette - e due teologi - Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac. Nell'economia dell'opera non si tratta di sguardi incrociati ma piuttosto di quattro punti di vista monografici. L'autore ne è cosciente, nondimeno però si vieta di avviare dei paragoni o di puntellare delle differenze. L'insieme, piuttosto compatto, conserva l'omogeneità e l'unità dell'oggetto cioè del vasto fenomeno storico e culturale compreso sotto il nome di modernità. A dire il vero, dei quattro testimoni presi in considerazione, uno solo si è confrontato tematicamente e costantemente con l'evento, cioè il pensatore di Torino Augusto Del Noce. Non si poteva non attribuirgli un posto considerevole. Egli ha avuto l'immenso merito, in un'atmosfera affatto favorevole, perché ingenuamente euforica, di denunciare l'impresa subdola o trionfante dell'ateismo pratico col pretesto del socialismo e della giustizia per tutti. Egli è stato il Joseph de Maistre del XX secolo e il solo, assieme al Padre Gaston Fessard, a denunciare i misfatti di un comunismo intrinsecamente perverso. Da filosofo consumato Del Noce ripercorre il cammino da Descartes a Marx passando per l'Illuminismo e Rousseau, una evoluzione non necessaria malgrado il suo successo storico, poiché si può rinvenire un'altra "discendenza" post-cartesiana con Malebranche, Vico e Rosmini. Pascal brilla come un solitario ed ha per pendant nichilista F. Nietzsche, figura eponima dell'ateismo postulatorio (Scheler).

Del Noce aggira rispettosamente le cime nevose dell'Idealismo tedesco. Questo significa che egli non rende Hegel responsabile della grande deriva atea. È, effettivamente, un'eresia della storia della filosofia lo stabilire una filiazione Hegel-Feuerbach-Marx-Strauss. L'interpretazione di Hegel fatta da Feuerbach, Bruno Bauer, la Jung-Deutschland, e la sinistra, è superficiale e arbitraria, pilotata da lontano dall'Illuminismo ed è la ragione per cui, del resto, Feuerbach è l'enfant chéri dei teologi postmoderni mentre i teologi seri come Pannenberg e Jüngel, tornano a Hegel. Qualunque cosa si pensi, nemmeno Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar, anche se mostrano - soprattutto il secondo - una estrema diffidenza verso il Sistema e il razionalismo dissolvente il mistero, confondono Hegel e Feuerbach; essi piuttosto ricongiungono quest'ultimo all'eredità rivoluzionaria. Il celebre articolo di K. Barth ha eretto un argine di protezione.

Il Padre de Lubac procede mano nella mano con Del Noce nell'analisi e nella denuncia del "dramma dell'umanesimo ateo", in cui egli rileva i ruoli contrastati di Auguste Comte e di Proudhon. L'opera, alquanto nota, che inalbera questo titolo, è segnata dalla contingenza dell'epoca e tuttavia, la sua lucidità la conduce ai confini, alle sponde del XXI secolo. Non bisogna omettere di "puntellarla" con il capolavoro della vecchiaia, La postérité spiritelle de Joachim de Flore il quale rivela tentazioni più sottili, e in particolare quel secolarismo che denuda il Cristo rendendolo un passante, un ospite di passaggio, persino un traghettatore, per lasciare il posto a una religione del tutto privata che privatizza lo stesso Vangelo eterno. Nell'insieme il pronostico di Henri de Lubac è cupo, senza per questo sconcertare il cristiano che sa che il Cristo soffrirà fino alla fine del mondo.

Più pessimista e quasi amara la constatazione di Balthasar al quale la nostra epoca ricorda le tenebre peggiori della fine del Medio Evo. L'ostilità a Teilhard de Chardin, questo araldo della modernità (che de Lubac assolve ampiamente) è sufficientemente eloquente. Tuttavia l'opera potente e geniale di Balthasar smentisce in gran parte il disincanto. Herrlichkeit fornisce la prova che "la bellezza salverà il mondo". Balthasar ha rinnegato il tono profetico de L'apocalisse dell'anima tedesca, questa eruzione giovanile, ma non il simbolo di Prometeo che governa anche il razionalismo post-kantiano. Lo studio di Sabetta si sofferma soprattutto sulla trilogia (o trittico) dando scarso rilievo a due testi altrettanto importanti e luminosi come la piccola Teologia della storia e, soprattutto, Il tutto nel frammento.

L'esame quadripartito, contemporaneamente diligente e lucido allo stesso tempo, è preceduto da uno studio approfondito di importanti documenti del magistero, da Pio IX a Giovanni Paolo II: la costituzione Dei Filius del Vaticano I, il Sillabo, Aeterni Patris di Leone XIII, Pascendi (Pio X), Humani Generis (Pio XII) e, soprattutto, Gaudium et spes e infine l'enciclica Fides et ratio. Aeterni Patris è la rondine che non ha fatto primavera e la diga della Pascendi è interpretata con un certo irenismo. Si rimane un po' sorpresi dal bilancio severo di Gaudium et spes e soprattutto di Fides et ratio che Sabetta redige. Le sue riserve riflettono i giudizi molto mitigati di tutta un'ala di teologi e gli echi altrettanto severi sull'ultima enciclica intesi in Italia. La ricezione in Francia è stata più favorevole, sia perché gli artefici della costituzione conciliare furono soprattutto francofoni, sia perché le idee sviluppate in Fides et ratio sono state poco conformi ai canoni peninsulari. Sottostante alla rassegna talvolta sommaria delle filosofie, in Fides et ratio vi è l'idea non abituale presso i filosofi italiani e mal permeabile alla mentalità laicista, di una filosofia cristiana autoctona dalla testa ai piedi. Questa filosofia, non soltanto ispirata ma abitata dal cristianesimo, è quella che emana dal pensiero di un Rosmini, di un Newman, di un Soloviev, di un Blondel e che si tratta di far venire fuori in piena luce. Questa filosofia è la "santità della ragione" (Blondel) o la "rinascita della ragione" (Rousselot). Quello che Gilson ha così ben messo in rilievo per la filosofia medioevale, è l'essenza cristiana della filosofia che sussiste, sebbene spesso deformata, in ogni filosofia che si sforzi di essere metafisica. Poiché l'uomo rigenerato dal cristianesimo emette suo malgrado la filosofia del suo stato. È in questo che Fides et ratio, nonostante i suoi scorci discutibili, apporta del nuovo alla tradizione del Magistero. Il Cristo era "lo sconosciuto in casa".

Vengo ora alle questioni che mi riguardano personalmente. Il dott. Sabetta mi ha fatto l'onore di annoverarmi al fianco di tre giganti e questo mi lusinga e mi riempie di confusione; ma per forza di cose rimpicciolisco a causa del paragone. Posso tuttavia avviare un inizio di dialogo con il mio generoso interprete, dimenticando il vicinato opprimente al quale egli mi ha obbligato. Farò dapprima osservare che non mi sono mai preoccupato della modernità come tale e dunque io non ho mai ridotto la modernità alla "morte di Dio" né alla secolarizzazione. D'altra parte non ho messo sul conto delle filosofie dell'età moderna la presenza segreta e vigilante del Cristo. La cristologia implicita della filosofia non mi sembrava caratteristica della modernità; al contrario quello che apparteneva a questa era piuttosto l'oblio nel quale è stata affossata la cristologia da parte dei critici e dei lettori. Io ho tentato di togliere ovunque l'anonimato di questo Cristo latente, incognito, latitante, che si nasconde in tante produzioni letterarie e filosofiche; sollevo un velo, non introduco una chiave!

Arguendo dell'empirismo anglo-sassone, che compone la modernità, Sabetta si meraviglia di non trovarvi il Cristo secondo le mie premesse. Ho detto che ogni filosofia degna di questo nome era al suo fondo cristiana, aveva una referenza palese o implicita al Cristo. Non ho mai detto che qualunque filosofia debba essere obbligatoriamente cristiana, così come non vi sono soltanto cristiani anonimi. Bisogna lasciare alla ragione, e dunque all'uomo, il suo diritto all'autonomia, la possibilità di accamparsi sulle proprie posizioni e di dimorare nel chiarore diurno dei fatti e delle evidenze immediate. Lo scopo è di sapere se la filosofia è essa stessa degna di questo nome se esclude ogni questione metafisica, se delimita in anticipo il suo recinto. È filosofia quella che non si interroga né sulla storia, né sull'uomo, né sull'Assoluto e l'eventualità della Rivelazione, né sulle altre filosofie, né sul destino o la condotta della Provvidenza? Non si tratta piuttosto di una ideologia? Le ideologie abbondano sul vecchio tronco della filosofia. Ma, ancora una volta, il filosofo è libero di accantonarsi in un ambito ben segnato in cui egli si accontenta dell'organizzazione delle scienze, di un'antropologia e di un'epistemologia la cui complessità è sufficiente per la sua fortuna. Non si tratta neanche di dare ospitalità a un Cristo camaleonte in tutti i meandri del sapere.

Quello che sostengo, e che ho dimostrato, è che la filosofia in capo al suo sforzo incontra il Cristo e non può non incontrarlo poiché egli è inerente alla natura e alla storia umane. Questo può accadere, d'altronde, sotto forma di alterco (Nietzsche). Ma la parola di Novalis secondo la quale Gesù è la "chiave del mondo" conserva tutta la sua validità, fosse anche in un contesto di indifferentismo e di secolarismo. Io non ho posto il Cristo nei sistemi come la coppa nella bisaccia di Beniamino. Egli era là e non lo sapevamo: è il grido di sempre della filosofia, diceva non molto tempo addietro Duméry. Il Cristo è la e molti non se ne accorgono, né in Spinoza, né in Kant, né in Hegel, né in Biran. E se non è là teticamente, o un po' troppo inosservato, non mancano schematismi cristologici che attestano la sua presenza nascosta, il Cristo contumace del pensiero slavo. In questo senso la grande parabola della modernità parte dal Cristo e a Lui ritorna. Quanto alla messa in sospeso cartesiana, prudente e tacita, essa è tanto più voluta in quanto l'uomo-Dio è la "terza meraviglia" divina degli Olympica assieme alla creazione ex nihilo e al libero arbitrio.

Ho letto con attenzione le pagine conclusive del mio capitolo e credo si possa dar retta a più di una questione e obiezione; tuttavia le si smusserebbero parecchio rimuovendo la sorda dicotomia di filosofia e fede, dunque dell'indipendenza delle filosofie che regola da un secolo la storiografia. In questo senso una conversione degli spiriti è necessaria e l'assai valoroso studio di A. Sabetta è di eccellente augurio.

Xavier Tilliette