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Segnalo che è stato pubblicato ed è in distribuzione il mio ultimo volume dal titolo Rivelazione, Cittadella, Assisi 2016, 180pp, nella collana "Le parole della fede.

 

Inserisco una sintesi dell'introduzione e l'indice

 

 

La parola/concetto "rivelazione", ormai da un po' di tempo, viene impiegata non solo per identificare o descrivere un aspetto particolare della fede cristiana, ma per designare la realtà globale della stessa, al punto che lo specifico del contenuto che contraddistingue il cristianesimo viene ricondotto alla parola "rivelazione". Nonostante l'avvertimento di qualche autore, secondo il quale il tempo in cui "rivelazione" come centro dell'autointelligenza cristiana sarebbe ormai al termine (cf Waldenfels), sta di fatto che ancora oggi continuiamo a rappresentare il cristianesimo come religione storica rivelata e a fare della rivelazione «la chiave di sistematizzazione di tutte le singole tematiche e di tutte quante le possibili categorie teologiche» (Eicher).

Riconosciuta la centralità della parola, viene subito da chiedersi che cosa significhi "rivelazione".

Di primo acchito, quando oggi una persona comune pensa ad una rivelazione si riferisce a qualcosa di eccezionale, un istante importante in cui è diventato chiaro qualcosa che precedentemente non lo era o si è reso manifesto un dato prima sconosciuto, oppure si riferisce al dischiudersi di un significato dinanzi all'enigmaticità di un segno o comunque a tutte quelle situazioni in cui viene tolto il "velo" trasformando ciò che è nascosto-incomprensibile in ciò che è manifesto-chiaro, con il rischio che il contenuto della rivelazione non sia qualcosa di "pubblico" e universale.

Se ci collochiamo nella prospettiva delle scienze della religione, "rivelazione" sembrerebbe inadeguata come parola ad esprimere l'essenziale della fede cristiana e la sua specificità. Infatti in tale ambito ogni esperienza religiosa, più che configurarsi come l'andare dell'uomo verso Dio, nasce dalla manifestazione di Dio, quale sia il nome che gli si voglia attribuire (il sacro di Otto, la potenza, il mysterium fascinans et tremendum), per cui nell'esperienza religiosa l'uomo che la vive diventa partecipe e consapevole di un contenuto donato che trascende la sua capacità conoscitiva e il mondo, tale da non essere riconducibile alla sua aspettativa o al suo desiderio e tale da condizionare incisivamente la sua vita al di fuori di quell'esperienza.

Dal punto di vista delle fede, però, il cristianesimo più che religione "basata su una rivelazione" (Offenbarungsreligion) si presenta come religione "rivelata" (geoffenbarte Religion) (cf Schmitz), in quanto nella rivelazione cristiana Dio comunica nella storia non questo o quel contenuto, ma rivela il mistero della sua realtà in forza di un atto di autocomunicazione libero e gratuito. La differenza fra una religione in cui Dio "dice qualcosa" e il cristianesimo nel quale si crede Dio abbia detto sé ed abbia detto tutto di sé nell'evento escatologico di Gesù di Nazaret, verbo incarnato e manifestazione definitiva e compiuta di Dio, la troviamo formulata con acume nelle Lezioni sulla filosofia della religione di Hegel. Nel presentare nel terzo volume la religione assoluta o religione manifesta (offenbare), che ha se stessa per suo contenuto - il cristianesimo - e che è anche chiamata religione rivelata (geoffenbarte), in quanto Dio si è rivelato in essa, e religione positiva, cioè data all'uomo, il filosofo di Jena indica come prima caratteristica del cristianesimo l'essere una religione della rivelazione, in cui si manifesta ciò che Dio è: non più un Dio altro e oltre le sue manifestazioni, come nelle altre religioni, ma un Dio che manifesta se stesso.

Questo riferimento ad Hegel esemplifica un dato assodato: la rivelazione diviene progressivamente e definitivamente nella modernità la parola centrale dell'autocomprensione cristiana. Infatti, se guardiamo la teologia precedente e la stessa Sacra Scrittura, ci accorgiamo che né la Bibbia presenta un concetto chiaro ed univoco di rivelazione, né agli inizi del cristianesimo vi era un'idea di rivelazione corrispondente all'accezione odierna e comunque tale da assurgere al ruolo di categoria centrale e identificante l'essenza della fede cristiana. Di fatto anche nella riflessione magisteriale la parola rivelazione fa il suo ingresso tardi, al Concilio Vaticano I che dedica non solo un capitolo - in questo caso il cap. 2 della Dei Filius che s'intitola proprio De revelatione - ma l'intera costituzione dogmatica alla questione della rivelazione e dei temi correlati; fino al 1870, nell'unico altro luogo conciliare in cui ci si era occupati non della rivelazione in generale ma della sua trasmissione - il Concilio di Trento -, era stata impiegata la parola "vangelo" e non rivelazione.

Bisognerà attendere il Vaticano II per una riflessione organica, ampia e svincolata da ragioni polemiche e contingenti sulla rivelazione, cosa che farà la Dei Verbum - «il primo grande documento della Chiesa che affronta direttamente il problema della rivelazione» (Latourelle) -, la quale si apre proprio con un capitolo su cosa sia la rivelazione.

Tuttavia, nonostante la riconosciuta decisività della parola rivelazione, non sono mancati, anche dal fronte teologico, perplessità o addirittura rifiuti all'idea di attribuire così grande peso alla parola rivelazione. Si pensi alle critiche di P. Althaus di diversi decenni fa che parlava di "inflazione del concetto di rivelazione", concetto a suo giudizio inadeguato e pericoloso, vuoi perché nella prospettiva del NT il significato di Cristo non è oggettivato ricorrendo alla parola rivelazione, vuoi perché essendo un concetto puramente formale - e dunque neutro rispetto al contenuto - non sarebbe adatto ad esprimere la sostanza del Vangelo, vuoi perché non renderebbe ragione del carattere di evento dell'azione salvifica di Dio in Cristo. Ad Althaus sono seguiti altri autori polemici verso l'eccessivo peso dato alla rivelazione e a partire da tutte queste critiche Ruggieri concludeva l'illegittimità della fondazione dell'evento cristiano sulla base di quei concetti a cui, come nel caso di rivelazione, è stato dato storicamente un privilegio, contestando il ricorso alla categoria di "concetto base".

Ad ogni modo questo non ha impedito al concetto di rivelazione il diventare «sinonimo della dottrina cristiana, il legittimatore e il valido fondamento delle rivendicazioni cristiane esplicitate nelle dottrine, la categoria apologetica legittimatrice e il fattore sistematico fondamentale» (Waldenfels), insomma «il concetto più fondamentale del cristianesimo» (Rahner).

L'essere ormai "rivelazione" una parola riassuntiva di cosa sia il cristianesimo, non cancella, come si evince indirettamente da quanto detto, la poliedricità del concetto, la complessità e gli spostamenti semantici che l'hanno accompagnato nel corso del tempo. A tal proposito, M. Seckler distingue tre concezioni di rivelazione così come si sono susseguite storicamente.

La prima concezione della rivelazione, che incontriamo soprattutto nella Sacra Scrittura - dove pur sussiste una diversità di modi di intendere il fenomeno delle rivelazioni come automanifestazioni del divino nell'esperienza religiosa -, è quella epifanica. In essa il Dio vivente si manifesta e si rende sperimentabile nella sua santità come realtà concretamente presente, al punto che tutta la storia della salvezza è interpretata come l'epifania del giudizio e della grazia di Dio. Caratteristico di questo modello, «è che l'essenziale non è dato da un insegnamento di tipo teorico, né dalla rivelazione di una verità nascosta, bensì dall'accadere e dal manifestarsi storico della salvezza medesima. Anche nelle rivelazioni, il cui oggetto è l'esistenza di Dio, non ci troviamo di fronte alla affermazione teorica di tale esistenza, bensì all'esperienza della vivente presenza di colui che compie grandi cose». La concezione epifanica della rivelazione non esclude una componente dottrinale e cognitiva relativa alla conoscenza di Dio, per quanto quello che conti sia soprattutto l'evento. Tuttavia a poco a poco la sottolineatura dell'aspetto del contenuto a seguito delle vicissitudini storiche (dalla crisi gnostica in poi), determina progressivamente la nascita della concezione teoretico-istruttiva della rivelazione, in cui la rivelazione si configura sempre più come un istruire circa verità, circa le "decisioni eterne di Dio"; accade così che i misteri della fede sono ridotti «ad enigmi intellettuali di tipo soprannaturale, e la virtù della fede sta in un obbediente ritenere vere delle incomprensibili veritates revelatae». Questa concezione sopravvive ancora oggi in generale, perché spesso l'idea di cristianesimo che le persone hanno è legata poco all'esperienza del tu di Dio incontrato e molto ad un insieme di verità da credere che, provenendo da Dio, non possono essere false e non possono essere discusse.

A questa visione concettualistica della rivelazione si oppone e segue storicamente il modello di rivelazione come autocomunicazione di Dio che, emerso nel rinnovamento teologico del sec. XX, è stato fatto proprio dalla costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II. In questa visione si rimette al centro l'evento, si sottolinea la dimensione personalistico-dialogica della rivelazione, si insiste sul fatto che il contenuto della rivelazione non è un insieme di verità ma Dio stesso, e viene dato spazio alla dimensione comunionale-partecipativa dell'uomo alla vita stessa di Dio. Come sintetizza Seckler, «il Dio della rivelazione non rivela qualche cosa ma se stesso. Autorivelazione di Dio non significa però soltanto automanifestazione (per la conoscenza), bensì anche autocomunicazione: all'uomo è concessa una partecipazione reale, essenziale alla stessa realtà salvifica di Dio».

Alla luce dunque di questo punto di arrivo dell'idea di rivelazione, che è la concezione della rivelazione come autocomunicazione di Dio soprattutto in Gesù Cristo, possiamo far nostra la seguente definizione di rivelazione da cui partire nelle analisi che seguiranno: rivelazione «designa l'irruzione "da fuori" e "dall'alto" ma insieme "dal di dentro" e "dal basso", e cioè nella storia stessa dell'uomo e della sua ricerca religiosa, mediante parole ed eventi, del Dio misterioso eppure vicino, oggetto della percezione, del desiderio e dell'attesa dell'umanità, irruzione che attinge il suo compimento, atteso e promesso nel Primo Testamento, nell'auto-comunicazione di Dio all'uomo in Gesù Cristo» (Coda).

 

 

 

Indice

Introduzione

1. La rivelazione nella Sacra Scrittura

 

1.1 Nella prospettiva del prologo della Lettera agli Ebrei

 

1.2 La rivelazione nell'Antico Testamento 1.2.1 Dimensione storica della rivelazione: l'alleanza 1.2.1.1 Indicibilità del nome e invisibilità del volto di Dio 1.2.2 La dimensione profetica della rivelazione veterotestamentaria 1.2.2.1 Paternità e sponsalità 1.2.2.2 Messianismo ed escatologia 1.2.3 Creazione e sapienza

1.3. La rivelazione nel Nuovo Testamento 1.3.1 Gesù Cristo rivelatore: il rapporto con il Padre 1.3.2 La rivelazione del regno di Dio e i suoi segni 1.3.3 Il mistero pasquale1.3.4 Gesù il rivelatore nel Quarto Vangelo 1.3.5 Rivelazione come mysterion: san Paolo

 

2. La riflessione sulla rivelazione nel corso della storia 2.1 Epoca patristica 2.1.1 La rivelazione sullo sfondo del confronto apologetico 2.1.2 Il contributo di Ireneo di Lione nel contesto della crisi gnostica 2.2 L'età della scolastica medievale 2.2.1 Tommaso d'Aquino 2.3 La modernità e la critica della rivelazione 2.3.1 La risposta della teologia moderna 2.4. La tematizzazione della rivelazione nel magistero in epoca moderna 2.4.1 Circa il "luogo della rivelazione": il sorgere di una vexata quaestio e l'intervento del Concilio di Trento 2.4.2 Il Concilio Vaticano I e la costituzione dogmatica Dei Filius 2.5. La centralità della rivelazione nella teologia del sec. XX 2.5.1 La riflessione sulla rivelazione nella Costituzione dogmatica Dei Verbum (18 novembre 1965) 2.5.1.1 Il capitolo I della Dei Verbum: la rivelazione 2.5.1.2 Il capitolo II della Dei Verbum: la trasmissione della rivelazione

 

3. La rivelazione: una riflessione sistematica 3.1 Dialogo e grazia 3.2 Rivelazione e creazione 3.3 Rivelazione e storia 3.4 Parola e storia: la sacramentalità della parola

 

Conclusione

 

Bibliografia essenziale

Indice dei nomi

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