Sito personale di Antonio Sabetta

Ultimi aggiornamenti

Area riservata

RSS RSS – Sottoscrivi il feed

Home

Vai agli editoriali precedenti

Appunti per il Ritiro di Quaresima della Fraternita'

(Guglionesi 24 febbraio 2018)

 

 

 

 Nel tempo della distrazione, del divagare e dell'indugiare su ciò che non conta, non fa la differenza e che genera l'indifferenza verso (ciò che fa) la differenza, la liturgia ci mette davanti il tempo della quaresima, cioè del ritorno all'essenziale, del tornare a riscoprire e ritrovare ciò che tende a nascondersi pur essendo decisivo perché è il centro della vita, il cuore della fede.

È incredibile quanto la vita sia luogo della distrazione: l'abitudine, la routine, le cose da fare (sempre quelle e sempre troppe); insomma la realtà non è la trasparenza dell'essenziale ma il luogo della sua dimenticanza. Poiché tutto si gioca nel rapporto con il reale - proprio perché la realtà è superiore all'idea - dalla realtà dipende tutto: o il riconoscimento di Cristo o la sua dimenticanza. Non c'è fede che non nasca dall'urto del reale e non c'è distrazione che non provenga dal reale. Per quanto questa cosa non ci piaccia molto, la realtà decide di ogni cosa, non sono le nostre idee a decidere. Se l'idea fosse superiore al reale sarebbe tutto più semplice come nel caso dell'ideologia che procede a prescindere dal reale, perciò il rapporto con il concreto della vita è irrilevante; invece è la realtà il luogo della verità ed è dunque dalla realtà che deve provenire l'incontro con il vero o la sua dimenticanza. Che cosa vuol dire che Dio biblicamente si è rivelato nella storia se non la determinazion della realtà quale luogo dell'incontro con il mistero?

Che dunque la realtà sia superiore all'idea - il primato del realismo (sull'idealismo) - significa la necessità di vivere la provocazione della realtà, la sfida della vita, che è l'opposto dell'abitudine: abitudine vuol dire scontatezza, vuol dire fare le cose senza pensare, senza che il tuo agire accada come domanda provocata dalla sfida del reale. Vivere non per abitudine ma accettando la sfida della realtà, è oneroso, non ti dà tregua, perciò si cede alla tentazione di anestetizzare le cose, perché tutto sia collocato nella tranquillità o nella rassegnazione che l'abitudine ti dona. Così Israele si era abituato alla sua sconfitta, al passare schiavo da un popolo all'altro. Guai a noi se diventiamo abitudinari nella vita, se la realtà non l'avvertiamo quotidianamente come una sfida, pur nel susseguirsi tante volte anonimo o simile delle giornate (dalla tentazione dell'abitudine all'abitudine alla tentazione).

Bisogna fare esperienza del reale perché è dentro il reale che Cristo si rivela, ti viene incontro, e del resto l'avvenimento cristiano ha questa pretesa di giudicare tutto, di essere il tuo nuovo te, di determinare la vita dal di dentro. Per tanto tempo io quando mi accorgevo di essere smarrito per riaffermare la verità di quello che avevo incontrato mi ripetevo: senza Cristo la mia vita non sarebbe la stessa. Ebbene adesso inizio a capire che questa cosa non basta, che non basta che Cristo mi abbia reso diversa la vita, ma occorre che la mia vita esprima "il pensiero di Cristo" come dice san Paolo, cioè che in ogni circostanza la mia posizione sia determinata dal nesso di tutto con Cristo. La fede non può essere solo ridotta al riconoscimento della presenza, ma deve far sì che questa presenza determini la vita dal di dentro, che faccia vibrare le viscere del mio io, per cui senza di Lui non è che sarei un altro ma semplicemente non sarei! La sua presenza deve prendere il sopravvento: "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me". Se non siamo sopraffatti da Lui, se lo sguardo al reale non è definito da Lui, se non guardiamo le cose con i suoi occhi, come le guarderebbe lui, la fede è un ornamento, un riempitivo. Che tutto sia giudicato dalla sua presenza, anche la morte improvvisa di tua madre, anche la malattia, anche ciò che di Cristo è la più dolorosa negazione. La quaresima è prendere coscienza di una cosa così, è ritornare a desiderare una cosa così, è lo strattone che ti scuote, è l'occasione perché nulla sia più come prima.

Dobbiamo riprendere in mano la nostra vita, la nostra realtà, perché essa decide di tutto, e chiedere di riconoscere come Paolo che "la realtà invece è Cristo": "invece", perché è una misura diversa dalla nostra, è una corrispondenza che ti scuote, che ti fa capire che devi cambiare. Si chiama conversione, questa parola così umana. La conversione è una cosa fondamentale nella vita. Intanto la parola significa cambiare strada il che implicitamente vuol dire che o stiamo sbagliando strada (cioè stiamo facendo qualcosa di sbagliato) o che dobbiamo prendere una strada migliore (cioè quello che stiamo facendo lo possiamo fare meglio). Ora poiché noi siamo (quasi sempre) convinti che le cose che facciamo e come le facciamo siano le migliori quanto all'oggetto e alla modalità, ricordarci che dobbiamo cambiare a volte ci infastidisce ma è necessario. La conversione è l'opposto del non cambiamento, del considerarsi arrivati e soddisfatti di chi si è e di come si è, mentre invece nella vita c'è sempre bisogno di cambiamento, è sempre necessario metterci in questione, chiederci se stiamo sbagliando o se quanto di buono stiamo facendo possiamo farlo meglio o farne di più di bene. E siccome tendiamo alla pigrizia, ad adagiarsi, dovremmo essere grati a coloro che, poiché ci vogliono veramente bene (e non perché si ergono a giudici superiori a chiunque, dispensatori di sapienza riposta) ci richiamano, ci correggono, ci invitano a cambiare cioè a convertirci. Perciò la quaresima, riprendendo l'inizio del Vangelo, si pone come un invito alla conversione perché non puoi accogliere una cosa nuova nella vita se non desideri un di più, e se non smetti di accontentarti di dove sei arrivato.

Tanto voglio che Cristo giudichi tutto, quanto mi accorgo che non accade, che la vita se non ci lavori ti riporta a dove non vorresti essere e trasforma la debolezza in malattia e ti fa abituare anche al disagio, al fatto che non ti piace la piega che hanno preso le cose, ma non ci posso (e non ci voglio) fare niente.

Sopraffatti da Cristo: dovrebbe essere il sunto delle nostre giornate e invece è la percezione di qualche momento. Essere sopraffatti, essere vinti da lui, cioè appartenere a Lui. Quanto abbiamo bisogno di passare dalla posizione di chi considera e calcola ciò che gli appartiene, alla libertà di riconoscere che e a chi si appartiene. Dove il "ciò che ci appartiene" non sono solo i soldi, possono essere gli affetti, i figli, gli amici, le abitudini, tutto.

La povertà è il segno dell'appartenenza; nella Scrittura si parla spesso dei "poveri in spirito", non quelli che non hanno una lira, ma quelli che sono solo di Dio, coloro la cui unica ricchezza nella vita è Dio. Quando siamo dimentichi, quando la distrazione prevale, quando ci ostiniamo a non lascarci provocare da Dio, la consistenza del nostro io si sposta da colui a cui apparteniamo a ciò che ci appartiene: le nostre idee, le nostre competenze. E così non siamo più liberi e pensiamo che la felicità che sazia l'io dipenda da quello che abbiamo. La povertà nasce dall'ontologia, dall'essere una cosa solo con Cristo. povertà, un'altra parola che risuona spesso nella quaresima.

La povertà che è un altro nome della mendicanza; essere poveri significa essere mendicanti, cioè persone che domandano, che hanno bisogno, che nella vita fanno i conti con quell'esperienza ultima: "niente dura, niente ti basta e non ti ci rassegni mai" (come canta V. Rossi in Dannate nuvole). È una domanda che ci definisce, è un bisogno che ci attanaglia, che rende il cuore inquieto. San Tommaso diceva che ogni creatura realizza se stessa se raggiunge il fine per il quale è stato posto in essere: un chicco di grano se non germoglia non raggiunge lo scopo dunque è inane, cioè senza senso, inintellegibile. Il fine è sempre quello che ti viene dato da chi ti ha fatto e nel caso dell'uomo è Dio stesso; ciò vuol dire che solo l'origine di me è il senso di me, ma l'origine di me è Dio, una realtà che non vedo e che non posso conoscere perché c'è una duplice limitatezza in me: una costitutiva - conosco pienamente solo ciò che è finito/fisico come me, e una storica, perché la vita tante volte ci mette davanti situazioni che diventano priorità e ci fanno dimenticare di quello che conta (il fine). Pertanto solo se Dio si fa conoscere - mi viene incontro - io posso sapere chi realmente sono, qual è lo scopo (senso) del mio esistere; diversamente resto inintellegibile, di me resta solo una collezione di tentativi e fallimenti, di speranze deluse, di attese inappagate, di conquiste insufficienti perché non ti basta nulla e quello che sei non si compie.

Solo quando incontri Cristo il mistero si dirada, impari a prendere sul serio te e le tue domande, scopri cose di te a cui prima non badavi. Più quella presenza domina, più ti scopri povero, cioè bisognoso di Lui. Più gli fai spazio nella vita, più gliene vuoi fare di più, non cancellando il resto ma desiderando costruire il resto sullo sguardo di Cristo, su quella misura di sovrabbondanza che ti libera da tutto e ti rende insaziabile, uno che non si accontenta mai. Perciò ridurre il cristianesimo ad etica è la fine del cristianesimo, perché è una presenza che muove e cambia, non una regola, è un'attrattiva che muove, non una legge, è una pulsione, non un calcolo, è uno stupore non uno schema.

Senza Cristo siamo dei falliti, no matter quello che riusciamo a costruire, perché senza Cristo non possiamo essere noi stessi, la domanda resta inevasa, rimane solo il senso di quella gettatezza nell'essere. Sospesi tra memoria e progetto ma incapaci di realizzare un'esistenza autentica.

Senza Cristo non c'è speranza, ci sono le utopie da cui nascono le ideologie e la storia ci ha "saziati di terrore" e ci ha mostrato cosa resta della speranza se non nasce dalla fede. Ma non abbiamo bisogno di guardare alla storia, basta considerare noi stessi. Quante volte - parlo per me - il senso di quello che sono non è ciò che Cristo dispone, ma credo di realizzare me perché scrivo un altro libro, faccio conferenze, prenderò una cattedra e poi mi incazzo perché con il fegato che ho non vivrò quanto vorrei e mi preoccupa mettere qualche soldo da parte perché se non hai niente poi come fai nella vecchiaia ecc. ecc. Tutte cose giuste, ma quando sono queste cose a definirti o già solo a prevalere, non sei contento di niente ed ogni cosa diventa non un'occasione ma un problema e il più delle volte solo una fatica e la tua preoccupazione diventa risparmiartela perché hai deciso che non ne vale la pena.

La povertà è il segno ultimo della tua appartenenza ad un altro, perciò la povertà è la condizione dell'amore; solo chi è bisognoso può amare, può riconoscere l'altro come consistenza e senso di sé, perché chi non ha bisogno dell'essenziale al massimo cerca sé nell'altro da sé. Perciò solo la povertà genera, è feconda, solo il distacco ti fa attaccare alle cose, solo la libertà ti vincola, solo se hai incontrato il senso del reale ti appassioni al reale, al tuo lavoro, al bisogno dell'altro, alla storia e alla vita di chi ti è accanto. Certo lo fai con quello che sei - dunque con i tuoi limiti - però lo fai, rischi e ti metti in gioco. Del resto il cristianesimo ha costruito una civiltà, non è fuggito dalla realtà, ha prodotto una storia, non ha disprezzato il mondo, perché quando incontri Cristo si dilata tutto. Erano i Platonici a disprezzare il mondo, i cristiani invece lo amavano al punto che la regola di san Benedetto si costruisce sui pilastri della preghiera e del lavoro, una cosa che rappresentava la più grande, inaudita rivoluzione! Chi si è preso cura del bisogno dell'uomo, del povero, del malato, dell'ignorante? La passione per il reale ci deve contraddistinguere, ma solo la povertà ti preserva dal fare della realtà il senso di quello che sei.

Cristo ci riempie e ci rende liberi dalle cose, non trascurati ma liberi. Quello che conta è che Cristo ci sia, non quello che hai. Il fondamento è la certezza di Cristo dentro la vita che rende irrilevante il resto. Noi ci attacchiamo alle cose o agli affetti e senza di loro ci sentiamo persi, come se la consistenza del bene nella nostra vita, venisse ridotta al bene di coloro che ci vogliono bene o di coloro a cui vogliamo bene. Questa cosa è radicale e quanto più ci sentiamo lontani da questa posizione, tanto più Cristo è lontano dalla nostra vita. Più Cristo è il tutto della nostra vita più è come se nulla ci mancasse, perché quando hai l'indispensabile è come se avessi tutto, quando sai chi sei e la vita ha il senso riconosciuto, il resto passa in second'ordine, perché - come ci ricorda san Paolo - "nulla ci potrà separare dall'amore di Cristo", né la tribolazione o il pericolo o la fame, o la spada o l'angoscia o il dolore. Come vorrei che fosse così per me, io che sperimento ogni giorno di vivere con la mia misura, non con quella di Cristo.

 

Cosa allora tiene desta e viva la coscienza della Presenza di Cristo? Come si fa a che la presenza di Cristo diventi coestensiva al nostro io?

Il primo gesto è la preghiera come consapevolezza e memoria di quello che ci è accaduto. Poiché tendiamo a dimenticare, non dobbiamo fare altro che ricordare, cioè pregare. Perché la Chiesa scandisce il tempo con le ore della preghiera (lodi, ora media, vespri ecc.)? Perché attraverso quel gesto possiamo essere ripresi dalla distrazione, possiamo essere aiutati a tornare a ricordare quello che siamo in forza di quello che ci è accaduto.

In secondo luogo l'attenzione alla "compagnia vocazionale", cioè l'affezione a quel luogo che - come Gesù con gli apostoli - ti ha introdotto a guardare tutto come segno della sua presenza. Perciò non basta pregare da soli, occorrono gesti fatti assieme, perché il luogo della grazia è questo luogo (la compagnia) dove si vive il e del mistero di Cristo. Il grande rischio è che la compagnia diventi l'origine, non la condizione del riaccadere di ciò che è stato l'origine e all'origine di tutto. Perciò esistono i gesti, esiste la fedeltà ai gesti che ti vengono proposti, non per una questione d'indottrinamento ma per crescere nella coscienza di Cristo, per imparare ad avere "il pensiero di Cristo".

Questa è l'originaria povertà: che quello che decide il senso e la consistenza della vita non dipende da te, lo devi riconoscere. Tutto allora diventa segno di appartenenza, tutto ti richiama (cioè ti "chiama di nuovo"), ti scomoda, ti rompe, ti scoccia. Chissà quante volte avremmo voluto essere lasciati in pace, sicuramente però meno delle volte in cui avremmo voluto maggiore insistenza, essere stati richiamati di più. Questo è ciò che ti muove, anzi ciò che ci muove (e perciò ci com-muove). Impieghiamo allora la quaresima come il tempo per una coscienza più grande, per una maggiore consapevolezza. La quaresima è iniziata con l'episodio delle tentazioni a ricordarci che la vita è una lotta continua, è il lavoro permanente per riconoscere Cristo nella vita ed imparare la sua misura.