Sito personale di Antonio Sabetta

Ultimi aggiornamenti

Area riservata

RSS RSS – Sottoscrivi il feed

Home

Vai agli editoriali precedenti

Traccia per il ritiro di Quaresima della Fraternità della Diocesi di Termoli-Larino (11 marzo 2017)

 

Dall'attesa alla consapevolezza, dall'incontro alla memoria, dall'evento alla storia. Possiamo riassumere in queste parole il cammino dall'avvento alla quaresima che liturgicamente riproduce il dinamismo fondamentale dell'esistenza: la domanda, l'incontro, la rinascita dell'io da questo incontro, ovvero il miracolo della misericordia che fa presa sull'io. Così inizia una vita nuova, una moralità nuova; ricordiamoci che moralità non definisce leggi o obblighi ma i mores, cioè le abitudini - costumi, intelligenza, affezione, sentimento - insomma quello che facciamo e in cui abitualmente oggettiviamo quello che siamo, è, in altre parole, l'autocoscienza dell'io in azione. La domanda da porci allora è: questo tentativo di lasciare che la misericordia faccia presa sull'io, cioè di lasciare generare una corrispondenza - dove la parola corrispondenza indica una risposta (responsio) del cuore (cor) - è riuscito nella nostra storia? Davvero siamo riusciti a corrispondere alla misericordia che ci è venuta incontro? Davvero alla preferenza di Dio verso di noi corrisponde la nostra preferenza verso di Lui (l'estrema preferenza della vita)?

Con realismo devo riconoscere che il mio cuore è altrove, che non sono totalmente definito da Te, che la guida della mia vita è altro da Te, però non so come ma ti amo e da questo sì che dico alla tua presenza io rinasco. Senza la presenza non c'è moralità vera, perché non c'è un io nuovo e dunque anche la moralità non attecchisce. Eppure sono più le volte in cui non vediamo il cambiamento in noi, in cui siamo come gli altri e sempre gli stessi. La ragione di questa difficoltà a riconoscere il cambiamento, non sta nel fatto che questa presenza è inefficace, non è cioè capace di cambiare, ma nel fatto che viviamo la fede non come il riconoscimento di una presenza la quale oggi a te, come a Pietro allora, continua a ripeterti e porti una semplice domanda: "Mi ami tu?".

Se la fede non è vissuta ed affermata come l'esperienza di una presenza che ti trapassa la carne, non ti può realmente cambiare. Certo, alla fine la fede ti condiziona, perché fai delle cose piuttosto che altre, ma non rappresenta la condizione dell'io, il luogo in cui l'io si dice perché scaturisce da questo tu. L'esperienza di Pietro ce lo conferma. L'io di Pietro, cioè la coscienza che Pietro ha di sé, dipende da quell'uomo incontrato e questa cosa è tanto vera che ora lui ha un nome nuovo: se il nome per l'ebreo dice chi è la persona, avere un nome nuovo che ti viene dato solo da chi ti conosce, vuol dire che sei un'altra persona, rinata, rigenerata da quell'incontro. Il nome non cambia perché Gesù ricompensa quello che Pietro fa (si badi bene: il nome nuovo è all'inizio, non alla fine), ma perché ne fa un nuovo io, ne ridefinisce l'ontologia, l'essere. Uno direbbe: ma Pietro in fondo è lo stesso e la storia raccontata dai Vangeli non ci dice la differenza; ma in realtà Pietro impara sé stando con il Cristo, perché puoi conoscerti se ti ri-conosci, cioè se ti guardi con una sguardo diverso che puoi imparare solo da un altro. È chiaro che questo configura un cammino che dura tutta la vita, perché se l'inizio è l'incontro, poi la vita è lo spazio in cui deve affermarsi questa salvezza avvenuta: la novità di Cristo deve diventare la novità nella tua vita, l'invasione, l'irruzione duratura e potente di questo Tu (Cf Dalla liturgia vissuta, p. 49 e 55).

Questo riconoscimento, questa costruzione dell'io nuovo, della moralità nuova, è un cammino, non è qualcosa di puntuale, come se l'evidenza dell'inizio curvasse lo spazio-tempo che siamo automaticamente, perché ogni vissuto che si configura come esperienza di un tu - non come teoria, come teorema dimostrato, come libro da imparare, come formula da ripetere - chiede circostanze riaccadute in cui il ritornare sull'inizio è per fare dell'inizio il principio. La liturgia ci attesta proprio questo: la ciclicità del tempo liturgico ci ricorda che il dispiegarsi del senso dell'evento nella permanenza della sua memoria chiede d'incarnarsi nella concretezza delle circostanze che si susseguono.

Guardate che la vita di Pietro ci documenta in modo esemplare quanto detto: l'evidenza irrinunciabile dell'inizio, il non poter essere se stesso senza il Tu di quella presenza che ti costituisce, ed il cammino che dura una vita per corrispondere a quel Tu, per costruire un io nuovo e liberato sotto lo sguardo della novità che il Tu di Cristo porta nella vita concreta. L'inizio per Pietro è stato quell'incontro che gli ha letteralmente cambiato la vita, poiché cambiare il nome ha significato per lui cambiare vita e si cambia vita non tanto perché si fanno cose diverse ma perché la posizione dell'io rispetto al reale è diversa. Infatti Pietro continua la sua vita in quel tempo: la famiglia, la moglie, la suocera, il lavoro, ma lo stare con quell'uomo, la condivisione dell'esperienza, del giudizio, dello sguardo di quell'uomo sulla realtà e su di lui, lo cambia, lo fa essere un'altra persona non per un colpo di bacchetta magica ma dentro una storia fatta di cammino.

L'io rinasce in un incontro ma quando nasci o rinasci sei solo all'inizio, il resto è tutto da costruire, una personalità nuova liberata è di là da venire: non un miracolo ma un cammino o meglio: il miracolo dell'inizio, il cammino come metodo. Ma guardiamo Pietro e la fatica di costruire un io nuovo pur nel riconoscimento che solo il Tu di Cristo mi fa essere io, solo la sua presenza dominante, compresa accettata mi libera e una diversità positiva, pienamente umana, può attecchire e germogliare nella terra del nostro cuore. Nei vangeli Pietro è sempre in mezzo; fa parte della cerchia ristretta che Gesù si porta dietro quando va a compiere miracoli (il vangelo di Marco ci riferisce continuamente che Gesù "prese con sé Pietro Giacomo e Giovanni"); è testimone di un miracolo che lo riguarda da vicino, quando Gesù gli guarisce la suocera. È anche il primo di tutti che lo riconosce come Cristo: a Cesarea di Filippo, nello sconforto di una progressiva e sempre più stringente incomprensione, mentre molti abbandonano Cristo, perché le cose che fa sono difficili da capire, perché le sue parole sono dure, perché è troppo esigente, perché è ambiguo e forse tutta quest'attrattiva gli viene dal demonio non da Dio; ebbene proprio nel momento più difficile di quella storia alla domanda di Gesù voi chi credete che io sia è Pietro che senza esitare risponde "Tu sei il Cristo". Vedete come al di là di tutto, al di là di tutto quello che tante volte non capiamo (mi viene da pensare adesso a quando parla Carron, ai volantini ecc.), rimane quel fondo certo: Tu sei quella presenza che mi costituisce come un io, sei la misura nuova e vera nella mia vita.

Eppure la confessione di Pietro non cancella il suo cammino di conversione, perché un istante dopo Gesù lo rimprovera aspramente, accusandolo di pensare secondo gli uomini e non secondo Dio, cioè di essere uno che ragiona come se non avesse mai incontrato Lui nella sua vita: un'accusa pesantissima che viene poco dopo la confessione di Pietro, quando il Signore chiede un passo oltre, dice loro che il Cristo è una cosa diversa da quello che pensano, e Pietro si fida più di quello che lui crede debba essere il Cristo che di quello che il Cristo dice di essere il Cristo. Mi chiedo cosa sia passato per la testa di Pietro. Ora che finalmente aveva capito qualcosa, doveva ricominciare, doveva compiere un passo nuovo, doveva imparare che cosa significasse che quell'amore doveva diventare la sua vita. E Pietro si rimette in cammino.

I Vangeli ce lo ripresentano al momento cruciale, l'arresto di Gesù: prima dorme, poi promette, infine tradisce. Voi non vi ci ritrovate? Io sì: quante promesse non mantenute, quante volte abbiamo dormito invece di vegliare, quante volte abbiamo tradito. E Pietro è ancora un uomo vecchio non perché tradisce, ma perché crede che l'errore lo definisca, che quell'uomo che è anche Dio non lo possa più guardare e amare come aveva fatto fino ad allora e non poteva nemmeno più riparare visto che Cristo era morto e non sapevano che fine avesse fatto (non c'è ancora la certezza della risurrezione). Gli errori lo rendono umile, quell'errore lo rende più consapevole di tutto il resto; forse ripensava anche a quel dialogo a Cesarea di Filippo, forse adesso cominciava a capire quello che Gesù gli aveva detto allora, e non poteva fare nulla perché il Maestro era andato. E quando accade il miracolo di Lui di nuovo presente, Pietro è ancora segnato da quest'umanità che non ha imparato lo sguardo nuovo di Cristo, la diversità che scaturisce dall'imponenza riconosciuta della sua presenza. Si aspetta di essere rimproverato, giudicato, insomma un indegno, e invece Cristo gli chiede "mi ami tu?", cioè io sono ancora per te quel Cristo come lo ero a Cesarea? Sono ancora il senso della tua vita? Ma come, avresti dovuto dirmi "non ti amo più" e invece mi dai ancora una possibilità, mi guardi per quello che al fondo sono e non per la miseria che c'è in me? La misericordia, non so se questa improbabile etimologia regge, è la miseria unita al cuore, è il cuore della miseria cioè la sua salvezza. E Pietro si rimette in cammino, non ha più paura di essere ucciso come era accaduto al maestro, se ne va al portico di Salomone e comincia a dire a tutti che quello che aveva incontrato, sperimentato e riconosciuto, era una cosa vera e gli stava a cuore che tutti potessero incontrarla. Ma non è finita perché Pietro deve ancora imparare che cosa scaturisce come moralità nuova da questa presenza. Il NT ci attesta un altro grave episodio nella vita di quest'uomo, ovvero lo scontro con Paolo il quale nella lettera ai Galati ci racconta come quasi vennero alle mani. Pietro infatti non voleva stare con i pagani e Paolo lo rimprovera duramente per un mos - un comportamento - che non corrisponde a Cristo. Che storia realistica e straordinaria: dover imparare Cristo sempre, nonostante tutto. E noi possiamo essere mai da meno?

 

Ci vuole una presenza da incontrare, un Tu da amare, amando il quale imparo a dire io, capisco chi sono e vivo moralmente bene. L'attrattiva di Gesù è la simpatia umana che promana da lui e a noi tocca stare a questa simpatia; in altre parole è la preferenza viscerale di Cristo che ci ricostituisce. Bisogna guardare a Cristo, cioè amarlo. Lo sguardo di Cristo verso Pietro - la sua simpatia - non è accompagnato da una lista di doveri da compiere per riconquistare quello che Pietro ha perduto con le proprie mani, ma da una domanda: "mi ami tu?", cioè tu mi preferisci nella tua vita, vengo prima di tutto, sono tutta la preferenza del tuo cuore? Solo l'accettazione di quello sguardo fa ripartire Pietro che decide di starci alla sua simpatia, starci a una simpatia, cioè guardare Cristo, la cosa più semplice del mondo: guardare. Il sì che Pietro dice in quello sguardo non scaturisce da un'analisi di ciò che gli occhi vedono, ma da un abbraccio di quella presenza, un'adesione, cioè un "essere presso" (questo vuol dire adesione, ad-sum). Non diventi perfetto né sei definito dai tuoi sbagli, ma l'attrattiva di Cristo ti genera la tendenza alla perfezione non come sforzo moralistico ma come desiderio di corrispondere a quell'attrattiva. È come la dinamica della bellezza: ti attrae e tu vorresti che quello che provi fosse permanente, che tutto ricadesse sotto la luce di quell'attrattiva.

Insomma è un atto d'amore che fa nascere una moralità pienamente umana, che ci fa riconoscere chi siamo ("allontanati da me che sono un peccatore!") e ci fa desiderare di essere diversi, di vivere una diversità nei mores. Senza questo c'è solo l'immoralità. Anche Kant, il cultore della legge, doveva arrendersi al fatto che malgrado l'uomo sappia cos'è il bene e come compierlo, c'è il mare radicale, che segna universalmente la storia.

Non un elenco di leggi ma un amore all'essere. Diversamente è la fine, come è accaduto anche a Israele: dalla cura amorevole di Dio alle leggi, dalla misericordia ai sacrifici: ma così è la fine della moralità, cioè dell'alleanza. Questo amore all'essere accade oggi: si vive, si dice oggi. Nella fede come negli affetti, non si vive mai di rendite, di cose che possiamo dare per scontate, perché ne siamo certi e sicuri. No, il sì è una cosa quotidiana, deve diventare il senso ultimo della mia giornata e cioè che alla fine di quello che oggi faccio possa rispondere a quella domanda con un sì. Anche quando ci sembra retorico oppure la vita ci fa dire: "vuoi sapere se ti amo ma oggi sono io a chiederti se tu mi ami" (cf il giudizio universale rovesciato di A. de Musset). Quale che sia il desiderio o la perplessità, lo slancio o l'incertezza, il trasporto o l'indifferenza, la corrispondenza o al limite il fastidio, quella è la domanda che resta al fondo di tutto e a cui devi rispondere attraverso - e talvolta nonostante - le circostanze della tua concreta, carnale realtà, come fu per Pietro ed è per ogni cristiano in questo mondo. Non ci sono scorciatoie perché questo è il metodo, e il semplice sì è quello che ci deve bastare.

"Mi ami tu? - Sì, io ti amo": l'amore, dice Giussani, è un giudizio commosso per una Presenza connessa con il destino. Ma il giudizio è il contenuto della mia coscienza oggi, mi definisce come io adesso. Dove non c'è questo c'è il peccato - anche se non facciamo nulla di male o addirittura riusciamo a fare qualcosa di buono - e la conversione è il ricominciare ripartendo con il sì. L'invito alla conversone, che sentiamo risuonare tante volte in questa quaresima, è l'invito a ripartire dal sì come nuovo inizio, come quella certezza che rimane al fondo di tutto e malgrado tutto. Questa è la vera liberazione: che nell'irreversibilità della libertà, nella vita, sia sempre possibile un nuovo inizio. E siccome questo è ciò che conta, Dio ha sempre promesso un "cuore nuovo", cioè un nuovo inizio, uno "spirito nuovo", quella grazia che sostiene il nostro sì. Questo aiuto che proviene da Dio è duplice: perché ci dona un luogo dove fare l'esperienza inconfondibile della corrispondenza, e ci dona degli strumenti, uguali per tutti, che diventano sempre più significativi e potenti nella misura in cui la libertà si lascia guidare. Senza la pertinenza del nostro io a questo metodo - senza cioè la nostra appartenenza - si pensa che il sì sia qualcosa di intimistico o di "privato" che possa prescindere "dalla storia generata da Cristo per trasmettere e destare l'adesione dell'uomo". Nel Seicento il teologo spagnolo F. Suarez (non il calciatore del Barcellona), chiedendosi quale fosse il "motivo della fede" (cioè la ragione del nostro sì) diceva che esso non andava ricercato nella nostra interiorità (come fanno gli eretici) ma nell'oggettività esteriore di quei segni/fatti che attestano la presenza di Cristo nella storia, dal riconoscimento e dall'obbedienza ai quali procede la nostra fede, cioè il sì come risposta.

Se non è così noi cerchiamo nell'ispirazione spirituale o nell'emozione il motivo ultimo, ma in questo modo la realtà è tagliata fuori, come accade oggi, dove il giudizio che l'uomo dà sulle cose si risolve in una ripetuta unica frase "è stata una grande emozione!". Così la vita non è più definita da quell'incontro a cui ogni giorni diciamo sì, perché ogni giorno riaccade. Quando non c'è questo la vita non rinasce, l'io non è nuovo. Più ti attacchi a questa presenza più ti viene voglia di fare il bene, cioè ti viene il desiderio di essere come Cristo: alter Christus, la santità. Paolo dice: "abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo", cioè ponetevi nella realtà come ha fatto Lui.

Dall'appartenenza proviene il compito della missione; e la prima missione è permettere a Dio con il nostro io rinato dall'incontro con lui, di essere ancora presente nel mondo e di servirsi della nostra umanità perché accada per altri quello che è accaduto a noi. La testimonianza è una cosa così: creare occasioni che rendono possibile il miracolo dell'incontro; testimoniare la fede è questo, è continuare una storia iniziata dagli apostoli ai quali Gesù aveva detto che sarebbero stati suoi testimoni. Perciò se la chiesa, se il movimento, se la nostra comunità è autoreferenziale, cioè pensa solo a organizzare e a gestire la vita della struttura e la sua mera organizzazione interna, si sterilisce. E il fatto che talvolta (o spesso) non siamo attrattiva per nessuno, la dice lunga.

Ma solo l'affezione a Cristo ci potrà restituire quell'impeto, quella urgenza che ci pone nella realtà come provocazione e sfida. Diversamente la fede è da pantofolai, per quelli a cui la vita ha detto tutto e sono troppo stanchi per restare o ributtarsi nell'agone della storia.