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Appunti per il Ritiro di Avvento

(4 dicembre 2021)

 

1. Noi siamo attesa

 

Nell'iniziare questo ritiro di avvento, la prima cosa che vorrei farvi notare è quella singolare unità tra il metodo di Dio (e della Chiesa) e l'essere dell'uomo.

L'anno liturgico, che inizia con la prima domenica di avvento, struttura la vita della Chiesa, è la sua routine, quel ripetersi ciclico che assomiglia al modo in cui la nostra vita si dà. Ebbene l'anno liturgico non comincia dal centro, come magari ci si aspetterebbe, esso non comincia dalla Pasqua, l'avvenimento che ha dischiuso il senso di quella storia che aveva radicalmente cambiato forma e significato alla vita di quella pattuglia sparuta di gente incerta che stava dietro a quell'uomo e alle sue interminabili provocazioni. La liturgia poteva partire dal centro e rileggere tutto nella luce di quel centro - come ad esempio fanno i vangeli che nascono come i racconti della Pasqua e dopo Pasqua ricordano e rileggono tutto nella chiarezza di senso manifestata in modo definitivo dalla risurrezione - invece inizia con l'avvento, cioè con ciò che dal punto di vista nostro, antropologicamente parlando, è il vero inizio, il principio e il fondamento di tutto, l'arché: l'attesa. Noi non viviamo l'attesa, noi siamo attesa ("tace il mio cuore e attende"). Non siamo cercatori (seekers), siamo coloro che attendono (waiters): "i beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi" (W. Weil).

Dunque attesa, ma di cosa? Di vita, di significato, di pienezza, di compimento. L'attesa è la conseguenza dell'esperienza della domanda, non della domanda ma dell'esperienza che fai della domanda che sei. La domanda conduce alla ricerca, l'esperienza del reale ti fa riconoscere che ciò che cerchi ultimamente lo devi attendere: «per quanto siano condotti con impegno o ostinazione, nessuno dei nostri tentativi riesce a procurarci il compimento che, implicitamente o esplicitamente, cerchiamo quando ci alziamo la mattina, quando intraprendiamo le nostre attività o organizziamo le nostre "evasioni". Per l'insufficienza strutturale delle nostre forze e delle cose che pure riusciamo a ottenere, non riusciamo a trovare quello che in fondo attendiamo» (C'è speranza, pp. 37-38).

L'attesa è ciò che rimane, il dato ultimo al fondo del nostro essere, quella muraglia indistruttibile che è la nostra natura di persone. Mi sembra interessante come San Tommaso illustri questo aspetto quando, all'inizio della Summa Contra Gentiles e all'inizio del libro IV della stessa opera, parla del fine. La cosa fondamentale per realizzare se e non essere dei falliti è sia conoscere quale sia il fine proprio, sia dirigere ogni cosa verso tale fine; ed è qui, secondo Tommaso, il problema, perché, detto con parole "moderne", non c'è proporzione fra la nostra natura di esseri finiti e la natura del nostro fine che è infinita (le nostre esigenze elementari, il nostro cuore insomma), motivo per cui, quindi, questo compimento, cioè il raggiungimento del fine, dello scopo, non può derivare dalle tue sole forze ma ti è donato per quel gesto gratuito e insperato (ma ragionevolmente desiderato) del mistero, che solo può dare ciò che tu attendi, dove l'attesa è la posizione di chi non avendo mai smesso di cercare, riconosce che se non accade qualcosa da parte di Dio noi non ce la facciamo, qualunque cosa poniamo in essere. Tommaso la chiama rivelazione e chiama il suo correlato antropologico fede, perché ciò che cerchi lo trovi se lo attendi, cioè se lo riconosci come possibile solo in quanto un altro te lo dà, dal momento che la vita ti attesta che tu non ne sei capace.

Dunque noi non attendiamo qualcosa ma siamo attesa; l'attesa è il dato ultimo della nostra natura; come diceva Benedetto XVI, "L'uomo vive finché attende".

 

2. La distrazione e la trascuratezza dell'io

 

Il vero problema però della vita è la distrazione rispetto all'attesa. Riconoscere il dato (l'essere attesa) non ha nulla di scontato, anzi cerchiamo tanti modi per vivere come se non ci fosse tale dato, appunto distraendoci, quello che Pascal chiamava il divertissement che non è il divertimento ma proprio la distrazione. Vorrei richiamare alcuni passaggi di Pascal perché mi pare che aiutino a focalizzare la questione. Pascal prende atto dell'inevadibilità del nostro bisogno/desiderio di senso e di compimento, cioè di felicità; siamo desiderio infinito nel limite finito e così siamo condannati leopardianamente a desiderare di essere felici e a sapere di non poter mai raggiungere l'agognata felicità il cui desiderio e bisogno è inestirpabile: «desideriamo la verità e in noi non troviamo che incertezza. Ricerchiamo la felicità e non troviamo che miseria e morte. Siamo incapaci di non desiderare la verità e la felicità, e non siamo capaci né di certezza, né di felicità. Questo desiderio ci è lasciato, tanto per punirci quanto per farci sentire da dove siamo caduti» (Pensieri, 270) . Quasi agostinianamente, se gli uomini si distinguono per il luogo in cui pensano si debba cercare la felicità - alcuni la cercano nell'autorità, altri nella curiosità, altri nelle scienze e altri infine nei piaceri - tutti sono accomunati dall'unico desiderio di essere felici, come scrive Pascal con parole incisive ad esempio nel Pensiero 370.

In questa condizione, continua Pascal, non c'è da stupirsi che l'uomo cerchi di mettere a tacere ciò che lo rende infelice, che cerchi di distrarsi per non pensare alla propria condizione: ecco il tema del divertissement che nel suo significato potremmo rendere con la parola "distrazione". Tutta l'infelicità deriva dalla domanda sul senso delle cose (la verità), dal desiderio della felicità, e non potendo l'uomo evadere entrambe le questioni, l'unica via di uscita sembra il non pensarci. Così, dinanzi alle domande che provocano la vita, gli uomini hanno deciso di non pensarci per (illudersi di) essere felici; purtroppo nonostante le miserie «l'uomo vuole essere felice e non vuole che essere felice e non può non volerlo; ma come potrà riuscirci? Bisognerebbe, per riuscirci, che egli si rendesse immortale; ma, non potendolo, ha deciso di astenersi dal pensare» (214). Paradossalmente il divertissement è l'unico sollievo delle nostre miserie ma anche la nostra più grande miseria, perché ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta insensibilmente alla perdizione (cf 217).

Pascal a dire il vero biasima duramente non solo il divertissement ma ancor di più l'indifferenza verso la questione decisiva della vita, cioè la ricerca della verità, il cui luogo più eminente è il senso della morte. Alla rinuncia alla ricerca è sicuramente preferibile il dubbio di coloro che non credono, che non riescono a vedere una speranza nell'eternità e in un'altra vita, ma è un dovere indispensabile cercare anche quando si dubita, perché chi dubita e non cerca è non solo infelice ma ingiusto rispetto alla condizione di domanda che definisce l'essere dell'uomo; questo è talmente vero che vi sono solo due categorie di persone che si possono dire ragionevoli: «o quelli che servono Dio con tutto il cuore perché lo conoscono, o quelli che lo cercano con tutto il cuore perché non lo conoscono» (335) .

Dunque la distrazione, questa tentazione con cui quotidianamente facciamo i conti e che ci costringe ogni giorno a decidere tra il prendere sul serio l'attesa oppure lasciar perdere. È una decisione, e una decisione mai scontata, ovvero assecondare la domanda oppure tirare i remi in barca perché se assecondiamo la domanda la vita diventa troppo esigente: barattiamo la possibilità della felicità con la rinuncia alla fatica/rischio che la domanda comporta.

Perciò - e qui è il grande paradosso - anche rispetto a ciò che più ultimamente ci costituisce - la domanda sul senso dell'esistenza - siamo chiamati a decidere: è un invito che può sempre essere declinato e ogni volta che vivi, ogni gesto della tua libertà che censura, dimentica o agisce etsi quaestio non daretur, la coscienza della domanda si assottiglia e impari a vivere nell'anonimato e nell'indifferenza, poiché ciò che fa la differenza non è il reale ma il reale vissuto con la coscienza della domanda.

 

Naturalmente quanto più una cosa ti definisce, se non intendi prenderla sul serio tanto più devi metterla a tacere, facendo in modo che il suo posto così invadente sia preso da qualcos'altro che sia in grado di coprirne la voce. Per fuggire da sé, per stare alla larga dalla voragine del cuore, ti butti nell'azione: magari il lavoro (c'è gente tra noi che lavora sempre!!!) o nelle tante cose da fare, al limite anche la vita e i gesti del movimento, perché sono le cose il significato delle cose stesse e perciò la realtà dall'essere il luogo dove il significato viene riconosciuto, si trasforma nel significato stesso del vivere. Come scrive Carron anche citando Giussani, non è Dio, non è Cristo, non è il rapporto con il Mistero fatto carne. «Di fatto, esistenzialmente, stimiamo di più altro che non Cristo.» Siamo legati al movimento non per il Mistero che porta, ma per le cose che facciamo. E «questo non sviluppa l'esperienza della nostra vita». Contano le cose da fare non come e quanto esse abbiano a che fare con l'attesa che siamo e questo può accadere anche tra noi. Possiamo eludere la questione del destino, l'esigenza che sentiamo, cercare, scrive Carron, «di non fare i conti con noi stessi. È un'arma spuntata, lo sappiamo, alla fine non tiene, ma ci accontentiamo della tregua che, almeno per un certo tempo, ci assicura. Distrazione e irriflessività possono caratterizzare tante nostre giornate e anche lunghi tratti della nostra vita. Esse rappresentano, in un certo senso, l'altra faccia del cinismo: quando infatti la distrazione non funziona, subentra il cinismo, che è un altro modo di chiudere la porta all'urgenza, preferendo bollare tutto di inconsistenza e navigare "sulla sponda del sentimento del niente"» (C'è speranza, pp. 34-35).

Il nostro disinteresse per (le domande costitutive del) l'io, la trascuratezza dell'io è il nostro problema, anzi è il problema originario. Il mettere a tacere, il non curarsi dell'io che ci consegna alla tirannia degli istinti e delle nostre voglie (come diceva l'allora cardinale Ratzinger prima di entrare in conclave) è il supremo ostacolo.

 

3. L'autocoscienza che vince la distrazione

 

Ma è possibile vincere questa trascuratezza dell'io? Il punto è "prendere consapevolezza della natura del nostro vero bisogno". In altre parole non eludere la domanda che ci definisce e così vincere la distrazione. Questo è possibile perché i criteri costitutivi del cuore, l'esigenza di significato, di giustizia, di felicità, di amore, si possono mettere a tacere o censurare fino ad un certo punto, ma non si possono estirpare. Sono interni all'esperienza. Tali esigenze non nascono in ciò che uno prova, «ma nascono in lui davanti a ciò che prova, in lui impegnato in ciò che prova», e giudicano quello che prova.

Prendere sul serio il proprio bisogno - la fame e la sete di una vita piena - è il primo segno di affezione a sé, ma anche la cosa meno scontata che ci sia, perché non diamo alle domande il credito che reclamano.

Che cosa allora dobbiamo cercare per avere quell'affezione a sé che ti permette di prendere sul serio il tuo anelito/bisogno? Semplice: devi guardare e seguire chi più riesce a farlo, chi più ha questa coscienza dell'essere attesa e nel suo umano all'altezza del suo cuore imparare ciò che ti tiene desto e che impedisce alla distrazione di prevalere. Questa è la grazia del carisma: la generazione di una vita nuova e diversa in forza del credito dato all'attrattiva dell'incontro.

Il carisma è avere qualcuno da guardare e da cui lasciarsi guidare. Perciò il carisma è una responsabilità personale, perché ognuno dovrebbe diventare qualcuno a cui guardare per chi gli è a fianco, poiché solo il prendere sul serio quello che abbiamo incontrato rende il carisma utile e vitale. Il resto lo fa lo Spirito che ci afferra e ci conduce ora. È una grande grazia avere qualcuno nel quale riconoscere che "è così che vorrei che fosse la mia vita rispetto a ciò che più di tutto mi urge", perché fuori da una concretezza simile quello che abbiamo incontrato non regge l'urto delle cose.

Siamo attesa e chi attende, attende un Altro; e solo un Altro che viene può dare senso a ciò che cerchiamo, lo abbiamo ascoltato nella liturgia di domenica scorsa di inizio dell'avvento: il compimento della promessa è l'opera di un Altro. Lo dice Giussani ne Una strana compagnia: «il compimento della promessa per cui ogni uomo viene in questo mondo, e per cui ogni uomo può resistere in questo mondo è stato attuato da Dio: il compimento è già realizzato con la risurrezione di Cristo; Dio l'ha attuato per noi risuscitando Gesù» (p. 15).

La svolta della vita è l'avvenimento dell'incontro con Cristo che mi definisce, che configura la mia autocoscienza. Il punto è che proprio questo è ciò che manca o quanto meno la nostra vita non è definita da questo. Scrive don Giussani ne La convenienza umana della fede: «noi diamo per scontato che l'ideale ci sia perché ci crediamo, lo ricordiamo qualche volta, ma tutto il tessuto della nostra esistenza è come sprovveduto di esso. Così, il livello drammatico della vita, che è la convenienza umana in tutti i campi e in tutti i sensi, come la sentiamo naturalmente, non ha pace e non ha ultimamente letizia; non ha pace perché non ha la sicurezza di ciò per cui tutto fa e vive, e non ha letizia perché non è riverberata in anticipo sul presente la felicità del futuro, dell'ultimo futuro» (pp. 93-94).

 

L'autocoscienza è la coscienza della sua presenza tra noi ed è solo da questa autocoscienza che nasce e può nascere la novità nella e della vita, l'essere creature nuove, che è ciò con cui si conclude tutta la Bibbia, poiché al cap. 21 dell'Apocalisse Dio parla e dice: "le cose di prima sono passate ... io faccio nuove tutte le cose": lo spartiacque della vita non è quando ti sposi, quando diventi padre, quando ottieni il lavoro che desideri, quando i figli ti danno soddisfazioni, lo spartiacque è quando il tuo io è la coscienza della Sua presenza e in questo sta la "rinascita" di cui parla Gesù a Nicodemo che Giussani evocava nella Giornata d'inizio.

La portata di questa cosa secondo me non ci è chiara o, detto altrimenti, non l'abbiamo ancora o forse mai presa sul serio, perché affermare che ciò che mi definisce è questo avvenimento è rovesciare il modo normale con cui pensiamo a noi stessi: mi definisce quello che so fare, il mio lavoro, le mie passioni, la famiglia, gli amici, gli affetti, e l'elenco potrebbe continuare. Autocoscienza vuol dire coscienza di sé, consapevolezza di quello che sei e di ciò che ti fa essere quello che sei: la consistenza mia è altro da me, sei Tu che mi fai, perciò allora se l'io è definito da questo incontro, da questo avvenimento, allora l'autocoscienza è coscienza della sua presenza e di conseguenza di me. Come ripete san Paolo: "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me": l'imponenza della sua presenza riempie il mio io al punto tale che l'io è questo Tu che abbiamo incontrato, ed è seguendo questo Tu che costruiamo il nostro io nella ferialità del quotidiano, nella drammaticità delle grandi scelte, nei momenti decisivi o indimenticabili della vita.

Seguire Cristo è costruire l'io. Tutto questo resterebbe una frase ben fatta, da ciellino di lungo corso, uno slogan ma non una vita, se non fosse il contenuto di un'esperienza che vediamo reale in noi oppure auspicata in noi ma soprattutto che vediamo in chi è davanti a noi, in chi è riuscito a fare di questa autocoscienza la forma della vita. Questa è l'autorità, questo è il carisma, poiché il carisma si fa carne nella carne di ogni persona nella cui vita accade il miracolo dell'autocoscienza nuova, del rinascere dal rapporto con il Cristo incontrato, riconosciuto, celebrato e amato.

Il poter vedere che nella storia di qualcuno è vinta l'estraneità fra Cristo e la vita, fra Cristo e i cazzi miei di ogni giorno, questa è la ragione della sequela e questo definisce il senso dell'autorità: l'imbatterci in presenze irriducibili che portano radicato nelle loro viscere il fondamento della speranza; ce lo dice il "cuore" perché sono le esigenze che ci definiscono che ci fanno riconoscere che quella è una presenza da seguire perché è un'altra cosa e io da lui voglio imparare a giudicare e a misurare la mia vita. Perciò il carisma, ripeto, è nostra responsabilità, poiché siamo noi che permettiamo al carisma di essere ancora vivo nella storia, è attraverso di noi (come è stato per noi) che accade il miracolo di una diversità capace di conquistare la vita dell'uomo. Se la responsabilità verso quello che abbiamo incontrato (Cristo) e la modalità del suo darsi a noi (il carisma) non la poniamo sul piano dell'autocoscienza tutto il resto è un inutile bla bla. Non si può vivere senza seguire, quello che possiamo decidere è solo chi seguire nella vita.