Il Libro del mistero
Ogni tanto, spontaneamente e senza bisogno di farlo deliberatamente, ritorna in me questa poesia di Pascoli che di solito non si trova nelle stupide e inutili antologie o nei manuali di letteratura dei licei.
Eppure è una poesia incantevole, che riesce a descrivere, come solo un poeta vero può fare, l'esperienza così profonda, intima, vera, onnipresente nella mia vita. È la metafora del libro, di quell'oggetto verso cui si volge la nostra curiosità, il nostro desiderio di sapere, nella consapevolezza che solo da un libro può scaturire la risposta a quello che cerchiamo. Il libro che diventa il "libro del mistero", cioè il luogo che raccoglie e contiene il senso delle cose, della vita e del reale, e che perciò – in quanto racchiude questo – ti attrae perché siamo at-tratti (ad-trahere) da ciò che più ci interessa e ultimamente, capire chi sono io e che ci sto a fare nel mondo, è la domanda al fondo di tutto, con buona pace di chi pensa che si possa vivere e vivere bene senza arrovellarsi rispetto a questioni che non hanno senso proprio perché cercano il senso.
Un libro dunque, un libro "aperto" e "antico", che sente il tarlo del/nel tempo, come un frutto proibito che sta lì e invoglia, chiede di essere consultato, sfogliato, letto, compreso, scoperto. Ed ecco l'apparire di "uno": non ha nome, è anonimo perché simboleggia l'uomo, chiunque egli sia quell'uno, esso include e incarna ciascuno di noi, un "uno" quasi metafisico su cui si incentra il dramma (anch'esso metafisico) che sta per andare in scena. "Uno", cioè in definitiva "tutti", è venuto; perché egli sia venuto ("donde mai") il poeta non lo sa: non sappiamo la ragione per cui siamo spinti a fare questo, si tratta di un dato universale ed evidente che puoi interpretare ma da cui non puoi non partire, come un postulato su cui costruire tutto quello che intendi dire, come una premessa necessaria senza la quale nulla sta in piedi. Un "uno" che non si vede ma si sente, ad indicare il pensiero che è tanto invisibile quanto prepotentemente presente. Ed inizia l'azione del dramma. Quell'uomo non chiede cosa sia il libro, ma sa che il suo compito è sfogliare le pagine, dalla prima all'ultima, dapprima lentamente, e poi rapido e poi ancora piano piano, un andirivieni senza tregua dove si alternano furore e calma, rapidità e lentezza. Ma poiché il suo cercare è vano, ecco l'emergere dell'ira che si traduce nella mano impaziente che scorre la pagine a gruppi, quindi di nuovo lentamente a una ad una, esitando, e di nuovo ancora sempre più forte. È la frustrazione del non riuscire a trovare ciò che ardentemente e impazientemente si cerca.
Poi qualcosa di inatteso, quasi un colpo di scena nel dramma: la sosta. Ha trovato qualcosa? Il silenzio si fa più intenso, quasi assordante, tutto tace sospeso e desideroso di capire se finalmente la ricerca è conclusa. Legge? In realtà è solo questione di un istante, perché a breve giro ricomincia lo sfogliare frenetico le "contorte" pagine e ricomincia l'inseguimento del vero. La ricerca della verità (questo è il significato del dramma), o meglio l'inseguimento della verità come un predatore affamato la sua preda, è il senso di questo incessante, impaziente, al limite schizofrenico sfogliare. Il tormento ricomincia, perché "sfoglia ancora", non si arrende mai; passa il tempo, giunge la sera ma "sfoglia ancora"; giunge finanche la sacra notte (penso a Novalis) ma lui sfoglia "ancora e sempre". Quell'ancora ripetuto tre volte adesso è divenuto un "sempre", uno sfogliare infinito sotto e nella compagnia delle stelle; è una ricerca tra chimere (cioè anche illusioni) e "crepito arido" (quanta fatica nella ricerca!), un'illusione insomma che sancisce l'incapacità malgrado tutto di decifrare "Il libro del mistero". Il mistero rimane tale, non c'è approccio che regga a svelare il senso delle cose; l'uomo da solo non può farcela, malgrado lo desideri con tutte le fibre del proprio essere. Il poeta ne prende atto senza chiedersi se oltre il dato di fatto sia possibile una via d'uscita, un'altra strada.
Quello che emerge è una duplice realtà quasi ossimorica che struttura la domanda dell'uomo e il fallimento del suo tentativo di trovare risposte. Da un lato vi è l'urgenza di questo interrogare che Pascoli oggettiva nello sfogliare il libro; tutta la poesia è incentrata su questo sfogliare dall'inizio alla fine, dalla fine all'inizio, ancora e ancora, ormai per sempre, con impazienza e frenesia, ora lentamente ora drammaticamente, ora con calma (una pagina per volta) ora con ansia (a gruppi di fogli), mentre i fogli si fanno "fragili", come fragili diventano le pagine di un libro che tanti e tante volte hanno letto, sfogliato, tormentato, usato. È un'ossessione che perdura sempre, questo desiderio irremovibile e irrisolvibile dello sfogliare il libro del mistero, cioè del cercare il vero: la ricerca della verità, lo sciogliere l'enigma della realtà, il tentativo inesausto di trovare un senso a quello che siamo, a cosa facciamo, alla realtà che ci circonda, ci definiscono tutti, come qualcosa di cui non ti puoi liberare nonostante il fallimento ripetuto e definitivo, lo scacco permanente in questa ricerca che non conosce approdi ma solo brevi soste, che a volte illude per un istante prima di ricominciare incessante e assillante.
Ora, la consapevolezza della vanità e vacuità della ricerca ("il cercar suo vano") non attenua affatto l'affanno di tale ricerca, il fascino del libro che calamita l'attenzione fino all'impazienza mai paga. Si può solo sostare, ci si può fermare un attimo per riprendere fiato ma poi si ricomincia, perché quella ricerca, quell'inseguimento, non può essere attenuato o concluso, va avanti sempre e per sempre, dal mattino fino alla tarda notte, nella cornice dell'universo che fa da spettatore coinvolto, quasi desiderando anche lui nella ricerca dell'uomo di capire il senso di quella realtà di cui ogni cosa fa parte. Il vero paradosso, la struttura irrazionale a provocativa sta tutto in questo stridente irremovibile contrasto fra desiderio e realtà, fra domanda di verità e risposta della realtà, fra la ricerca incessante e la frustrazione che ne deriva, la quale, ripeto, lungi dal far desistere, è come se ci facesse incaponire a cercare ancora di più, con più forza, magari anche con più disordine fino a quanto ne abbiamo, concedendoci solo di tirare il fiato ogni tanto prima di ricominciare.
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