Editoriale – 95
Appunti per il Ritiro di Avvento della Fraternità
(2 Dicembre 2018)
Non so se avete mai badato al fatto che il tempo dell'avvento per la Chiesa liturgicamente parlando è il tempo in cui si ricomincia: l'anno liturgico, infatti, ricomincia con l'avvento. Questo per dire che la premessa di tutto, la prima parola che possiamo dirci è il ricominciare. Ricominciare è la cosa più importante, è l'inizio di tutto che ci scuote dall'abitudine, ci preserva o almeno ci richiama rispetto al cedimento della nostra vita alla falsità (cf La compagnia umana della fede = CUF 12). Non stancarsi mai di ricominciare, fino al disgusto di ricominciare: ricominciare è risorgere, è il nuovo inizio che se ne frega di come andrà a finire (libertà dall'esito) ma che riparte dall'essenziale che è accaduto (cf CUF 12-20).
Ricominciare per quale scopo? Perché la coscienza di Cristo inerisca a tutto, diventi l'orizzonte di ogni dettaglio della nostra vita, la modalità/gli occhi con cui guardiamo e giudichiamo ogni cosa, che ci fa vincere la dimenticanza, perché solo se accade un cosa così allora la vita diventa più umana, cioè noi siamo più felici, nonostante la realtà.
Ricominciare dunque da cosa? Dalla tradizione, dalla teoria, dal fatto che appartengo al movimento da tanto tempo, dai gesti del movimento, da una maggiore fedeltà alla "ciellinità"? No, perché neppure i gesti ci e si salvano se non nascono e non aiutano a rendere più forte e certa la coscienza dell'inizio.
Bisogna ricominciare da quella realtà sorgiva del cristianesimo, in altre parole bisogna ripartire e tornare all'origine di tutto cioè: come hanno fatto gli apostoli ad iniziare a credere? Per quale ragione hanno creduto? Il resto viene dopo, ma senza l'origine non regge. Perché il cristianesimo oggi arranca, perché non interessa? Perché lo abbiamo ridotto alla cristianità (valori, etica, visione del mondo, cultura), cioè una posizione nel variegato mondo delle visioni del mondo, dove l'una vale l'altra e non può avere pretesa di verità rispetto alle altre; perché in realtà ci siamo dimenticati dell'origine. Riascoltiamo quanto dice don Giussani nella GDA, p. 8.
Una presenza piena di proposta e colma di significato, perciò una cosa nuova, una novità radicale; una novità implica sempre una dimensione di imprevisto e di imprevedibile, che la rende irriducibile a qualcosa di già visto, già sentito, diversamente non potremmo chiamarla novità. A Israele non mancava una storia, una tradizione di secoli di esperienza del mistero. Ma il cristianesimo fu l'annuncio, cioè l'esperienza, di una irriducibile novità, una cosa nuova che rese quell'esperienza un avvenimento. Una novità che scardinava quello che già credevano di sapere, perciò venne accolta dai poveri in spirito, cioè da coloro che vivevano l'apertura, lo stupore di fronte a ciò che la realtà manifestava. E Gesù ha sconvolto parecchio: dall'idea di Dio a quella del messia, dalla legge al senso dell'amore, dalla famiglia alle istituzioni cardini del suo tempo: il rapporto con la legge, appunto, e con il tempio.
Dunque ricominciare vuol dire "tornare all'inizio": non è per una sterile (e inutile) quanto inevitabile nostalgia verso qualcosa che il tempo ha cambiato, verso una sorta di genuinità che ora crediamo di aver perso. Infatti non si tratta di tornare al passato come fatto/i ma come posizione: l'entusiasmo per qualcosa che stava accadendo.
Costruire su qualcosa che sta accadendo, sull'entusiasmo generato dall'avvenimento della Presenza di Cristo nella nostra vita, non su una "tradizione culturale" della presenza, che rappresenta una tentazione costante. Quando accade quest'ultima cosa non conosciamo Cristo, cioè cessa, si alleggerisce la familiarità con Lui, viene meno il nostro interesse per Lui, quello che facciamo è staccato dalla sua origine, e diventa qualcosa che non ti entusiasmerà mai realmente. Succede così che le cose le facciamo per abitudine: tutto diventa un'abitudine che non ti muove né ti scuote oltre il gesto puntuale. Io mi accorgo spesso di essere trascinato dall'abitudine, quando quello che fai lo fai perché devi farlo ma non ti dice gran che e lascia il tempo che trova. C'è però anche un secondo modo in cui si oggettiva il dis-interesse per Cristo, quando le cose le facciamo perché ci piace farle, organizzarle, essere coinvolti, riempire il tempo.
Ora, come facciamo a capire se Cristo è entrato veramente nella nostra vita, se la irrora e feconda davvero? Il criterio è uno solo: se egli determina il nostro modo di stare davanti alle cose, se condiziona la nostra vita per cui vivendo partiamo da Cristo non dalle nostre impressioni, dai nostri schemi, il nostro "sentire". L'uomo moderno affermava la sua estraneità da Cristo rivendicando nella ragione la condizione dell'esistenza, il criterio ultimo di quello che faccio e che sono nella statuizione della stessa ragione quale unico luogo della verità e del valore. L'uomo postmoderno, contemporaneo, che si è sbarazzato del fardello oneroso della ragione (perché stare dietro alla ragione chiede energia, impegno, pazienza, attenzione) si aggrappa al sentire, alle "emozioni" o piuttosto agli istinti: è la dittatura dell'io e delle sue voglie di cui parlava Ratzinger. Tante volte noi siamo come tutti, senza che la novità assoluta di quello o meglio di Colui che ci è capitato emerga almeno come coscienza nella nostra vita.
Dunque la familiarità con Cristo e di Cristo significa che incide sul mio modo di vivere, che determina la forma con cui viviamo le circostanze: cf CUF 134 e 137. Questo vuol dire la familiarità con Cristo, qualcosa di più dell'andare a messa o a sdc o di essere fedeli ai gesti. Certo, non può accadere tale familiarità senza questa fedeltà: nessuno può dire che la fede si costruisce senza una vita sacramentale, senza la sdc o vivendo un disinteresse, una trascuratezza verso quello che il movimento ci propone; ma allo stesso tempo se la fede è solo questo non basta e un po' alla volta diventa irrilevante per la vita, men che meno la realtà decisiva della vita, cioè che ne decide il senso. Viceversa la fede diventa la premessa che ci lasciamo alle spalle; ma quando diamo per scontata la fede viviamo dimentichi di Cristo e così non siamo percossi da nulla, arriva lo scetticismo e poniamo la fiducia e cerchiamo il nostro compimento in quello che facciamo noi: cf CUF 33-34.
Per fortuna, siccome la domanda può essere ridotta ma mai spenta, essa riemerge sotto forma di disagio, di insoddisfazione che spesso si rovescia sui gesti, per cui anziché interrogarci sulla nostra posizione rispetto ai gesti, mettiamo in questione i gesti stessi. Se andiamo a fondo del nostro disagio questa insoddisfazione può diventare occasione, opportunità di ritornare all'inizio. Certo il nostro problema/nemico è l'assenza della conoscenza di Cristo, cioè la poca o scarsa familiarità con Cristo. Magari nei gesti sembra che ci sia questa conoscenza (infatti faccio sdc, la caritativa, il banco, le tende) ma nel cuore no, e il cuore è come guardi le cose che ti stanno a cuore.
Chiediamoci: guardiamo la realtà come la guarderebbe Cristo o anche a partire da Cristo? A me accade raramente, piuttosto molto di quello che faccio parte da me, dalla mia misura.
La conseguenza della poca familiarità di Cristo è la lontananza/impaccio/estraneità tra noi. Quell'impaccio per cui non siamo liberi nel richiamarci, temendo sempre che si possa sbagliare o essere inopportuno (cf la I lettura della Domenica 32 anno B) e al contrario quando c'è libertà, stima, affezione tra noi, allora vuol dire che l'avvenimento di Cristo ci è familiare. Perciò il punto decisivo è proprio la conoscenza di Cristo, e l'esigenza urgente è recuperare, ritrovare la familiarità con Cristo da cui proviene quella certezza di cui abbiamo bisogno per vivere e per vivere bene e non ridurre tutto alla nostra misura, quella certezza che ci fa rinascere, che ci rende creature nuove, persone diverse (cioè con un cuore diverso) da quello che saremmo senza Cristo. Come accade questo? Tornando all'inizio: la memoria!
L'inizio è un atto di elezione (non è la creazione) come ci attesta la Scrittura in cui Israele parte sempre dall'elezione: non c'è un Dio che crea e cerca, ma un Dio che mi ha scelto, cioè salvato; in altre parole (per Israele) la mia storia andava a rotoli, la mia vita non era espressiva di quello che il mio cuore desiderava (infatti ero schiavo in Egitto, non possedevo nulla, non avevo una storia o un popolo a cui appartenere ecc.) e accadde qualcosa di imprevisto e di imprevedibile, una cosa nuova. Dunque all'origine vi è una preferenza che chiede un atto di libertà, cioè di accoglienza: nulla accade se Dio non mi accade, ma occorre la mia risposta che ac-coglie l'avvenimento/annuncio. La libertà essenzialmente è il cor-rispondere ad un evento di liberazione, ovvero all'essere liberati, così come l'amore è sempre secondo e successivo a qualcosa di più originario che è l'essere amati. Se non fai l'esperienza di questa liberazione (una vita che rinasce in forza di quello che ti è capitato) la libertà è come se non ti servisse; sei libero per natura ma la realtà ti soffoca e non riesci a dare forma compiuta alla domanda/desiderio/aspettativa del tuo io/cuore. È chiaro, lo dice San Tommaso commentando il Credo, che in questa vita nessuno può appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell'uomo, per questo solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là fino all'infinito (cf II lettura Breviario IV, pp. 504-505), ma se non c'è la percezione del fine – dunque l'avvenimento come accadere della liberazione – la libertà di cui disponiamo è come se non sapessimo o potessimo servircene fino in fondo, perché l'uomo libero non è solo colui che può fare quello che vuole, ma è colui che nella libertà fa esperienza di liberazione, ovvero la cui vita rinasce. Se la fede non è questo rinascere, questo tornare a respirare nella realtà e malgrado la realtà, è una sovrastruttura, cioè non incide e dunque non è, proprio perché non opera.
La libertà è la condizione di tutto (di Dio come di noi) e poiché sorge – la nostra – come risposta alla libertà di Dio che si rivela, quando si offusca l'origine si smarrisce la propria libertà. La storia di Israele da questo punto di vista è ancora una volta emblematica ed esemplare. E siccome la libertà non è una cosa data per sempre – come lo può essere la soluzione di un problema, una formula di calcolo o una legge fisica – essa è sempre a rischio e va riconquistata per preservarla (cf G. Orwell, La fattoria degli animali), e solo il principio sorgivo che ci rende liberi ci fa permanere nella libertà. Perciò l'inizio non è mai un fatto passato, un "già saputo", una premessa, ma un principio e dunque il contenuto della memoria. Nell'AT quando Israele parla o anche lo fa Dio (nell'alleanza) si parte sempre da quello che viene chiamato il "prologo storico", cioè la memoria dell'inizio, del punto sorgivo da cui quella storia è partita ed è nata, e questo perché nulla può accadere senza quella memoria. Il "già saputo" è quando l'avvenimento diventa un premessa, necessaria ma provvisoria: necessaria per averci fatto incontrare Cristo, provvisoria perché adesso so come stanno le cose e posso procedere senza seguire, cioè senza state al metodo che l'origine impone (cf Kant e le verità morali). È l'atteggiamento dei farisei che sapevano già tutto perché vivevano della tradizione generata dall'avvenimento (che per loro era l'elezione e l'alleanza sinaitica) e che pertanto non hanno bisogno di corrispondere con la loro libertà alla novità portata dall'agire imprevedibile di Dio (cf i rimproveri a Gesù che non ha ancora cinquant'anni e pretende di aver già visto Mosè o verso chi cercava di stare dietro a Gesù: "studia e vedrai che…", ecc.). La realtà ti sorprende, o meglio Cristo ti sorprende nella realtà.
Ci vuole un cuore aperto, ci vuole una disponibilità quotidiana che s'impara in forza della memoria dell'essenziale. Noi tante volte commettiamo un errore, perché nel cercare il nesso tra la realtà e l'avvenimento (cioè: cosa c'entra la fede con il mio quotidiano fatto di lavoro, abitudini e routine) partiamo dalla realtà, mentre invece dobbiamo partire dalla memoria dell'avvenimento per stare dentro la realtà (per questo iniziamo la giornata con l'angelus). Voi capite che una cosa del genere non accade spontaneamente e che se ci riesce qualche volta non dobbiamo mai pensare che il lavoro sia finito e ci tornerà facile e spontaneo anche domani.
La fortuna che fa sì che la lotta non si trasformi in sconforto ma in attesa e letizia malgrado la fatica è che non siamo soli, che rispetto a ciò che più riguarda il nostro io non siamo soli con il nostro io. Il grande paradosso, la cosa che forse ci dà più immediatamente fastidio, è che per essere te stesso devi essere di un altro, devi stare dietro a un altro, devi appartenere (cf CUF 43 e 53). Appartenere a qualcuno, non seguire solo un codice di regole che sarebbe la cosa più semplice ma inutile: lo facevano i deisti nel Seicento lo fa l'attuale Deismo Moralistico Terapeutico americano con i suoi cinque pilastri fondamentali (cf R. Dreher, L'opzione Benedetto, 25ss.). Invece è questioni di rapporti (questo vuol dire appartenere), di presenze in cui si oggettiva e prende forma la Presenza del Mistero. Perciò è necessaria una compagnia di amici – la Fraternità – dove il metodo prende forma, dove è possibile essere liberati e vivere la libertà. Questo è il senso della fraternità: cf CUF 83-84. In questo senso mi sembra che l'esperienza delle nostre comunità attesti come la fraternità sia quel luogo concreto dove riaccade l'avvenimento e dove Cristo diventa un'esperienza, una realtà oggettiva che puoi guardare e riconoscere come una cosa presente, non solo come desiderata presente ma avvertita come presente. Se la fraternità non è questo, vuol dire che non la viviamo, ma mi pare che l'esperienza di tanti attesti proprio come al fraternità sia diventato il luogo di una familiarità dove la vita concreta si mette in gioco, un flusso di rapporti buoni che la via costruisce e che si basano sulla vita e le sue circostanze oggettive, reali. Perciò si deve essere grati alla fraternità e la prima gratitudine è lo stare a ciò che essa ci chiede.
Che la compagnia sia necessaria non significa affatto che possiamo delegare alla compagnia il nostro stare davanti a Cristo. La verifica di tutto è il nostro cuore rispetto al cui bisogno Cristo si pone come risposta. Il cuore verifica la corrispondenza ma la corrispondenza è una cosa così, come la descrive CUF 59-66 e 70.
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