Editoriale – 54
Inserisco un sunto del mio intervento al seminario "Filosofia della storia e incivilimento: da Agostino a Rosmini" organizzato dall'Università degli Studi di Trento (23 maggio 2013)
Dall’erramento ferino alla ricostituzione dell’humanitas nella Scienza nuova di G. Vico
1. La scienza della storia (scienza nuova) nell’orizzonte del principio del verum-factum
Se c’è un aspetto del pensiero di Vico che raccoglie un consenso pressoché unanime nel ginepraio del conflitto delle interpretazioni che ha accompagnato (nel passato come nel presente) la lettura della sua prospettiva filosofica, questo è il fatto che il filosofo napoletano per primo nella modernità ha indagato il senso della storia umana dando proprio alla storia la forma conoscitiva della scienza (la scienza nuova) che tutti negavano non potendo darsi scienza de singularibus. E invece in Vico le uniche cose che l’uomo può conoscere “scientificamente” (non certo le sole che può conoscere) sono quelle che egli fa, conformemente al principio basilare dell’epistemologia vichiana secondo cui verum et factum convertuntur, «verum est ipsum factum». Poiché il verum è allo stesso tempo il contenuto della conoscenza, si dà autentica e completa conoscenza solo nella misura in cui il vero conosciuto è contemporaneamente il fatto; detto altrimenti: si dà conoscenza chiara e perfetta solo di ciò nei confronti di cui il soggetto conoscente ha un rapporto poietico; egli, infatti, in tanto conosce in quanto fa. Pertanto se “veri criterium ac regulam ipsum esse fecisse” e se “id verum est quod factum, provare per caussas idem est ac efficere”, per cui “idem factum et verum nempe effectus”, allora solo colui che può essere considerato l’autore della cosa è ipso facto colui che realmente e pienamente la conosce, cioè ha di lei una scienza, dal momento che la scienza è la conoscenza della genesi, ovvero del modo con cui la cosa è fatta.
L’applicazione del principio nel De antiquissima (1710) permette a Vico di guadagnare sul piano della conoscenza scientifica massimamente certa – in alternativa al principio del dubbio cartesiano – la matematica e la geometria (uno e punto) in quanto concernono paradigmatici oggetti che l’uomo fa. Nel percorso vichiano, però, il carattere di scienza per eccellenza si estende alla storia che è certamente fatta (anche) dagli uomini ed è proprio questa origine “umana” della storia che la rende perfettamente conoscibile. Allo stesso tempo la difesa del carattere pienamente umano della storia, rappresenta il guadagno di quei principi universali ed eterni su cui costruire un sapere autentico. Inoltre, in quanto la conoscenza della storia è realmente scientifica in forza del principio del verum-factum (come lo era la matematica nel DA), allora può avere pretesa di validità il discorso su Dio, cioè una teologia non più naturale (ovvero basata sulla natura) ma civile (cioè basata sulla storia), a cui solo si può dare propriamente il nome di metafisica. Mentre la teologia “fisica” rimane insuperabilmente incerta, perché incerta è la conoscenza del fisico (solo Dio conosce il naturale perché ne è l’unico autore); nel caso, invece, della storia, la conoscenza, il sapere, è esemplare. Vico lo ribadisce quando, enunciando l’implicazione del principio del verum-factum, ricorda che la scienza nuova procede come la geometria che conosce ciò che (il mondo delle grandezze) essa stessa ha prodotto, solo che la prima costituisce una “nuova scienza” poiché la realtà, ovvero la consistenza ontologica, della storia (le faccende degli uomini) è ben maggiore di quella di linee, punti, superfici e figure. Così la storia, da luogo per eccellenza dell’accidentale, del contingente e dell’arbitrario, diventa invece il luogo dove si rivela la verità eterna, ben più della natura, da sempre deputata al compito di rinviare a tale verità. Abbandonata la scienza del mondo naturale, rimane la storia, il mondo degli uomini come tale, da studiare con il metodo della critica filologica; nella necessità delle “pruove” filologiche, accanto a quelle teologiche e filosofiche, che rendono la teologia teologia civile, è avviato il riconoscimento della dimensione della attualità e il congedo definitivo dall’universo metafisico tradizionale basato sulla connaturalità tra naturale (nel senso di fisico) e sovrannaturale.
In quanto il mondo civile ci sì manifesta Dio, ma è opera dell’uomo, attraverso la «severa analisi de’ pensieri umani d’intorno alle umane necessità della vita socievole» (che sono le due fonti del diritto naturale ius gentium), la scienza nuova diventa anche storia delle umane idee sulla quale deve costituirsi la metafisica della mente umana. Ora nel determinare i tempi e luoghi di questa storia, la SN procede secondo «un’arte critica più che metafisica», che è il connubio di filologia e filosofia, alternativa sia alla critica “erudita” cieca e dispersiva, sia alla critica “metafisica” astratta e nebulosa.
Il criterio della scienza è il senso comune (insegnato dalla divina provvidenza) e così essa scopre e descrive il disegno di una storia ideale eterna (formula quasi ossimorica) sopra la quale (cioè avendo essa come fondamento e riferimento normativo) scorrono nel tempo le storie di tutte le nazioni (cf § 7 e 393) in tutte le loro fasi – inizi, progressi, stati, decadenze e fine (cf § 349) –, quasi a riecheggiare da un lato il motivo platonico del Timeo per cui il tempo è un’immagine mobile dell’eternità, dall’altro la metafisica della partecipazione in chiave di creazionismo, che scorge nella realtà in quanto creata l’esistenza di un ordine proprio, ordine al quale tanto i singoli quanto i popoli sono chiamati a conformarsi per preservare l’humanitas, ovvero la propria identità. Inoltre la scienza nuova è una metafisica che meditando la comune natura delle nazioni alla luce della provvidenza divina stabilisce un «sistema del diritto naturale delle genti che procede secondo lo schema di tre età; infine essa espone i principi della storia universale» (§ 399).
2. L’uomo come essere naturalmente “sociabile”
Se ci soffermiamo un attimo sulle Degnità che sono come definizioni-assiomi, una sorta di precipitato delle analisi che seguiranno nell’opera, tra le altre cose emerge il dato antropologico di un uomo «non ingiusto per natura assolutamente» (§ CIV) ma debole per la sua natura decaduta. In quanto il peccato non ha distrutto la capacità di fare del bene – cioè il libero arbitrio – la natura umana non è stata ontologicamente cancellata e perciò l’uomo non ha perso quella proprietà essenziale che è l’essere socievole, il che gli ha permesso passare da una condizione di erramento ferino, determinata dal peccato, ad una sorta di ritorno all’humanitas e all’incivilimento.
Sull’uomo come essere naturalmente socialis, non il luogo di una solitudine radicale ma di una costitutiva apertura all’altro, Vico aveva insistito nel De uno. In particolare nell’uomo la corporeità, che negli altri essi, in quanto principio di finitezza, divide e separa, diventa, attraverso il linguaggio (sermo), lo strumento della comunicazione, il cui contenuto è rappresentato dalle communes veri aeterni notiones, le verità eterne universali che conoscitivamente esprimono l’ordo rerum aeternus. L’universalità del vero, cui gli uomini pervengono mediante la ragione, costituisce il fondamento ultimo della natura socievole, perché comunicativa, dell’essere umano; socievolezza mediata dalla corporeità che così si rivela distinta in sé dalla corporeità ferina, la quale è incapace di condivisione; infatti, dice Vico con una bella espressione, l’uomo ha il volto mentre le bestie hanno la faccia (De uno XLV, 2); e così, mediante il volto, egli può pervenire alla condivisione con il suo simile, poiché nel momento in cui comunica è in grado di palesare nell’espressione del volto una sorta di umana commiserazione (misereri).
Mi sembra sia da sottolineare con particolare attenzione il modo in cui Vico fonda il carattere sociale dell’essere umano, perché da esso scaturisce tutta la sua riflessione giuridica e si comprende la sua opposizione ad una visione convenzionalistica ed utilitaristica della società esemplificata da Hobbes. La fondazione della natura socialis dell’uomo (ricondotta essenzialmente all’evento comunicativo della verità) è metafisica; perché vi sia società, gli uomini devono poter comunicare al di là delle loro particolarità differenzianti. Emerge qui la centralità della categoria di ordine come quell’idea che posta da Dio nell’uomo è l’origine tanto della conoscenza di ogni realtà quanto dei principi delle scienze; e poiché l’ordine naturale è l’anima di qualsiasi governo civile (“ordo naturalis est mens reipublicae, leges sunt lingua”), ultimamente la società umana ha il suo fondamento nella relazione metafisica con Dio da cui, in definitiva, transitivamente, derivano tutti i governi, tanto che alla decadenza o al venir meno del rispetto dell’ordine naturale (ubi deficit ordo naturalis) corrisponde sempre la corruzione della respublica. A partire da questa chiara fondazione metafisica della socialità umana (che determina quindi anche il concreto strutturarsi delle forme di organizzazione sociale), si comprende la polemica di Vico e il rifiuto della concezione giusnaturalistica dello “stato di natura”, giudicata falsa perché, in definitiva, utilitarista. In una prospettiva hobbesiana (e giusnaturalistica) la società rimane uno sbocco non naturale ma una necessità a cui l’uomo si adegua soltanto per le garanzie di tutela che essa può offrire nel calcolo delle utilità, senza quindi nessun riferimento al suo essere naturalmente la modalità del vivere umano che si costituisce in forza e come luogo della comunicazione nella verità.
3. I principi costitutivi dello stato civile secondo il senso comune: religione, matrimoni, sepolture
Ora, tornando alla Scienza nuova, Vico con realismo ci ricorda che l’umano arbitrio “di sua natura incertissimo” necessita di essere sostenuto, ma non potendo contare sulla filosofia, poiché essa «non può fruttare ch’a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo» (§ 131), la provvidenza si serve del senso comune. Nella Degnità XII, Vico definisce il senso comune il «giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il gener umano» (§ 142). Nella degnità immediatamente prima il senso comune viene presentato come il criterio con cui il libero arbitrio oltrepassa la sua naturale e profonda incertezza, giungendo così all’accertamento e alla determinazione circa le necessità e le utilità, una sorta di «mediazione tra la indeterminata disposizione della libertà al giusto e la articolata regolazione giuridica dell’utile». Questa nozione, così centrale in Vico, non può essere confusa né con il piatto buon senso, né con una sorta di senso volgare privo di valore conoscitivo, ma, evidentemente, ha un valore peculiare e una dignità centrale.
Quali sono, allora, i contenuti dettati da un “comun senso umano”, i principi universali ed eterni sopra i quali tutte vissero e tutte vi si conservano le nazioni perché essi sono all’origine dello stato civile (non più ferino)? Leggiamo in SN: «Or, poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini, perché tali cose ne potranno dare i princìpi universali ed eterni, quali devon essere d’ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano in nazioni. Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane, quantunque, per immensi spazi di luoghi e tempi tra loro lontane, divisamente fondate, custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti; né tra nazioni, quantunque selvagge e crude, si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate solennità che religioni, matrimoni e seppolture» (§§ 332-333).
Siamo nella sezione III del libro I: “De Principi”. Sulla scorta degli assiomi (“degnità”), che sono come i principi della SN, si tratta adesso di dare forma alle materie, e nel fare questo si comincia da zero (tabula rasa) ripartendo da una verità fondamentale: il mondo civile, il mondo delle nazioni, certamente è stato fatto dagli uomini e perciò si possono “ritrovare i principi dentro le modificazioni della nostra mente umana”, cioè è possibile elaborare una scienza, ovvero rinvenire i principi “universali ed eterni” – come è proprio della scienza che non si occupa del particolare e del contingente – sui quali si sono costituite e in forza dei quali continuano ad esistere le società.
Il dato che emerge, condiviso da tutte le nazioni, barbare o umane, ovunque e sempre, qualunque sia la loro origine e fondazione (in forza del principio stabilito nella degnità 13 secondo il quale il principio dell’uniformità è criterio di verità), è l’esistenza di tre costumi umani, come principi eterni ed universali: religioni, matrimoni (solenni), sepolture. Leggiamo nel § 333: «Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane, quantunque, per immensi spazi di luoghi e tempi tra loro lontane, divisamente fondate, custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti; né tra nazioni, quantunque selvagge e crude, si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate solennità che religioni, matrimoni e sepolture». Non solo da queste tre istituzioni nacque l’umanità ma esse si devono “santissimamente custodire” perché il mondo “non s’infierisca” (cioè non torni ad essere popolato di fiere) e “si rinselvi di nuovo” (cf § 333). Anzitutto la religione è alla base della nascita della società, è il fattore che permette il passaggio dalla condizione ferina a quella umana, come stabilito dalla degnità 31: «Ove i popoli son infieriti con le armi, talché non vi abbiano più luogo l’umane leggi, l’unico potente mezzo di ridurgli è la religione» (§ 177). Questo dato essenziale rivela l’errore di Hobbes, che nega la provvidenza e riduce la nascita della società a un contratto sociale e volontario per arginare la violenza, come pure l’infondatezza della posizione di Polibio per il quale se ci fossero i filosofi non ci sarebbero religioni dal momento che, essendo la religione sostanzialmente superstizione, uno stato di sapienti la renderebbe inutile. Poiché, invece, non ci sarebbero state al mondo nazioni se non ci fossero state religioni, ha torto anche Bayle, secondo il quale i popoli possono vivere con giustizia senza Dio (l’idea di una società degli atei). Il secondo principio “umanizzatore” è rappresentato dai matrimoni celebrati solennemente; dove non esistono matrimoni ma “concubiti” vi è “peccato di bestia” e tutte le nazioni naturalmente li aborriscono perché essi appartengono all’«infame del mondo eslege» (§ 336): «L'oppenione poi ch'i concubiti, certi di fatto, d'uomini liberi con femmine libere senza solennità di matrimoni non contengano niuna naturale malizia, ella da tutte le nazioni del mondo è ripresa di falso con essi costumi umani, co' quali tutte religiosamente celebrano i matrimoni e con essi diffiniscono che, 'n grado benché rimesso, sia tal peccato di bestia» (§ 336). Infine le sepolture; è proprio dello stato ferino lasciare i cadaveri insepolti come cibo di corvi e cani: «Finalmente, quanto gran principio dell'umanità sieno le seppolture, s'immagini uno stato ferino nel quale restino inseppolti i cadaveri umani sopra la terra ad esser ésca de' corvi e cani; ché certamente con questo bestiale costume dee andar di concerto quello d'esser incolti i campi nonché disabitate le città, e che gli uomini a guisa di porci anderebbono a mangiar le ghiande, còlte dentro il marciume de' loro morti congionti» (§ 337). Viceversa le nazioni gentili, come le antiche barbare, hanno creduto che le anime errassero inquiete vagando attorno ai corpi non sepolti, affermando così anche l’immortalità dell’anima. Nella sezione IV del libro I (“Iconomica poetica”) Vico ricorda come i “giganti pii”, dislocati sui monti più alti, a differenza dei giganti empi dispersi per le pianure, che lasciavano che i cadaveri si decomponessero senza ricevere sepoltura, «dovettero risentirsi del putore che davano i cadaveri de’ lor trapassati, che marcivano loro da presso sopra la terra; onde si diedero a seppellirgli […], e sparsero i sepolcri di tanta religione, o sia divino spavento, che “religiosa loca” per eccellenza restaron detti a’ latini i luoghi ove fussero de’ sepolcri» (§ 529); e da qui iniziò la credenza universale nell’immortalità delle anime chiamate “dii manes”.
4. Tra erramento ferino e ricostituzione dell’humanitas: la nozione di Dio e il passaggio dalla libertà “sfrenata” alla libertà “ordinata”
La distinzione fondamentale adottata da Vico è tra un periodo in cui gli uomini hanno conosciuto l’erramento ferino, in quanto hanno vissuto “eslege”, e il periodo dell’humanitas, dell’incivilimento; lo spartiacque, come si è visto, è rappresentato da quelle tre istituzioni costitutive del sorgere e del permanere di ogni società: religioni, matrimoni solenni e sepolture. Seguendo la suggestiva e geniale etimologia vichiana, «essa umanità ebbe incominciamento dall’“humare”, “seppellire” …; onde gli ateniesi, che furono gli umanissimi di tutte le nazioni, al riferire di Cicerone, furono i primi a seppellire i morti» (§ 537).
Ora, secondo l’ordine delle cose, da cui occorre far procedere l’ordine delle idee, poiché gli uomini, come stabilito nella degnità LIII, «prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura», si distinguono tre corrispondenti età: precisamente l’età degli dei (o tempo oscuro secondo la classificazione di Varrone) «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser lor comandata con gli auspici e con gli oracoli», la cui lingua fu quella geroglifica, cioè sacra e muta; quindi l’età degli eroi (o tempo favoloso) «nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi riputata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei», la cui lingua fu quella eroica, cioè simbolica, fatta di metafore e similitudini; infine l’età degli uomini (o tempo storico), «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi si celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie», la cui lingua fu quella “pistolare o volgare” fatta di segni convenzionali per comunicare i comuni bisogni della vita.
Quanto ai luoghi di queste età, selve e tuguri furono propri della prima, villaggi e città della seconda e l’accademia della terza. E poiché gli uomini «prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, di più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze», la natura dei popoli (e il corso delle nazioni che ne deriva) è prima cruda (sorgimenti), poi severa (progressi), quindi benigna (stati) e delicata (monarchie), infine dissoluta (fine). Da dove derivano e quando nascono, dunque, le nazioni? Gli “autori dell’umanità gentilesca” sono discendenti delle razze di Cam (prima), Giafet (dopo) e Sem (infine), i quali rinunciarono alla vera religione, quella del loro padre Noè, e, smarrendo l’istituzione del matrimonio e della società, prostrarono l’umanità nell’erramento ferino, durante il quale gli uomini vagavano senza stabile dimora per la terra, dove si nutrivano di fiere, e inseguivano le donne selvagge, ritrose e schive. Il nomadismo (a cui si era costretti dalla continua ricerca di pascolo ed acqua) fece sì che le madri abbandonassero i figli dopo lo svezzamento e questi dovettero crescere senza udire voci, senza apprendere alcuna abitudine umana, costretti ad una condizione bestiale e ferina (cf § 336).
Leggiamo nel § 369: «Gli autori dell’umanità gentilesca dovetter essere uomini delle razze di Cam, che molto prestamente, di Giafet, che alquanto dopo, e finalmente di Sem, ch’altri dopo altri tratto tratto rinnunziarono alla vera religione del loro comun padre Noè, la qual sola nello stato delle famiglie poteva tenergli in umana società con la società de’ matrimoni, e quindi di esse famiglie medesime. E perciò dovetter andar a dissolver i matrimoni e disperdere le famiglie coi concubiti incerti; e, con un ferino error divagando per la gran selva della terra — quella di Cam per l’Asia meridionale, per l’Egitto e ‘l rimanente dell’Affrica; quella di Giafet per l’Asia settentrionale, ch’è la Scizia, e di là per l’Europa; quella di Sem per tutta l’Asia di mezzo ad esso Oriente, — per campar dalle fiere, delle quali la gran selva ben doveva abbondare, e per inseguire le donne, ch’in tale stato dovevan esser selvagge, ritrose e schive, e sì sbandati per truovare pascolo ed acqua, le madri abbandonando i loro figliuoli, questi dovettero tratto tratto crescere senza udir voce umana nonché apprender uman costume, onde andarono in uno stato affatto bestiale e ferino. Nel quale le madri, come bestie, dovettero lattare solamente i bambini e lasciargli nudi rotolare dentro le fecce loro propie, ed appena spoppati abbandonargli per sempre». Movimento, solitudine, disordine, caratterizzano il regresso animalesco delle nazioni dopo il diluvio. Anzitutto il divagare senza direzione “con nefario ferino errore” (§ 336), il “campare fuggendo” (§ 1098), da “empi vagabondi” (§ 56); poi la solitudine e l’isolamento: “raminghi e soli” (§ 62), l’assenza di relazione che genera buio e oblio «perché tali uomini non lasciavano niun nome di sé nelle loro prosperità» (§ 717). Dunque il dato da cui bisogna partire per ricostruire e comprendere la storia umana, è l’abbandono della religione vera, professata dal padre di tutte le genti, la quale sola può, come ripete Vico, tenere uniti gli uomini in umana società (cf § 369). Smarrito Dio, l’uomo viene prostrato nello stato ferino e così la prima natura dei popoli è fatta da “crudi fierissimi uomini”, “immani e goffi qual’i Polifemi”, “menti singolarissime poco meno che di bestie” (cf § 191 e 703). Questa condizione, l’“infame nefas del mondo eslege” (cf § 80 e 336), è caratterizzata dalla “sfrenata libertà bestiale” (cf § 338) e dalla comunione delle donne e delle cose che distruggono il singolo, e quindi la società, poiché generano l’anarchia sul piano sociale (cf § 1102).
C’è dunque una libertà da usare correttamente e c’è una libertà sfrenata, senza regole, che anziché aiutare l’uomo a costruire se stesso lo allontana dalla sua autentica condizione umana e civile. Vico definisce la vera libertà «il tener in freno i moti della concupiscenza e dar loro altra direzione che, non venendo dal corpo, da cui vien la concupiscenza, dev’essere della mente, e quindi proprio dell’uomo» (§ 1098); in altre parole la libertà è data all’uomo perché sia rispettato il giusto ordine delle cose in base al quale l’inferiore si sottomette al superiore e, nel caso dell’uomo, il rispetto dell’ordo rerum (cioè della verità così come Dio l’ha posta nella realtà creata) significa porre la ragione quale principio “direttore” della vita a cui subordinare le altre facoltà. Questo dato era emerso con chiarezza nel De Uno dove Vico, dopo aver ribadito, direi agostinianamente, che la ragione era il motivo per cui l’uomo praestat ceteris animantibus (XII) osservava come, secondo l’ordine della natura disposto da Dio, la ragione, elemento che è eccellente nell’uomo, comandasse la volontà; tuttavia ciò che vale nell’uomo incorrotto, non vale più per l’uomo corrotto dal peccato, presso il quale si rovescia l’ordine della verità (e non potrebbe essere altrimenti poiché dal fas si passa al nefas, dal giusto all’errore), e di conseguenza la ragione viene sopraffatta dalla volontà ed è ad essa asservita.
Dove però non viene più rispettato l’ordo rerum, e la libertà non è più al servizio ma “asserve” la ragione, l’uomo diventa preda degli appetiti sensibili, viene tiranneggiato dall’amor proprio e si disgrega ogni forma di ordine sociale poiché la soddisfazione dei bisogni istintivi, quale unico fine dell’uomo, genera una conflittualità permanente, un caos che è opposto all’ordine (cioè a Dio) senza il quale la società umana “non può reggere nemmeno un momento” (§ 1100). L’alternativa è tra una libertà rispettosa dell’ordine delle cose, e pertanto assoggettata in tutto e per tutto alla ragione, che così permette all’uomo di edificare se stesso e la società, e una libertà derivante dalla trasgressione, cioè ferina, e dunque disumana, che si risolve e introduce la schiavitù delle pulsioni disordinate, in balìa delle quali l’uomo smarrisce l’integrità della sua natura e identità.
Il dissolvimento dell’humanitas, provocato dalla rinunzia alla vera religione, si esprime sul piano individuale nella immane fierezza della libertà bestiale e sul piano sociale nella solitudine degli stessi uomini i quali, di fatto, si incontrano solo in vista di un soddisfacimento delle proprie esigenze fisiche, per poi di nuovo tornare a vivere da soli; ora, come abbiamo visto, per Vico la solitudine è quanto di più disumano possa esserci, perché la natura degli uomini, come viene ribadito sin dall’inizio della SN, «ha questa principale proprietà: d’essere socievoli» (§ 2).
Laddove non c’è relazione stabile non c’è più comunione, è contraddetta “la vera civil natura dell’uomo”; così il divenire comune delle donne esprime l’impossibilità di una discendenza, di figli legittimi e dunque di una famiglia da cui e su cui solo può sorgere la società (e il diritto). Tanto è innaturale la solitudine rispetto alla condizione umana, quanto è radicale nella condizione decaduta e ferina, fino al punto che non solo si smarrisce l’istituzione del matrimonio, sostituita dai “concubiti incerti” (§ 369), ma anche la forma più forte delle relazioni, quella della comunione tra madre e figlio, si perde tanto che «le madri, come bestie, dovettero lattare solamente i bambini e lasciargli nudi rotolare dentro le fecce loro proprie e appena spoppati abbandonargli per sempre» (§ 369). Possiamo dire che qui «la decadenza dell’humanitas tocca il suo punto più acuto, il suo abisso più profondo» e inarrestabilmente conduce verso l’ultima aberrazione, cioè lasciare i cadaveri insepolti, che esprime il definitivo smarrimento della dignità dei simili e la sovversione radicale del senso comune. Con crudo realismo, Vico descrive a tinte forti la negazione dell’umano che si produce quando si perde la relazione con Dio e si pensa alla realizzazione di sé non più nella conformazione e corrispondenza-obbedienza all’ordine che Dio manifesta nel reale. L’uomo abbrutitosi e perso in una condizione che non è più la sua, smarrisce anche i suoi più propri connotati “somatici” e corporei. Infatti quei figli, abbandonati al loro destino dall’egoismo delle madri, abituatisi a rotolarsi nudi nei propri escrementi, si nutrirono dei nitriti di cui l’aria era piena a causa degli escrementi, e dovendo inoltre sviluppare tanta forza muscolare per penetrare la robusta e foltissima selva, senza timore di dei, di padri e di maestri, crebbero vigorosamente e robusti fino a diventare giganti; di tali giganti si rinvengono tracce presso i Germani (secondo la testimonianza di Cesare e Tacito) e presso gli abitanti della Patagonia (chiamati Los Patacones). Leggiamo sempre nel § 369: «e questi [i bambini abbandonati dalla madri] – dovendosi rotolare dentro le loro fecce, le quali co’ sali nitri maravigliosamente ingrassano i campi; – e sforzarsi per penetrare la gran selva, che per lo fresco diluvio doveva esser foltissima, per gli quali sforzi dovevano dilatar altri muscoli per tenderne altri, onde i sali nitri in maggior copia s’insinuavano ne’ loro corpi; – e senza alcuno timore di dèi, di padri, di maestri, il qual assidera il più rigoglioso dell’età fanciullesca; – dovettero a dismisura ingrandire le carni e l’ossa, e crescere vigorosamente robusti, e sì provenire giganti. Ch’è la ferina educazione, ed in grado più fiera di quella nella quale, come nelle Degnità si è sopra avvisato, Cesare e Tacito rifondono la cagione della gigantesca statura degli antichi germani, onde fu quella de’ goti che dice Procopio, e qual oggi è quella de los patacones che si credono presso lo stretto di Magaglianes».
La terra, pertanto, fu sparsa di siffatti giganti dopo il diluvio, che resta per Vico il momento di inizio delle epoche e da cui prende avvio la tavola cronologica. Uomini di giusta statura rimasero soltanto gli Ebrei perché avevano conservato la “pulita educazione” e il timore degli Dei e dei padri. Tuttavia accanto ai giganti postdiluviani, all’origine delle nazioni gentili, Vico in un primo momento ammette l’esistenza anche dei giganti antidiluviani, “figlioli della terra” secondo il racconto di Gn 6; nel De constantia, infatti, i giganti sono considerati i tramiti tra la storia antidiluviana e quella postdiluviana, mentre a partire da SNI, invece, i giganti sono soltanto quelli post-diluviani. Ad ogni modo bisogna proprio partire da questi giganti stupidi, orribili bestioni, che conoscevano solo mediante i sensi, per comprendere la sapienza degli antichi gentili; tale sapienza fu sapienza poetica, una metafisica non ragionata né astratta, provenendo da uomini senza raziocinio, con sensi robusti e vigorosissime fantasie. Nella condizione dell’ignoranza gli uomini, non conoscendo le ragioni naturali che producono le cose, finiscono con il non considerare le cause seconde e col dare alle cose la loro natura di uomini, secondo quel principio in base al quale «la mente umana, per la sua indiffinita natura, ove si rovesci nell’ignoranza, essa fa sé regola dell’universo d’intorno a tutto quello che ignora».
Dall’ignoranza derivano le due figlie che sono la meraviglia, per cui più grande è l’effetto ammirato più cresce il senso di meraviglia, e la curiosità, quella proprietà connaturale all’uomo che genera la scienza e che spinge l’uomo a cercare il senso di ogni cosa straordinaria che accade nella natura. Ignoranti delle cause, gli uomini si meravigliavano di tutto e consideravano causa di ogni fenomeno una divinità a cui veniva data una sorta di natura creatrice, secondo il modo di agire tipico dei fanciulli che attribuiscono una natura viva a oggetti inanimati, e perciò potevano essere considerati creatori nel senso di poiesi (e di qui poesia): come Dio che, però, «nel suo purissimo intendimento, conosce e, conoscendole, cria le cose; essi, per la loro robusta ignoranza, il facevano in forza d’una corpolentissima fantasia, e, perch’era corpolentissima, il facevano con una meravigliosa sublimità, tal e tanta che perturbava all’eccesso essi medesimi che fingendo le si criavano, onde furon detti “poeti”» (§ 376). Dunque i primi uomini, non essendo capaci di formare i generi intellegibili delle cose, si inventarono i caratteri poetici, ovvero i generi o universali fantastici; come nei fanciulli è debole il raziocinio mentre sono robuste la memoria, la fantasia (essendo quest’ultima non altro che la memoria dilatata) e l’imitazione, così i primi uomini, quali fanciulli del genere umano, furono sublimi poeti e non metafisici, essendo impossibile essere contemporaneamente entrambi, «perché la metafisica astrae la mente da’ sensi, la facultà poetica dev’immergere tutta la mente ne’ sensi; la metafisica s’innalza sopra agli universali, la facultà poetica deve profondarsi dentro i particolari» (§ 821).
In simile stato di cose, in cui si era toccato il fondo della disumanizzazione, qualcosa di straordinario accadde che determinò l’inizio del corso delle nazioni. Duecento anni dopo il diluvio, quando la terra aveva ricominciato a mandare “esalazioni secche”, nel cielo finalmente ricomparvero tuoni e fulmini spaventosi che introdussero nell’aria un’impressione molto violenta. Così quei pochi giganti più robusti, che si erano spinti fino alle alture dei monti, costretti a ciò dalla ricerca delle fiere che lì avevano le loro tane, «spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo» (§ 377). Ed essendo robusti solo nel senso, perché privi di raziocinio, «si finsero il cielo esser un gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove», un corpo che sentisse passioni ed affetti, incapaci come erano di astrarre o spiritualizzare. Così Giove diventa il nome di tutto e Iovis omnis plena: i tuoni sono i cenni di Giove, la natura la lingua di Giove e la scienza della natura infine la divinazione. Perciò ogni nazione ha avuto il suo Giove che nacque come “universale fantastico” e già in questa metafisica poetica i “poeti teologi” parlarono di Dio come provvidenza. Ciò che più conta è che la provvidenza divina si servì dell’inganno di temere la falsa divinità di Giove affinché quegli uomini “crudi, selvaggi e fieri”, riconoscessero che la provvidenza divina sovrintende alla salvezza di tutto il genere umano (cf § 385). Non a caso l’etimo di jus, parola centrale della SN, viene fatto derivare da Ious (Giove); è infatti con la provvidenza divina che nacque l’idea del diritto (cf §398). Ben prima dunque della sapienza riposta dei filosofi, Dio viene contemplato sotto l’attributo della provvidenza nell’epoca della sapienza volgare. In SNI Vico, riferendosi ai “primi cominciamenti della greca umanità”, e al loro valore esemplare, conclude che per tutto il tempo in cui furono “dello ‘ntutto fondate le nazioni”, «gli uomini naturalmente son portati a riverire la provvedenza, e in seguito di ciò, che la provvedenza unicamente abbia fondate ed ordinate le nazioni» (§ 256).
Dall’idea della provvidenza nasce anche la filosofia dell’autorità, poiché l’autorità divina, manifestatasi nell’idea spaventosa di Giove fulminante, capace di atterrire le menti come i corpi (cf § 502), costrinse i giganti nei nascondigli delle grotte e orientò il libero uso della volontà (essendo l’intelletto passivamente soggetto alla verità) per cui cessarono di vagare e divennero sedentari. Il “terrore” della forza, è bene sottolinearlo, non produce la nozione di Dio ma semplicemente la risveglia, poiché se bisogna partire da una qualche “cognizione di Dio”, è comunque vero che essa è in un certo senso innata e di essa non sono privi gli uomini «quantunque selvaggi, fieri ed immani» (§ 339).
Ad ogni modo, la provvidenza, operante e rivelantesi nella forma della paura verso Giove, costituì presso i giganti l’occasione che fece nascere l’autorità del diritto naturale, poiché stabilitisi nelle terre ne divennero i proprietari (in forza del diritto di lunga possessio); e tale “fermarsi”, cioè l’acquisire una residenza stanziale, diventa il principio, l’inizio delle genti dette “maggiori”. Come scriverà Vico all’inizio della “Morale poetica”, «le menti, per far buon uso della cognizione di Dio, bisogna ch’atterrino se medesime, siccome al contrario la superbia delle menti le porta all’ateismo, per cui gli atei divengono giganti di spirito» (§ 502).
Dunque è la nozione di Dio formatasi presso gli uomini attraverso la mediazione del fenomeno naturale del fulmine, che rappresenta in un certo senso lo spartiacque della storia, il passaggio verso l’umanità, l’abbandono dello stato ferino e il ritornare ad essere realmente uomo dell’uomo. Sul piano della natura Dio interviene per porre un freno al disordine introdotto dal peccato dell’uomo risvegliando dentro di lui il senso, la percezione di Dio, sebbene in un modo adeguato alla condizione dei giganti incapaci di raziocinio; leggiamo nella Degnità XXI: «nello stato eslege la provvedenza divina diede principio a’ fieri e violenti di condursi all’umanità ed ordinarvi le nazioni, con risvegliar in essi un’idea confusa della divinità, ch’essi per la loro ignoranza attribuirono a cui ella non conveniva; e così, con lo spavento di tal immaginata divinità, si cominciarono a rimettere in qualche ordine» (§ 178). Con la nozione di Dio la provvidenza risveglia la coscienza di un ordine che costringe quegli uomini a fermarsi e ad iniziare la “ricostruzione” del mondo e dei primi legami umani, conformemente all’autentica natura dell’uomo che è quella “socievole”. Così a partire dalla ricostituita nozione di Dio, smarrita nel tempo della decadenza dello stato eslege, prende il via la storia regolata dal diritto naturale delle genti che è all’origine di tutte le nazioni.
Per Vico, quindi, all’origine del mondo umano vi fu l’opera della provvidenza, come una ritrovata coscienza del rapporto con Dio e della dipendenza creaturale nella forma del riconoscimento di un ordine, che trasformò la superbia dei giganti in pietà, madre di tutte le virtù (morali, familiari e civili), sulla quale sono fondate tutte le nazioni. Così la virtù morale ebbe inizio con il conato, per cui spaventati dalla religione dei fulmini, i giganti divennero sedentari, rinunciarono all’abitudine bestiale di vagare come fiere per la terra e si stabilizzarono sulle terre. Ma con il conato nasce anche la virtù dell’animo, quella in forza della quale viene contenuta la libidine bestiale e di conseguenza ognuno «si diede a strascinare per sé una donna (monogamicità) dentro le loro grotte e tenerlavi in perpetua compagnia di lor vita (indissolubilità)» (§ 504); iniziò così il pudore, l’altro vincolo che conserva unite le nazioni, e si introdussero i matrimoni (la “prima umana società conciliata dalla religione”) «che sono carnali congiungimenti pudichi fatti col timore di qualche divinità» (§ 505). Matrimoni celebrati con tre solennità: gli auspici di Giove (ovvero l’idea di una sola donna come moglie e quale perpetua compagna di vita), il velo (in segno della “vergogna che fece i primi matrimoni nel mondo”), il prender la sposa con una certa finta forza, a ricordare il gesto dei giganti che trascinavano le prime donne dentro le loro grotte. Il matrimonio è per Vico «la prima amicizia che nacque al mondo», la “vera amicizia naturale”, l’elemento primo e costitutivo nel quale, scolasticamente parlando, «si comunicano tutti e tre i fini dei beni, cioè l’onesto, l’utile e ‘l dilettevole» (§ 554). È opportuno ricordare che non tutti i giganti divennero pii. Infatti rimasero anche dei giganti empi che conservarono i costumi bestiali della comunione delle cose e delle donne. Poiché violenza e risse erano costanti, alcuni di loro, per salvarsi dai violenti, cercarono rifugio presso le terre dei giganti pii che, uniti in società di famiglie, iniziarono ad uccidere i violenti e a proteggere i rifugiati, come significato dall’espressione virgiliana parcere subjectis et debellare superbos (Eneide VI, 854). Così «tali rifuggiti furono dagli eroi ricevuti con la giusta legge di protezione, onde sostentassero la naturale lor vita con l’obbligo di servir essi da giornalieri agli eroi» (§ 555). Essi vanno a costituire i “famoli” (da “fama”, quale attributo dell’eroismo delle famiglie) che vivendo come schiavi diventeranno i clientes, distinti dai figli degli eroi, i liberi; questo, come ribadisce Vico nella sezione “Politica poetica”, configura il primo momento del sorgere delle repubbliche le quali, nella loro prima forma, sono aristocratiche. La rigida divisione sociale tra signori proprietari di tutto e unici ad essere liberi, e famiglie dei famoli dei loro signori (che hanno su di loro un diritto di vita o di morte) è il primo momento del processo. Ma poiché l’uomo naturalmente (cf la Degnità 95) desidera sottrarsi alla schiavitù, i famoli si ammutinarono contro i padri eroi e ciò spinse questi ultimi ad unirsi in ordini per resistere ai famoli sollevati contro di loro e posero a capo il padre più feroce di tutti che divenne il re. Nacquero così i senati regnanti per tutelare gli interessi dei padri (patria) nel senso di custodire gli ordini e custodire i confini. La conclusione di Vico è priva di ambiguità; la pietà e la religione crearono le virtù e resero i primi uomini prudenti (poiché si consigliavano con gli auspici di Giove), giusti (non ficcando il naso nelle cose altrui), temperati (contenti di una sola donna per tutta la loro vita), ma anche forti, magnanimi e industriosi (le virtù dell’età dell’oro). Si trattava di “virtù per sensi”, “mescolate di religione ed immanità” che condussero non di rado al fanatismo della superstizione, quella per cui la fiera gentilità arrivò finanche a consacrare vittime umane sacrificali agli Dei, tanto che Plutarco si chiedeva se fosse più empio credere agli dei o non credervi affatto; ma, per quanto a volte crudele, la religione dei primitivi, adeguata alla loro natura rozza, permise il freno degli istinti bestiali e l’inizio dell’incivilimento, a cui l’uomo non sarebbe mai giunto se fosse rimasto ateo (cf § 518).
5. La provvidenza nella storia
In tutto il percorso delle nazioni emerge la storia ideale eterna che null’altro è se non il disegno della provvidenza, la quale rappresenta come la grande regista della storia, i cui attori, gli uomini, costruiscono le loro parti su un canovaccio già scritto, tale da un lato da rendere opera propriamente umana la storia, e dall’altro da impedire che il corso delle nazioni e i destini della storia stessa siano abbandonati ad una causalità irrazionale. Nel cap. V della “Politica poetica”, intitolato «Che la divina provvidenza è l’ordinatrice delle repubbliche e nello stesso tempo del diritto naturale delle genti» (cf §§ 629-633), Vico ripercorre questa “regia” della provvidenza nelle diverse tappe della storia, dal primo momento del “temere la divinità”, fino alla nascita delle repubbliche di forma aristocratica che custodirono i confini e gli ordini «acciocché le genti di fresco venute all’umanità, anco per la forma de’ lor governi, seguitassero lungo tempo a stare dentro di assolo chiuse, per disavvezzarle dalla nefaria infame comunione dello stato bestiale e ferino» (§ 629). In ogni momento si scorge la «semplicità e naturalezza con che la provvedenza ordinò queste cose degli uomini» (§ 630). Commentando il lungo periodo grammaticale che apre il § 630, Battistini scrive: «l’insistita analisi, poi seguita da un climax, connota la “delicatezza” con cui è intervenuta la Provvidenza, che ordisce le sue trame senza fare violenza al libero arbitrio, garantito dalla “peculiarità” delle singole, istituzioni scelte dagli uomini e non imposte dall’alto di una necessità. Il disegno provvidenziale, a dirla con un lessico scolastico, non è, di fatto, ante rem, ma può essere ricostruito induttivamente, post rem».
Il riconoscimento della realtà come creata da Dio, implica l’affermazione sul piano naturale della provvidenza come concreta forma della “cura” di Dio della creazione, in particolare dell’uomo e dei popoli. La riflessione sulla provvidenza richiede il riconoscimento della creaturalità dell’uomo che conoscitivamente, come nel DA, si esprime in una ultima “gnoseologia dell’umiltà”, l’esatto opposto di un atteggiamento prometeico, e, sul piano sociale, nell’affermazione della dipendenza creaturale come fondamento dell’umanizzazione. In quanto l’origine delle cose, e quindi anche delle vicende umane, resta altra dall’uomo, il vero senso degli eventi non dipende dall’uomo ma lo trascende, e come sul piano epistemologico la conoscenza si configura come ri-conoscenza, così sul piano storico la conoscenza del senso degli eventi si definisce come riconoscimento della presenza e dell’opera della provvidenza. Questa dinamica della conoscenza come dipendenza si esprime nella metafora della luce che apre la SN, cioè della metafisica, che, in quanto illumina, permette all’uomo di conoscere. Per quanto egli sia l’autore del mondo delle nazioni, la storia rimane costitutivamente segno, illustrazione concreta ed empirica di un significato che non si dà senza il segno ma che è irriducibile al segno: la storia ideale eterna, ovvero il disegno della provvidenza che filosofia e filologia, unite nella nuova arte critica – la SN appunto –, conoscono.
Riconoscere che la conoscenza è l’illuminazione e che il senso della storia è già dato e il compito dell’uomo è di corrispondervi con la sua libertà ma non di costituirlo, è tutt’altra cosa da un “titanismo” in cui la ragione è costitutiva del senso piuttosto che ri-conoscente. C’è una insuperabile ricettività rispetto al vero metafisico, per conoscere il quale occorre l’umiltà di quell’“ignoranza buona” che, lungi dal generare boria, conduce alla vera conoscenza. Un’umiltà in cui Vico sintetizza il suo progetto concludendo la SN: «se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio» (§1112), richiamando il Sal 110: “initium sapientiae timor Domini”. Proprio questa radicale apertura all’ascolto della Sapienza operante nella storia permette all’uomo di affermare il disegno che definisce il senso degli eventi e di comprenderlo come “bene”, poiché la storia rivela la benignità della provvidenza, pur nella imperturbabilità dei suoi disegni, dal momento che il darsi di un disegno vince simmetricamente l’arbitrarietà drammatica e in-sensata della necessità e del caso. Dunque non solo vi è un disegno provvidenziale, ma questo disegno è buono: la Provvidenza, infatti, è la manifestazione sul piano creaturale (cosmico e antropologico) dell’identità di Dio quale bontà premurosa che, in modo intelligente (egli è “tutta mente”), cioè dentro un disegno (la storia ideale eterna), si relaziona alla creazione e la fa permanere e tendere verso il suo significato che è “a rischio”, perché la finalità destinale del reale, in quanto implica la libertà dell’uomo, si espone al rischio concreto della sua negazione, come la storia attesta e documenta, mostrando le conseguenze del peccato dell’uomo, da intendere come interrotta corrispondenza al senso, nella conformità al quale l’uomo trova e realizza se stesso. E anche quando le circostanze impediscono di vivere secondo la rettitudine dell’intenzione buona, non per questo l’uomo è abbandonato a se stesso; anche nel caso estremo in cui la storia s’involvesse radicalmente (la “barbarie della riflessione”, ben più drammatica della “barbarie del senso”), tale decadenza non rappresenterebbe mai l’ultimo stadio della storia, e perciò una sorta di tradimento e sconfitta della provvidenza, ma il “fondo” da cui l’uomo può ripartire e ritrovare l’ordine eterno di Dio mediante la pietà, la fede e la verità.
Qui trova pieno senso, a mio parere, la dialettica di corso e ricorso. Essendo il mondo civile delle nazioni fatto dagli uomini, quali veri autori della storia e non “marionette” guidate dalla Ragione universale (qualunque sia il senso che a quest’ultima si voglia attribuire), esso è sempre esposto, minacciato, dalla possibilità che l’uomo, poiché libero, si distolga dall’ordine e anziché corrispondervi persegua strade diverse che lo conducono verso la menzogna e la distruzione; tuttavia, poiché la realtà creata è anche insuperabilmente dentro un disegno di bene, è Dio stesso, in quanto provvidenza, che garantisce il bene dell’uomo non tanto in forma straordinaria e “puntuale”, attraverso miracolosi interventi dall’esterno, ma ordinariamente, facendo sì che persino dalla negazione radicale del fine (erramento ferino e solitudine bestiale), risorgano quelle virtù che riconducono al riconoscimento e alla sequela del disegno provvidenziale.
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