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By antonio.sabetta10 Marzo 2013In Editoriale

Editoriale – 52

Appunti del Ritiro di Quaresima della Fraternità

(Termoli, 10 marzo 2013)

 

 

Il contenuto della seconda meditazione degli esercizi verte su una domanda puntuale: come possiamo fare un cammino per giungere alla certezza su Cristo perché Egli si incarni nella vita e si superi la giustapposizione tra Cristo e l'umano, cioè tra Cristo e la nostra vita, la mia vita concreta, la modalità con cui io mi pongo nella realtà per poter arrivare a dire con san Paolo "abbiamo il pensiero di Cristo" o, ancora più radicalmente, "per me vivere è Cristo". Spero solo che queste parole dell'apostolo definiscano almeno il nostro desiderio, perché l'esperienza spesso attesta non solo che è difficile ridurre lo scarto fra Cristo e l'umano ma anche che questa cosa in fin dei conti ci interessa poco, che è astratta. Eppure si tratta del cammino della vita.

Un cammino, non un miracolo: sarà bene che questa espressione la teniamo sempre a mente perché la tentazione di ridurre tutto a un atto puntuale che ti risolve il problema e ti risparmia la fatica necessaria è sempre in agguato e noi siamo bravi a barattare anche lo cose più preziose pur di non sostenere la fatica che esse comportano, il lavoro che ci costano. La qual cosa accade tranquillamente anche per la fede; pur nell'intuizione certa della decisività di questa cosa (il fatto cristiano), siamo pronti a barattarla perché sopraffatti dalla fatica che essa esige dal momento che l'accadere di Cristo, l'essere il senso del nostro umano, pone un cammino: è un miracolo il suo accadere, è un cammino il suo dispiegarsi. Io so che se non studio, se non mi preparo, se non mi impegno a non perdere tempo, non posso vivere sempre di rendite, posso anche illudere chi ho di fronte ma so che ho fatto fiasco.

Dunque un cammino, non un miracolo e per compiere un cammino Carron ci ha indicato rileggendo il per-corso di don Giussani due condizioni e un metodo cioè da cosa partire e come muoversi, di quale attrezzatura dotarci altrimenti fate come la prima volta che sono andato a Tremiti senza tremitine, non vedevo l'ora di tornare indietro!

La prima condizione è "un io non ridotto". Se Cristo vuole essere, ha la pretesa di essere la risposta ad una domanda, se non abbiamo chiara la domanda o, addirittura, non abbiamo la domanda, a noi Cristo non interessa per quello che Lui vuole essere, non c'entra con il cuore (cioè con il centro, con l'essenziale) della nostra vita; poi può essere cool credere, impegnarsi in parrocchia o nel volontariato, magari anche fare il movimento ma la vita è altrove, è un'altra cosa. Solo che Cristo non vuole essere questo, non risponde a questa nostra pur legittima esigenza (chi ce l'ha).

Partire e ripartire sempre dall'io, dal nostro umano riconosciuto per quello che è, la sua struttura di domanda e desiderio, l'unica che saprà riconoscere Colui che della domanda vuole essere compimento. Questa cosa non è puntuale ma "permanente" perché è sempre dalla originarietà dell'io e della sua domanda educata che bisogna partire e su cui occorre lavorare.

Questo aspetto mi sembra piuttosto decisivo e non sempre ne teniamo adeguatamente conto. L'insistenza (che noi giudichiamo) convinta ed esagerata verso la domanda; il richiamo costante ed ineludibile ad avere chiaro che cosa è l'io e a vivere con la coscienza dell'io privata dai riduttivismi (i pregiudizi, le posizioni ideologiche, il potere, ecc.) non è una fissazione del movimento ma è un punto decisivo, perché senza la chiarezza mai dimentica sulla natura dell'io, il cristianesimo o lascia indifferenti, o diventa ciò che non è (e prima o poi perde di interesse e di mordente), oppure lo svuotiamo dal di dentro preoccupandoci delle "conseguenze" che Cristo deve determinare ("e ora che dobbiamo fare?"), piuttosto che avere l'urgenza per ciò che viene prima e che riempie di senso tutto il resto. Del resto perché il potere, se ci pensate, mira ad una riduzione, ad un pervertimento dell'io, a ridurre quanto più possibile la familiarità con il proprio io? Perché sa che se c'è la "trascuratezza dell'io" viene di conseguenza che Cristo è fatto fuori, come il primo tassello fatto cadere nel domino.

Perciò il senso religioso è l'inizio ineludibile a cui sempre tornare sia come punto da cui guardare l'avvenimento che come luogo in cui paragonare quello che abbiamo incontrato. Ciò che compie non cancella il desiderio, la risposta non azzera la domanda. Penso sempre ad alcuni santi, a Giustino martire, ma ad Agostino in particolare. La sua vita è stata definita dall'ardore, dalla passione per la verità e questa urgenza permanente e ineludibile lo aveva fatto andare ovunque. Ovunque intravedeva una promessa, o la proposta di qualcosa che sembrava essere all'altezza della sua domanda, del bisogno del suo io, lui correva, con l'impeto potente che nasceva dalla decisività della domanda, ed ogni volta la delusione era amara. Ora quando finalmente incontra Cristo non è che il compimento lo svuoti, non gli faccia più avvertire la domanda, ma quella domanda viene esaltata perché verificata, e allora nasce urgente il desiderio di "desiderare di più", altro che annullamento, proprio allora si comincia e infatti in Agostino la parte migliore delle opere viene dopo la sua adesione al cristianesimo. Ma Agostino ci ricorda anche che la verità la devi solo accogliere; per quanto la cerchi è solo l'avvenimento del suo dono che ti permette di ri-conoscerla (la verità si in-venta, "venire in", andare verso qualcosa che c'è già, non lo costituisci tu!). Perciò, dice Agostino, ci vuole prima l'auctoritas (la fede-autorità) la quale, però, lungi dall'esonerare mette in modo la ratio per cui vuoi capire quello che credi.

L'esperienza di Agostino è esemplare per tutti noi. Le risposte le riconosci e le apprezzi se hai la domanda ma la risposta non cancella il dramma dell'io e delle sue domande; diversamente sarebbe una noia infinita, una cosa che stanca e così, passati gli entusiasmi dell'inizio, rimane lo sguardo nostalgico, la celebrazione del passato e dei suoi ricordi, la tristezza per qualcosa che ha perso freschezza, mordente, evidenza. Quando accade questo è il segno evidente che siamo diventati vecchi e la vecchiaia è la condizione di chi non attende più nulla, non perché ha visto tutto ma perché non ha più la domanda.

Andiamo a qualcosa di più concreto: l'amore tra moglie e marito. A volte mi chiedo cosa resterebbe di tanti matrimoni se non ci fossero i figli da crescere e sistemare, i nipoti con i quali stare e poi chi è più fortunato ce li ha vicini, chi meno si deve accontentare di stare con loro ogni tanto. E nel frattempo marito e moglie sono diventati estranei, come se la realtà avesse spento l'amore (e guardate che uno che confessa le cose le percepisce così): amanti che non si cercano più, per i quali anche la semplice presenza fisica dell'altro diventa un fastidio, non un'opportunità. È quasi la norma! Si diventa estranei e l'unica familiarità è quella generata dalla consuetudine della routine che non fa andare oltre quello che "già so".

La fine del desiderio, il venir meno della domanda è la morte dell'io, perché l'io è domanda, è desiderio infinito dell'infinito (desiderium naturale videndi Deum). Noi siamo domanda e la domanda è l'altro nome dell'attesa: chi domanda attende, chi non domanda è finito; tutti ricordiamo le parole di Pavese: "La lentezza dell'ora è spietata per chi non attende più nulla". Domanda – attesa – promessa: la domanda/attesa è l'essenza della nostra anima ed è talmente così che anche quanto non aspettiamo nessuno continuiamo ad attendere (cf la poesia di Rebora).

 

La seconda condizione è la Presenza del Signore, il suo essere contemporaneo a noi. La promessa è realtà, è un "Ora" presente, è un avvenimento che ha la forma dell'incontro. Il senso del mistero pasquale è la presenza di Cristo nella comunità dei credenti come Spirito e mediante lo Spirito. Questo è il contenuto dell'intuizione (seppur problematica) di Hegel. Il senso della risurrezione, della negazione della negazione, non è la sopravvivenza dell'esempio ma la realtà della presenza (cf la frase di Agostino di un volantone di anni fa). Ciò che per-mane, che rimane sopra tutto e più di tutto ("per") è il Signore: non l'esempio, non le testimonianze storiche, non i valori, non i vangeli: nessun reperto; tanto è vera questa cosa che nelle testimonianze extra-bibliche su Gesù (fonti "neutre" dunque) si riferisce spesso che i cristiani sono coloro che credono che Gesù sia ancora vivo e presente. Il Suo essere presso Dio diventa la condizione per continuare ad essere presente qui nello Spirito, sempre nella mediazione della carne (l'incarnazione come metodo): solo nell'altro da me – come me ma distinto da me – posso rinvenire la corrispondenza all'attesa come realtà della promessa realizzata. Senza la mediazione della carne rimane lo scandalo dell'incarnazione e il cristianesimo è ridotto ad essere ciò che non è; non a caso la "naturalizzazione" del Cristo e l'originaria moderna riduzione del cristianesimo ad etica universale (cf la teologia liberale come suo esito ultimo) comincia nell'illuminismo con la negazione della risurrezione quale evento reale e storico. È interessante che nel NT non si parla della risurrezione ma si raccontano esperienze oggettive di incontro con il Risorto (cf Penna) la cui presenza continua nella comunità, la Chiesa fatta di fatti concreti, di storie puntuali, di amicizia. Cristo mi raggiunge attraverso lo Spirito, cioè il carisma, che è l'oggettivazione – potremmo dire l'incarnarsi – dello Spirito.

 

Il terzo aspetto è il metodo, la via. Se il cristianesimo è l'avvenimento di Cristo presente, si fa il cristianesimo stando con Cristo: la convivenza con Lui che significa convivenza con la comunità; stare, partecipare alle circostanze, alle occasioni. I gesti della vita del movimento e della nostra comunità non sono cose da delegare a chi si occupa di, a chi è responsabile per, ma occasioni per tutti. Ricordo ancora quanto abbiamo sentito in avvento come testimonianza dopo la giornata della colletta alimentare: il gesto come convivenza con Cristo, è questo il senso delle cose che il carisma ci chiede: esercizi, sdc, tutto è occasione per stare con il Signore, proprio perché se la fede è Cristo carne, l'oggetto ti impone il metodo della condivisione, dello "stare con" e proprio "stando-con" si "con-stata", cioè quella presenza ci diventa familiare, ne prendiamo coscienza.

L'astrazione è sempre in agguato e non a caso dove il Cristo è stato ridotto a etica la Chiesa si è dissolta, è diventata associazione, luogo di ritrovo, club per credenti (cf il nord Europa), qualcosa di cui si può fare tranquillamente a meno, tanto non se ne accorge nessuno.

Accanto alla convivenza l'intelligenza dei segni, cioè saper giungere ad un giudizio di certezza a partire degli indizi. Questa è una cosa molto complicata perché normalmente non tendiamo a cogliere il nesso dei gesti con lo scopo, e di conseguenza i gesti ci sembrano inutili, dal momento che li percepiamo "sovrastrutturali", cioè non essenziali rispetto all'avvenimento: così tutto ci scivola addosso.

Qual è allora il cammino, assodate le condizioni e il metodo (senza i quali il cammino manco comincia)? Il cammino definisce un inizio – l'incontro con Cristo premessa necessaria mai astraibile – e mette in moto una dinamica che deve condurre alla certezza di Colui che abbiamo incontrato: dall'impressione alla convinzione. L'inizio deve riaccadere, deve ripetersi, dove ri-petere etimologicamente significa "chiedere di nuovo": è il desiderio di rivedere quella faccia. Siccome l'incontro è intriso di realtà e circostanze, il riaccadere dell'inizio non sarà mai uguale all'inizio ma non accadrà se non vai dove quella faccia è. Proprio perché è qualcosa di oggettivo, non è una tua percezione e un tuo desiderio: se la vuoi rivedere la devi ri-cercare ("ri-petere") dove essa si trova, dove essa dice di trovarsi, non dove tu vorresti che fosse.

Perché tu possa rivedere il Signore ci vogliono le circostanze, i momenti, i gesti e questi esigono tempo e definiscono il disegno di una storia dove l'evidenza dell'inizio da impressione diventa certezza. Non si può vivere solo dell'inizio, come di un qualcosa che è dato una volta per tutte, ma non si può vivere senza l'inizio, poiché il senso della vita è la schiusa del significato dato nell'evidenza dell'inizio. Perciò è la realtà che preserva l'inizio e lo trasforma in certezza, qualcosa negare il quale è del tutto irragionevole (la certezza morale).

Dentro la convivenza accadeva per i discepoli la scoperta dell'umanità senza paragoni del Cristo, nel ripetersi sella sua imponenza dentro l'esperienza. Il metodo per noi è lo stesso, il che vuol dire che noi non arriviamo a scoprire quell'uomo senza l'esperienza delle circostanze dove lui è ed opera. Non è il ripercorrere l'esperienza degli apostoli codificata nella Scrittura che fa riaccadere oggi quello che è accaduto a loro in quei tre anni. Se Cristo fosse solo qualcuno del passato, allora ci potremmo limitare a meditare un racconto, ma poiché la sua pretesa mi raggiunge oggi non per interposta persona, solo il riaccadere della stessa cosa, sebbene in forma diversa, può determinare in me la percezione degli apostoli.

E questa percezione per gli apostoli era la certezza che solo stando con lui erano fino in fondo uomini, il suo era uno sguardo rivelatore dell'umano, quello che afferra Matteo e Zaccheo trasformando il primo in apostolo mentre del secondo non sappiamo nulla, ma non importa! Una presenza di cui non puoi fare a meno, irriducibile! Che alla fine riconosci. Ripenso alla mia esperienza; alcuni mi hanno invitato a vivere dei gesti: vieni qui, andiamo lì, condividiamo questa cosa. E io aderivo in modo intermittente, oggi con entusiasmo, domani mi perdevo e qualcuno mi richiamava. Nel tempo l'emergenza della domanda ineludibile: chi c'è dietro questa esperienza che mi riempie la vita, che mi dà un criterio adeguato con cui guardare e giudicare la realtà ("Ma la realtà è Cristo"!)? e quando il dubbio si insinua la realtà ti richiama. Venne anche per me il momento di dire "questo linguaggio è duro, chi può capirlo", venne anche per me il momento in cui mi sono sentito ingannato e illuso, come gli apostoli, quando anziché salvare Israele Gesù lo hanno visto morire. Per me fu la morte di Gianluigi la perplessità più grande, la tentazione di farmi tornare a casa con l'amarezza dell'illusione. Ho sentito con chiarezza: "che vuoi fare? Te ne vuoi andare anche tu?" E io sono rimasto. Ma se quell'esperienza, quella decisione di rimanere non si fosse ripetuta in circostanze diverse non avrebbe retto l'urto della mia vita, si sarebbe progressivamente affievolito lasciando il posto o al cinismo o alla nostalgia.

E questa consapevolezza non ti esime dal fatto che dovrà riaccadere perché possa essere ancora presente. Carron rimandava all'esperienza di Pietro: tutto il buio, tutta la confusione, lo scandalo, lo sbaglio non manda ogni cosa gambe all'aria, perché rimane una certezza che resiste e che può resistere perché non è l'esito di una vita senza peccato e senza errori, anzi! Tutto dipende anche da come stiamo nella realtà: lo stupore come la tonalità della posizione, non l'inizio ma il principio. Se è un inizio va bene come inizio ma poi ti preclude il resto (l'accezione greca), se è principio ti fa arrendere all'evidenza del mistero. Come diceva Heidegger, non solo inizio, perché l'inizio è qualcosa da cui si parte per dirigersi altrove, ma principio ovvero ciò che non viene lasciato cadere, ciò che incessantemente domina (cf K. Barth). Scrive testualmente Heidegger: «Il παϑος dello stupore non si trova semplicemente all'inizio della filosofia come, ad esempio, il fatto di lavarsi le mani precede un'operazione chirurgica. Il provar stupore sorregge la filosofia e la domina dall'inizio alla fine» (Che cos'è la filosofia, 41).

Perciò occorre l'esperienza: è il luogo dell'accadere-riaccadere dell'incontro ed è il modo attraverso cui l'impressione iniziale diventa certezza e il cammino accade.

 

 

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