Editoriale – 45
«La Passione di Gesù Cristo resta un mistero a cui non ci si può accostare se non con profondo rispetto. Gesù dispone della sua sofferenza. Ma questa, in che cosa consiste? Non innanzitutto in una tortura fisica ma, se prestiamo fede ai testi, in qualche cosa di ben più profondo: nell'abbandono da parte di quel Dio che, in maniera del tutto particolare, chiama suo Padre, con il quale era legato come nessun altro e nel "seno" del quale egli riposava da sempre. Nessuno dunque può vivere un tale abbandono da parte di Dio se non il Figlio. È la sofferenza la più profonda che possa esistere: sapere, per esperienza, chi è Dio e avere perso questo Dio (apparentemente per sempre). La passione può essere anche espiazione per tutti, perché essa ha il potere di discendere ancora più in profondità di tutti i peccati e anche di tutta la sofferenza del mando e trasformarli in un'opera di amore supremo. Amore supremo non soltanto di colui che si sacrifica, ma anche di colui che lo sacrifica (Gv 3,16).
Gesù non mette il senso della sua vita nell'abolizione della sofferenza, ma nella discesa nelle sue profondità estreme: egli beve il "calice" fino alla feccia, e questo esplicitamente "per noi". Non perché noi non abbiamo più a soffrire, ma perché questa sofferenza sprovvista di un senso ultimo riceva in lui un senso supremo: aiutare a liberare il mondo dal male
Gesù Cristo, in quanto figlio di Dio, è la parola definitiva al mondo da parte del suo Creatore e Padre; e ciò che in essa è definitivo è il fatto che la consegna del Figlio e Parola nell'abbandono estremo, è anche la rivelazione suprema dell'amore di Dio per il mondo Certamente è il mondo creato che qui soffre, non è Dio. Ma dove dovrebbe essere questo mondo se non in Dio? Il suo posto è la dove in Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un'unica e infinita vita d'amore, la quale può essere vita d'amore solo perché le persone in Dio, malgrado la loro consustanzialità, sono distinte. Questo vuol dunque ben dire che la sofferenza di questo mondo sta a cuore a Dio. È una illusione ottica dell'uomo "filosofo", il pensare che la sofferenza avviene "qui in basso" e che "là in alto" un Dio immerso nella sua beatitudine lo guarda disinteressato. L'uomo che soffre e grida nella sua agonia è in Dio. Questo vuol dire che l'amore di Dio ha, da sempre, assunto in anticipo tutta la sofferenza del mondo. Un amore divino intratrinitario che può assumere il rischio di tutte le follie e i crimini della libertà umana – ma che non ne ha bisogno, per essere amore, tutt'al più per provare al mondo intero che "l'amore è più forte della morte e degli inferi"» (H.U. von Balthasar)
Buona Pasqua
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