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By antonio.sabetta17 Marzo 2012In Editoriale

Editoriale – 44

Ritiro di Quaresima 2012 della Fraternità (Appunti della lezione)

Campobasso e Termoli 18-03-2012

 

 

Il punto di partenza del ritiro di oggi è quello da cui ci eravamo lasciati in avvento, riprendendo la prima lezione degli esercizi. Chi risponde (interessante l'etimologia: "pone di nuovo") al "misterio eterno dell'esser nostro"? Forse una teoria, una filosofia, un'ideologia anche lodevole perché umanitaria? Oppure ci dobbiamo accontentare di dire che non c'è nessuna risposta, che il "misterio" fa parte del nostro essere e che per il fatto che ci sia una domanda non vuol dire affatto che ci sia e che debba essere cercata una risposta. È la posizione dei cosiddetti "neopagani" per i quali la finitezza è una realtà naturale e non creaturale, è un dato non un limite da oltrepassare, anzi l'uomo farebbe bene a non andare troppo dietro a queste fisime del significato perché così facendo o rischia di ricadere nella violenza dell'ideologia oppure rischia seriamente di compromettersi le possibilità di abitare il presente. Ci vuole un senso molto "feriale" del pensiero che vuol dire accontentarsi di quello che passa il convento della vita, senza stare lì a scalpitare, a domandare redenzione o riscatto e risposta per quella condizione oggettivamente vertiginosa e problematica che è la condizione umana. Eppure, quanto è insostenibile questa posizione che pur va per la maggiore oggi!

Ebbene resta la nostra domanda: che cosa scioglie il misterio eterno dell'esser nostro? Solo un avvenimento, un fatto che accade, che in quanto avvenimento può e di fatto viene incontro all'inquietudine del cuore, cioè al nostro domandare e cercare.

Il fatto cristiano è dunque un avvenimento cioè qualcosa che ad-viene, che accade ora. Bisogna notare che la parola avvenimento richiama la parola avvenire, ad-ventum, la quale, come ovvio, non concerne il passato ma qualcosa che in quanto è venuto – e dunque riguarda il presente – dischiude anche il futuro quale luogo della sua presenza, cioè il luogo in cui il senso del suo accadere può essere pienamente dispiegato e compreso. Il fatto cristiano in quanto è qualcosa che accade e continua ad accadere (accade in quanto ri-accade) è una realtà presente, per cui la verità dell'inizio è confermata dal riaccadere nel tempo presente; il tempo non "ferma" ma "con-ferma": fuori del presente non c'è niente per cui dobbiamo evitare di eludere il presente con la nostalgia dell'inizio – quando le cose erano più chiare mentre ora non lo sono più – o la speranza per il futuro, quando magari le cose si spera torneranno ad essere chiare.

 

Proprio perché la soluzione al mistero dell'uomo è Dio che parla all'io, questo ci dice che se c'è l'io cioè se c'è la domanda, c'è anche la possibilità di riconoscere la risposta. Anche qui non si tratta di qualcosa che riguarda l'inizio ma piuttosto di un metodo. Poiché l'avvenimento cristiano è qualcosa che riaccade (e in quanto riaccade è accaduto) allora riconoscere Cristo è permanentemente e indissolubilmente legato al rimanere della domanda, sen-za la quale non ti puoi più accorgere di quello che accade. Non a caso il tentativo del potere di cancellare Cristo se da un lato – quello più esteriore e appariscente – fa leva sul moralismo, più profondamente mira a ridurre o a cancellare la domanda, perché l'io, laddove la domanda è assopita, laddove è distratto non si accorge dell'avvenimento.

Dunque solo la coscienza dell'io, il lavoro sul nostro umano ci permette di accorgerci di quello che accade, di Cristo che viene. Ripeto, però, e ci insisto, la domanda non è l'inizio ma la condizione permanente per il Suo riconoscimento. Poiché Cristo «si pone come risposta a ciò che sono "io", «solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo» (All'origine della pretesa cristiana, p. 3); e così commenta Carron: «Perché l'uomo possa rendersi conto pienamente, dunque, di che cosa vuol dire Gesù Cristo, occorre che ciascuno di noi sia davanti a Lui con tutto il proprio umano. Senza questa umanità, senza questa coscienza attenta, tenera e appassionata di me stesso, non mi sarà possibile riconoscere Cristo. La ragione è molto semplice: Cristo si pone come risposta a ciò che sono io; perciò, senza coscienza di me stesso anche quello di Gesù Cristo finisce per diventare puro nome» (present. Sdc, p. VI).

Se non c'è l'io con la sua struttura di domanda (e diciamo domanda-ricerca perché l'uomo è ultimamente domanda) sempre – non solo all'inizio – Cristo rimane lontano, estra-neo, nonostante tante volte noi continuiamo a compiere i gesti della fede: andiamo a messa, facciamo il movimento, stiamo dentro questa storia da tanto tempo ed essa, bene o male, la vita ce la condiziona e ce l'ha cambiata per cui dobbiamo riconoscere che non saremmo gli stessi senza il fatto cristiano. Ma basta dire questo? Basta questo per "fare" il cristianesimo?

L'avvenimento cristiano è un fatto del presente, contemporaneo: Cristo accade oggi come accadeva duemila anni fa e questo è un dato oggettivo ed efficace; è come la grazia: c'è (cf la celebrazione dei sacramenti) e non può essere la condizione soggettiva di chi ammini-stra un sacramento a determinare la validità dell'azione che veicola la grazia. Quanto poi questo fatto e l'evidenza di questo fatto (e-videre) possa essere riconosciuto, questo rimanda e dipende da me. Quanta gente ha incontrato Cristo! Erano folle sterminate, eppure solo per alcune persone quell'incontro con Lui ha significato la decisione per l'esistenza. Gesù era un fatto ma lo può riconoscere solo un'umanità impegnata con sé stessa nel senso della domanda sul significato dell'io e delle cose. Ora questo non è solo un dato puntuale come inizio ma è un metodo, cioè definisce la via del cristianesimo: non è solo un inizio ma una permanenza, una forma che scandisce il rapporto con il reale.

Quando questo lavoro sull'umano si affievolisce oppure viene trascurato, l'avvenimento viene da noi ridotto: o a qualcosa del passato che non ha più mordente ed evidenza, o a qualcosa che non ce la fa realmente a rendere conto dell'io e delle circostanze. E questo nonostante continuiamo a ripetere i gesti della fede; è un'estraneità che sta più a fondo, quella in forza della quale il cuore resta estraneo, la vita rimane altrove rispetto alla fede la quale viene ridotta a etica, riti, gesti che valgono per i cultori di antropologia culturale (e suc-cede che vengono a fare le foto e le riprese durante i riti della settimana santa). In verità, alla fin fine, anche questa storia del cristianesimo come etica non regge perché, in fondo, la moralità cristiana non la vive nessuno, nemmeno quelli che la ritengono la più valida. Alla fine proprio perché il cristianesimo non è un etica, una visione del mondo, se viene ridotto ad etica non interessa, non inerisce fino in fondo all'umano. Poniamoci una domanda: chi nel mondo pensa che l'etica cristiana sia l'esaltazione dell'umano? Nessuno! Piuttosto è considerata come una censura dell'umano, un di meno di umanità. E finisce con l'essere realmente così se il cristianesimo non è giudicato a partire da ciò che si definisce, ovvero l'essere un fatto e non una regola.

 

Ma c'è un'altra conseguenza importante della natura del cristianesimo come avvenimento. Se Cristo si rivolge all'io per essere riconosciuto, è proprio il fatto cristiano che apre gli occhi sul mio io, che mi fa accorgere di quello che sono e chiede di essere giudicato-verificato nella sua verità a partire dalla capacità di risvegliare l'io. Poiché Cristo risponde, in un certo qual modo egli "pone di nuovo" la domanda, cioè rimanda all'io che da Cristo è aiutato a comprendersi in ciò che come domanda lo interessa (cioè lo fa essere): il desiderio non è evacuato o risolto, spento, ma risvegliato, svegliato di nuovo, cioè esaltato e approfondito.

Questa è la dinamica dell'esperienza che rispetta del tutto la struttura del nostro essere: chiede l'io – cioè la domanda – per essere riconosciuto, ma in quanto corrisponde all'io non può che darsi come domanda, non può rispondere che amplificando la domanda, cioè permet-tendo una coscienza più grande, più profonda, più umana.

Il miracolo allora è la fioritura dell'umano: è in quanto l'io cambia secondo la misura infinita della domanda che l'avvenimento è vero e decisivo. Se l'io fiorisce veri-fica (verum facere) Cristo e la sua pretesa, cioè ti permette di dire che è la cosa vera: ti scopri uomo, ti accorgi che Cristo ti dà uno sguardo sulla realtà che da solo non puoi darti; è un respiro diverso, ma proprio quello che fa per te, cioè ti corrisponde in quanto ragione, affezione e libertà sono esaltate, realizzate, in altre parole sei "salvato": si tratta dell'esperienza del centuplo, dell'accrescimento dell'umano che se vissuto fino in fondo è la "santità" e allora più Cristo rende grande la tua vita più ti affezioni a Lui perché nulla più di Lui ti soddisfa, come nel caso del rapporto con la persona amata. Su questo non so nemmeno se possiamo dire di essere all'inizio perché noi non di rado nemmeno ci accorgiamo dell'esaltazione del nostro umano, anzi a volte l'esperienza cristiana pare asfittica per l'io.

Dunque la verifica della verità dell'avvenimento è la fioritura dell'umano, l'io che cresce, che matura, che riesce finalmente a stare di fronte alle sue domande. Se diciamo che Cristo esalta ragione, libertà e affetti, allora la verità della sua pretesa la si misura nel paragonarsi ininterrotto con il bisogno-domanda di cui Cristo non solo è la risposta ma la misura, qualcuno che non solo risponde a quello che sono ma mi fa capire chi io sia al fondo di tutto.

Questa è una sfida perché una pretesa del genere non la puoi liquidare semplicemente dicendo "non mi interessa" oppure non la puoi accogliere limitandoti a concederle uno spazio e un ambito della tua vita la quale poi nelle oltre cose procede a prescindere. Tante volte noi ci comportiamo così: ripetiamo che certe cose non ci interessano (e non le viviamo), oppure a Cristo diamo spazio ma fino ad un certo punto. In verità se siamo onesti dobbiamo fronteggiare la pretesa rispondendo secondo il metodo che l'avvenimento pone. Se Cristo è il centuplo, come realizzazione compiuta e conoscenza ultima dell'io, la verifica della sua verità o menzogna non può non darsi sul piano del mettere in gioco, nel paragone continuo, l'io e le sue domande.

Questo è challenging, è esigente, in modo continuo, ma il cristianesimo è questo, la fede è questa messa in gioco di ragione e volontà per cui tutto si dirige ed è giudicato dall'io nella sua struttura originaria di ragione e libertà. Il guaio è che noi giudichiamo l'esperienza cristiana con altri criteri, con l'istinto, la reattività, facendo prevalere le ragioni che giustificano la nostra pigrizia. L'esito lo conosciamo bene perché non è che la vita al di fuori della provocazioni della fede sia migliore, anzi!

Ora questo è un lavoro che dobbiamo fare noi, che nessuno può compiere al mio posto ma la mia fatica è sostenuta dalla compagnia per cui non sono da solo ma, appunto, sos-tenuto nella forma della testimonianza. È così che ci sosteniamo, diversamente gli amici (o presunti tali) ci riempiono il tempo ma non ci aiutano nella vita. Non sono da solo in questo lavoro ma accanto a me ho dei testimoni, cioè persone che vivono il mio stesso impegno con il loro umano, tentando di corrispondere al Signore che irrompe. L'altro diventa sostegno e paragone per il mio umano non perché è perfetto o perché ha capito tutto, ma perché guardando a lui imparo un metodo, riesco a stare meglio dinanzi al mio umano, a paragonarmi con la pretesa di Cristo e a riconoscere il centuplo della sua promessa.

Nel rapporto tra noi dobbiamo crescere da questo punto di vista! La sacramentalità di un luogo non solo definisce il suo essere lo strumento necessario dell'accadere dell'irruzione del Signore nella nostra vita, ma guardando a chi ho accanto sono aiutato a vivere la fede e dunque l'altro diventa segno per me di un metodo, un richiamo permanente a come stare di fronte a Cristo. Se riusciamo a vivere così diventiamo amici, cioè testimoni, altrimenti la compagnia non la "sfruttiamo" fino in fondo e non ci aiuta fruttuosamente. La responsabilità che dobbiamo avvertire è che uno guardando a me può essere aiutato (se non imparare) a co-me stare di fronte a Cristo, come far sì che la promessa diventi il contenuto dell'esperienza che la realtà attesta ma di cui devi poterti accorgere, e, allo stesso tempo, il riconoscimento della sua presenza è aiutato dalla testimonianza degli amici. La compagnia ci serve per questo, ci aiuta grandemente non per sostituirsi a me (la fede, il riconoscimento amorevole è scel-ta mia e solo mia) ma per riconoscere con me, per aiutare la mia incredulità come fede insuf-ficiente ("credo, aiutami nella mia incredulità"!). La Chiesa è questo, un luogo paterno-materno che ti accompagna e ti testimonia che Cristo è davvero quello che pretende di essere.

 

Ti accompagna ma non si sostituisce a te dunque sei tu che devi fare un cammino, che sei responsabile di fronte a tutto questo: "Aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità, che elida la vostra fatica, che renda meccanica la vostra libertà! No! Non aspettatevi questo" (Esercizi, p. 33). Questo cammino è tale se definisce un'esperienza presente (si cammina quando si fa un'esperienza). Perché esso implica una ineliminabile fati-ca? Perché l'uomo tende ad essere distratto rispetto all'essenziale (a non vivere ogni dettaglio con il pungolo della domanda) – ragione, libertà e affettività sono feriti – e perché, soprattutto oggi, il potere tenta di tutto per impedire che l'uomo faccia i conti con le sue domande e vada dietro all'intuizione che l'incontro desta.

Senza questa fatica, necessaria e ineludibile, senza questo lavoro l'uomo si smarrisce, non capisce più cos'è la ragione (cf quello che accade oggi), che cos'è la libertà, cosa sono gli affetti: si rimane preda e in balia degli istinti, cioè si cessa di essere realmente persone, perché non appartiene all'essere dell'uomo il primato dell'istinto, la dittatura del relativismo: l'io e le sue voglie di cui parlava il card. Ratzinger nell'omelia nella messa pro eligendo romano pon-tifice, poiché l'istintività – come urgenza originaria e positiva del desiderio – separata dalla domanda di significato – come orizzonte ultimo che illumina e umanizza l'umano – rende l'uomo disumano. Quanto anche noi siamo dentro queste dinamiche non ci vuole molto a riconoscerlo.

Dunque una fatica, un lavoro urgente per vincere la schiavitù del potere e ritrovare se stessi. L'unica cosa è aggrapparsi al mistero che è l'implicazione ultima delle domande che definiscono l'io; e questo attaccamento a Dio, questa dipendenza da Dio salvaguarda la libertà e preserva dalla tirannide di istinti e potere. Certo, si può aderire al mistero solo se il mistero si rivela, svela il suo volto, cioè è una presenza, non solo l'esito di una tensione o la speranza di una risposta.

Ne vale la pena se la sua attrattiva genera una soddisfazione più grande del desiderio, attenti sempre a non dare mai per scontato che questa attrattiva sia da sola capace di sostenere la fatica della libertà senza un lavoro su noi stessi: la buona battaglia della fede come la chiama san Paolo. In una parola è l'esigenza e l'urgenza permanente della conversione. Ha dovuto lottare Cristo per riconoscere la bontà incondizionata del disegno del Padre, figuriamoci noi che naturalmente facciamo l'opposto di quello che dovremmo.

Solo la grazia della sua presenza ora può sostenere e far desiderare la fatica della conversione e solo la sua presenza ora può permetterci di fare l'esperienza di una libertà sanata e di un io restituito alla grandezza delle sue domande. Solo la concretezza può vincere l'astrazione e quindi solo il risorto può muovere l'io e la storia.

 

 

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