Editoriale – 40
Appunti del Ritiro di Avvento della Fraternità
(Termoli, 11 dicembre 2011)
L'esperienza cristiana si qualifica non tanto nella possibilità data a chi la fa di poter compiere cose diverse, di disporre di "strumenti" diversi rispetto alla sua vita; se intendessimo così l'avvenimento cristiano resteremmo ancora lontani dal coglierne il vero senso, la pretesa ma anche la promessa che esso porta con sé. Il fatto è che il cristianesimo è l'essere una crea-tura nuova, è una diversità nell'essere prima di tutto, che significa vivere ad un livello scono-sciuto, un di più di senso, di umanità, di approccio al reale. Questa è la vera novità cristiana che proviene dalla risurrezione, dalla certezza della presenza di Cristo.
Una vita che diventa nuova, un avvenimento che cambia l'identità è possibile solo in forza di un evento inedito, nuovo, talmente straordinario quanto straordinaria è la sua capacità di cambiare chi ne fa esperienza. La novità è radicale, investe l'essere, si diventa "i viventi"; non è solo o anzitutto una questione di fare diversamente le cose ma, più originariamente, di essere diventato un'altra cosa e cambia quello che faccio, per cui più cresce la coscienza dell'avvenimento, più si rimane nella sua per-manenza, più la vita cambia, più siamo diversi, quella diversità che è sempre qualcosa di possibile solo in forza di una novità che mi raggiun-ge, qualcosa – appunto – che mi sta accadendo e che si impone per la sua straordinarietà.
Pensiamo agli apostoli, la cui esperienza per noi rimane paradigmatica e di riferimen-to: avevano vissuto tre anni con il Signore, lo avevano ascoltato, guardato, avevano iniziato a cambiare tra incertezze e slanci di umano, ma solo la Presenza viva dopo la morte, solo la ri-surrezione rivelando chi fosse realmente Cristo introduce una reale novità, per cui quelle per-sone che nel momento del bisogno tagliano codardamente la corda (pensate quanto erano cambiati se la sera dell'arresto se ne vanno tutti a rinchiudersi) diventano capaci di sfidare la persecuzione dapprima mettendosi a dire che Cristo è vivo, poi comunicando un modo nuovo di essere (l'esperienza della comunità, la rivoluzione incomprensibile e straordinaria di rivol-gersi ai pagani), infine dando la vita per Cristo. La vera testimonianza non può essere morali-sticamente declinata ma è il martirio, cioè il dare la vita per un Altro, e la vita la puoi dare so-lo per una presenza che si impone, non certo per un ricordo o per qualcosa che un tempo era reale e totale, mentre oggi non lo sai più fino in fondo.
Qualcosa che mi sta accadendo, che mi fa "ardere il cuore" che mi fa "smuovere la nervatura": ora e a me, poiché l'io cambia solo in forza di una presenza che lo investe nel momento presente. Se non c'è coscienza di questo siamo come tutti, non viventi, non nuovi ma segnati da quel nichilismo che è non vita, che è arroganza disperata, rispetto al deserto delle cose che cresce quando la realtà si fa difficile. Se noi siamo in questa barca di dispera-zione, se ormai anche noi ci siamo abituati all'idea che non c'è salvezza perché non c'è niente che abbia bisogno di essere redento e salvato (tutto è "normale"), è perché quell'esperienza di vita nuova non è un'esperienza per noi, è qualcosa che riconosciamo ammirati negli apostoli ma non scuote noi. Eppure quella novità può diventare la mia se la riconosciamo nella forma in cui ci ha raggiunti. C'è una fatica perché la realtà oggi non educa più l'io, non mette a tema l'umano, il che è invece il punto nevralgico, perché un io trascurato non riconosce più la novi-tà (ci vuole coscienza di sé per avvertire la possibilità di essere diversamente un sé) e quando questo diventa mentalità costituisce un ostacolo anche dopo, perché, dal momento che la veri-fica della fede si gioca rispetto all'io, un io non abituato a fare i conti con se stesso non riesce nemmeno a compiere la verifica e quindi a riconoscere permanentemente la novità del fatto cristiano.
Capiamo allora la drammaticità tragica e l'importanza di vincere questa trascuratezza dell'io? Un io "tras-curato" percepisce il fatto cristiano come irrilevante perché privo di inte-resse, ma nello stesso tempo se perdura questa trascuratezza anche noi che abbiamo incontrato Cristo lo perdiamo, perché non riusciamo a verificarlo nella sua novità rispetto all'io, perché l'io non c'è più come domanda. Ecco perché, allora, educare l'io diventa il punto, perché ti apre a Cristo e ti fa permanere – per quello che spetta a te – nell'avvenimento di Cristo. Se il cristianesimo si gioca le sue ragioni nella capacità di ascoltare l'umano, il dis-interesse verso l'umano (crisi della ragione, celebrazione dell'istinto, trionfo dei sentimentalismi, rifiuto della realtà ecc.) rende ir-rilevante il cristianesimo. Il tramonto del cristianesimo nell'Occidente è il corollario inevitabile della fine dell'umano, dei riduttivismi che attraversano la realtà oggi.
Questo punto credo sia decisivo e non sempre ne siamo consapevoli: la costruzione dell'umano accade come educazione del rapporto con il reale il quale si dà secondo la struttu-ra del senso religioso, per cui la persona intanto vive in quanto interroga il reale secondo la proporzione della domanda, e verifica la bontà dell'ipotesi nel paragone del dato con la sua struttura. Riferito all'esperienza cristiana: il senso religioso ti educa a riconoscere il senso del reale (ti educa ad una posizione corretta, cioè rispettosa della misura del vero), per cui ti puoi accorgere della sua presenza, e allo stesso tempo la fede – come esperienza presente e giudi-cata (cioè che ha della ragioni) – si conferma nella sua utilità e decisività nella vita per la sua capacità di far fronte e corrispondere in maniera unica ed esclusiva al nostro umano che, ulti-mamente, è il senso religioso.
Sono convinto che questo è il compito storico che lo Spirito affida al carisma nel tem-po presente attraversato da un'emergenza che, ben prima che educativa, investe l'essere dell'uomo e il suo rapporto con il reale. In un momento trascurato dell'io il carisma è la rispo-sta dello Spirito, l'aiuto della grazia a vincere questa fatale distrazione e trascuratezza.
Proprio per il particolare momento che viviamo nella storia, spesso questa insistenza ci appare come una complicazione, come una inutile pesantezza: in fondo la fede non è andare a messa quando posso, fare un po' di catechismo quando ho tempo, compiere gesti di carità (magari disfacendomi o del mio superfluo o di ciò che mi è ormai in-utile), magari anche aiu-tare il parroco con un po' del mio tempo? Il cristianesimo non è una cosa così? Potrebbe an-che essere una cosa così se non mancasse quell'umano come implicazione necessaria a partire dalla quale vivo questi gesti. Ma oggi se lo riduciamo ad una cosa così lo neghiamo, perché lo disincarniamo e a poco a poco lo condanniamo all'irrilevanza, perché il disincarnato non può salvare la carne, mentre solo se una cosa è assunta allora può essere anche redenta. Un ap-proccio privo del senso religioso educato ci fa sprofondare nello scetticismo che nella miglio-re delle ipotesi ci inchioda ai ricordi (fu così ma ora tutto è decadenza), nell'ipotesi più reali-stica ci fa odiare o rifiutare se non il cristianesimo certo la forma della sua presenza incarnata.
L'incertezza rispetto alla fede si accompagna ed è l'esito di una incertezza, di una con-fusione dell'io che fluttua senza una stabilità di identità per cui non sai che pesci prendere ma è anche sempre un'"emozione nuova", il palcoscenico dove si consuma con repliche infinite il teatrino squallido della nostra vita che, dimentica di sé proprio quando più crede di autopos-sedersi, agisce e si comporta come le marionette manovrate da fascinosi e potenti burattinai. E a questo sistema tante volte ci abituiamo al punto da non percepirlo nemmeno più come un di-sagio, una miseria, una negazione dell'umano. Succede quello che con dolore Heidegger rile-vava nel suo saggio Perché i poeti: gli dèi sono fuggiti ma la cosa più triste è che gli uomini nemmeno si accorgono della loro assenza. Così oggi: l'umano è finito ma nemmeno ce ne ac-corgiamo (anzi crediamo di vivere), tanto meno ce ne addoloriamo.
La fragilità dell'io è la sponda che trova il potere per dilagare, per sostituirsi all'io nel paradosso di promuoverne l'autonomia: non a caso oggi più c'è il senso della responsabilità personale ("lo decido io") più manca l'io. Più si asseconda questa fragilità più il potere vince e l'io si anestetizza, si atrofizza. Più l'io è aiutato a vincere la fragilità, la trascuratezza, più ritrova se stesso, diventa forte contro il potere, va controcorrente, si dissocia. Solo sostenendo e guarendo la fragilità dell'io si vince il mondo e questo aiuto può venire solo dalla grazia, perciò san Giovanni ripeteva "la fede è la nostra vittoria", "la fede vince il mondo".
La vera sfida, allora, è l'educazione dell'io alla domanda sul senso del reale, che acca-de come esperienza giudicata cioè paragonata. La possibilità di vincere la distrazione, di resti-tuire il nostro io a noi stessi proviene esclusivamente da un rimettere a tema il senso religioso, dal far riemergere quell'essere domanda che l'io è. Una domanda che in definitiva è circa il senso delle cose e della vita, domande inestirpabili che puoi mettere da parte ma poi tornano, domande che dischiudono il senso dell'io come bisogno senza fondo e radicale solitudine.
Da un lato il percepirsi al di sopra di tutto, come Leopardi lo esprime nel Pensiero 58. Questa cosa può diventare l'origine della nostra infelicità e disperazione, come il poeta mostra chiaramente nel Dialogo di Tristano e di un amico il cui approdo è il suicidio tematizzato poi nel Dialogo di Plotino e Porfirio, il suicidio come l'unica alternativa al "principato dell'infelicità", che poi Pavese dal canto suo realizzerà. Di certo è la constatazione della soli-tudine nostra perché la realtà è sempre provvisoria rispetto al desiderio, e il segno lascia sem-pre soli! Ma il disagio della solitudine è rivelatore della maggiore originarietà della compa-gnia, poiché la domanda di senso è promessa che la realtà evade anche se può essere colmata non dall'io; perciò un imprevisto è la sola speranza (Pavese), perché ne avverti la necessità ma non dipende da te la sua realtà. Il cuore è pieno di nostalgia, si vive il disagio di qualcosa che non c'è ma che il cuore cerca.
L'affermazione del Tu come senso delle cose emerge nella fedeltà alla struttura dell'io. Perciò il fatto cristiano è sempre una questione di umano e di ragione perché viene ri-conosciuto a partire dalle evidenze originarie e per tale motivo rende l'uomo uomo, cioè in grado di vivere secondo quelle esigenze; perciò la fede cristiana esalta l'umano.
Il percorso della giornata d'inizio ci indica ulteriormente la misura e il perché del di-sagio e nello stesso tempo definisce il passo ovvero il recupero di un corretto rapporto con il reale.
Carron parla di debolezza che si manifesta nel non percepire l'essere come una vibra-zione per l'io. Il vero punto in questione, e qui ci riallacciamo all'inizio, è recuperare un reali-smo, cioè un corretto rapporto con il reale che oggi è reso più incerto e problematico per la concezione debole e riduttiva della ragione e per l'estraneità tra ragione ed affettività: essendo la ragione incapace di raggiungere la realtà non può smuovere l'affezione che rimane evasiva rispetto al reale, generando un io diviso, a compartimenti stagni, senza unità.
Educare la ragione significa vincere la distrazione che ci impedisce di riconoscere il dato originario dell'esperienza, l'esserci delle cose, per cui tutto diventa "scontato" e niente più è in grado di destare lo stupore dinanzi al miracolo originario che è il darsi (nella forma del donato) delle cose; tutto è ovvio, tutto è scontato. Non si percepisce più l'attrattiva delle cose poiché la distrazione instaura la tirannia della reattività, dell'istintività, che è quanto di meno umano possa esserci, perché l'istinto è la cosa di cui la persona è meno dotata, dunque è la meno essenziale e importante per la vita (a differenza degli animali).
La reattività è non vivere le cose con la coscienza del loro significato secondo la misu-ra che io riconosco quale significato della realtà. Essere reattivi, in questo senso, non indica la capacità di re-agire, cioè di agire di nuovo attivamente dopo essere stati agiti dalla realtà. Re-agire qui significa essere reattivi ovvero essere istintivi, con quella spontaneità e immediatez-za che sempre esprime un difetto di riflessione. La reattività è la celebrazione sterile, l'idolatria del presente ridotto a istante, emergenza caduca e as-soluta in cui il reale esaurisce il suo senso come non senso, come assenza. Nell'errore moderno come in quello postmoderno è sempre fatto fuori il passato ma così lo stesso presente si dis-solve, cioè perde di spessore perché non sos-tenuto né pro-iettato, ma mera datità istintiva, incapace di dare forma alla dif-ferenza. Perciò il mondo diventa luogo del gioco dove nulla impegna perché non è legato né crea legami, nulla è pegno perché non ci sono debiti e non si fa credito. Senza legami rimane la solitudine poiché non c'è nulla da comunicare, dal momento che di ciò che diviene, nulla si trattiene e ciò che ac-cade sempre de-cade, ciò che succede sempre cede e il suc-cesso è mero successo perché il dato e il fatto sono infatti nel darsi come fatto e nel farsi come dato, poiché ciò che è segno non con-segna ma ciò che pre-cede cede e mentre re-cede anche re-cide, cioè cede due volte perché perde di senso e non significa niente.
Il tutto si esaurisce nel suo darsi, è già esaurito nell'accadere e dunque non è più even-to, perché ciò che avviene viene da, né è avvenimento, perché l'ad-venire implica il muovere verso mentre qui è un invenire, un cadere e basta, un de-cadere perché privo del significato e perciò nel suo accadere è già un decadere e nella privazione dei nessi è dissennato, un essere che è già stato ma privo di tracce, qualcosa di già dimenticato perché dimentico, nato vecchio.
Questo è il dramma, questa è la vera disumanità dell'umano. Perciò la grande sfida o-dierna, la vera sfida (ripeto, prima ancora che educativa) è restituire il reale alla ragione e in tal modo ridare senso alla ragione stessa: solo così si fuoriesce dall'emergenza, solo così ci ri-prendiamo cioè ci prendiamo di nuovo noi stessi sottraendoci a quell'incertezza assoluta che ci fa fluttuare. L'umano, insomma, si costruisce vivendo il reale: solo stando dentro la realtà si diventa uomini. Il problema è che tante volte l'io si costruisce a prescindere dal reale. L'esperienza mi dice che spesso il mio io non scaturisce da quell'andare fino in fondo, anzi quello che penso è a prescindere dal reale per cui il mio pensiero diventa non ac-cesso alla re-altà ma pre-giudizio che, appunto, in quanto pre-giudizio pre-giudica il giudizio, diventa ideo-logia, poiché giudica prima (pre) e dunque fa fuori l'esperienza o meglio trasforma il reale in luogo che non af-ferma ma con-ferma qualcosa che è già dato ma che dovrebbe essere dato non come ciò che viene prima ma ciò che con-segue.
Quando l'io non deriva dal reale (quando manca il realismo) non ar-riva al reale ma va alla de-riva; è ideologico, non si stupisce e dunque non conosce, essendo l'evento della cono-scenza il seguire la struttura dell'esperienza originaria nel rapporto con la realtà, esperienza che è definibile come stupore dinanzi all'esserci dell'essere, al darsi come donazione del reale che in quanto è given è anche gift.
Quando non vai dietro allo stupore, cioè non segui un rapporto educato, la ragione smarrisce il reale, perde se stessa, diventa ragione calcolante e non sente più l'attrattiva delle cose: tutto è scontato e le cose scontate sono così labili che nemmeno ci accorgiamo che esi-stono. L'attrattiva, ciò che ad-trae, non è una qualità che alcune cose hanno e (molte) altre no, ma è la connotazione, la forma del reale nel suo mero darsi. L'attrattiva è la proprietà dell'oggetto cui corrisponde nell'esperienza del reale lo stupore, ovvero il finis in consequen-tiam veniens dell'impatto originario con l'essere del reale come positività, nel preciso senso di "positum", di dato. L'estraneità al reale è l'esito della dis-trazione dell'at-trazione, ovvero l'interruzione della provocazione essenziale del reale che definisce la ragione come afferma-zione dell'essere in forza della sua donatività perché datità, che in quanto è mi fa essere, cioè mi costituisce come esserci, il luogo (Da) dell'essere (sein), come consapevolezza dell'essere quanto al suo statuto e significato e dunque autocoscienza, poiché il contenuto dell'io è tratto dall'esperienza del reale e quanto più cresce questa esperienza tanto più cresce la coscienza dell'io.
Occorre insomma recuperare lo statuto originario della ragione e dell'essere umano, cioè il desiderio di capire la realtà, l'essere, il bisogno di andare dietro allo stupore destato dall'attrattiva del reale. In fondo la vita è domanda e la domanda scaturisce sempre dal biso-gno. La condizione finita dell'uomo si esprime ultimamente nel suo essere domanda, interro-gativo (inter-rogare: pregare insieme). Chi non ha bisogno non interroga, non chiede; chi è consapevole e riconosce la finitezza che definisce lo statuto creaturale, questiona, è un "que-stuante", e tutta la realtà, nel suo darsi più feriale o nell'accadere più drammatico, diventa cir-costanza dinanzi alla quale vogliamo sapere. La realtà è pro-vocazione, è movimento, e il rap-porto originario con il reale è la domanda come bisogno inestirpabile di capire. Domanda di verità che in definitiva è domanda di felicità e di amore: "Quid enim fortius desiderat anima quam veritas?" (S. Agostino), citato nel Senso religioso. Se non c'è lo struggimento della do-manda, se non c'è questo desiderio stiamo perdendo tempo, stiamo riducendo il valore del re-ale. E così tutto diventa pesante, faticoso, bisognoso di surrogati. Quante volte ci scopriamo desiderosi di una realtà altra e così dimentichiamo che la differenza è una questione di umano e non di fatti, altrimenti il mondo sarebbe da dividere tra i pochi fortunati (sempre gli altri) e orde di sfigati (nostri compagni), di losers.
Perciò l'unica possibilità per incontrare Cristo Presente, come senso delle cose presen-ti, è vivere il reale, è l'ininterrompibile paragone con il positum, il dato della realtà. Sarà que-sto metodo che ci condurrà al mistero origine dell'essere – della sua bellezza e bontà – e che ci farà poi verificare come quella Presenza è l'unica adeguata a dare ragione del "misterio e-terno dell'esser nostro".
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