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By antonio.sabetta14 Maggio 2011In Editoriale

Editoriale – 33

Stiamo per giungere alla fine di un altro anno accademico con tutte le particolarità della fine: l'avvertire la fatica, la prospettiva di dover chiudere tutte le cose sospese e il desiderio di finire bene prima di una pausa che sarà breve ma spero almeno meritata. Non ci sarà tregua, lo so, fino all'8 luglio quando per me suonerà il "rompete le righe" e, a Dio piacendo, potrò partire per gli Stati Uniti. Dopo ben quattro anni torno negli States con tanta emozione ma anche con tanto desiderio (mi vorrebbe da dire I am dying for…) perché l'attrattiva che quel mondo esercita su di me è enorme e tre settimane mi sembrano nulla rispetto a quante ne vorrei trascorrere, magari un semestre intero se solo ne avessi la possibilità!

So bene che questo non accadrà mai soprattutto ora che nel caos delle cose a cui badare e da studiare si è aggiunta la Presidenza dell'Ecclesia Mater. Sta per passare un anno e confesso che è stata dura. Ce l'ho messa e ce la sto mettendo tutta; mi sarebbe soltanto piaciuto vedere accanto a me dedizione e passione, mi avrebbero permesso di fare di più meglio, ma pazienza! Non fa mai bene nella vita lamentarsi troppo e più del dovuto.

Mesi lunghi, mesi intensi tra la montagna delle lezioni, la fiumana di gente ricevuta e poi il lavoro, lo studio, il tentativo di fare un po' di ricerca seria. Non è stato un anno "sterile": l'ho iniziato pubblicando due volumi, adesso sto concludendo la cura di un volume antologico sul tema dell'educazione al pensiero e alla fede e devo scrivere qualcosa sulla Verbum Domini. Resta ancora in attesa il volume su Vico (mi sono scocciato di attendere) ma dovrebbe essere questione di poco (ho corretto la seconda bozza) mentre fra qualche mese dovrebbe vedere la luce l'edizione italiana di un'opera di Congar che ho curato assieme ad un mio collega.

In mezzo non scorre il fiume (come il titolo di un noto film) ma scorre la vita, il privato, il ministero, il groviglio di sentimenti e vissuti, le letture "altre", la "lectio" leopardiana, quel che resta della mia esperienza pastorale; di quest'ultima non è rimasto molto e a volte il ricordo degli anni trascorsi in mezzo alla gente come pastore mi fa desiderare di chiudere quello che faccio e ricominciare da lì; sono solo pensieri destati dalla nostalgia o dalla fatica del momento, perché nella vita, si sa, si deve fare ciò che è giusto non ciò che è facile (vediamo se qualcuno riconosce la citazione!). E poi facciamo i conti con la nostra umanità, con le sconfitte e le conquiste, con i sentimenti e gli affetti, con chi si fa più prossimo alla nostra vita e chi se ne allontana lasciandoci dolore e amarezza. God willing andiamo avanti e speriamo di fare bene costruendo così la nostra felicità che è la sola unica cosa che ci sta a cuore e per meno della quale io non intendo fare nulla nella mia vita.

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