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By antonio.sabetta7 Marzo 2010In Editoriale

Editoriale – 18

Riporto qui di seguito la sintesi del mio intervento al Ritiro di Quaresima. Il testo nella sua completezza è stato inserito all'interno dell'area riservata.

 

"La contemporaneità di Cristo"

 

Non basta ripeterci che il cristianesimo è un avvenimento, cioè un fatto. Questo perché, se da un lato il carattere di evento che definisce la fede ci permette di coglierla adeguatamente come qualcosa di reale ed oggettivo, che non produco io ma mi raggiunge, che non proviene da me ma viene incontro a me (ad-venire), allo stesso tempo ci espone al rischio di pensare che, come tutti i fatti, anche il cristianesimo appartiene al già-stato; e gli eventi, in fondo, riguardano il presente limitatamente al breve e puntuale spazio del loro accadere, dopo di che sono confinati alla sfera del passato e come tali destinati ad essere solo interpretati. Quando il cristianesimo è solo un fatto, lo facciamo esistere nel passato e così tutto diventa momenti da ricordare, vissuti da rimpiangere, testi da interpretare. Se Cristo è un fatto del passato, tutto è ridotto all'interpretazione senza l'implicazione della vita, e siccome l'interpretazione non può certo sostenere e guidare la vita, noi siamo altrove rispetto a questo fatto. È una storia vecchia che già la Scrittura ci documenta molto bene. Nell'AT l'evento, il fatto, della fede di Israele è la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto e l'alleanza come dono della legge e della terra. Questo avvenimento è decisivo, definisce la coscienza e l'identità di quel popolo – come ciascuno di noi è definito, cioè fa parte di noi quel momento, quell'inizio in cui anche noi come Giovanni e Andrea ci siamo ripetuti "abbiamo trovato il Messia" (cf Gv 1,41) – ma l'istante dopo in cui è diventato un fatto del passato, lo stesso Israele è altrove: adora il vitello d'oro, rimpiange l'Egitto, oppure, come Dio gli rimprovererà tramite i profeti, interpreta la legge ma il suo cuore è lontano: basti pensare alla polemica, ricorrente presso i profeti, del culto ipocrita ("questo popolo mi onora con le labbra ma non con il cuore" – Is 29,13). Mi ha sempre colpito quando, nei primi anni in cui ero prete, parlando a volte con alcuni confratelli, mi accorgevo che quanto essi avevano e ci tenevano di più a raccontare riguardo alla loro vita, al loro lavoro pastorale, si fermava a dieci, a volte anche quindici anni rispetto al presente. Quello che era venuto dopo o non era mai riferito oppure era sottilmente e malinconicamente considerato come il "tempo della decadenza".

Questo è il punto: non basta che il cristianesimo sia un fatto accaduto "una volta per tutte" nella mia vita, per cui io ora dispiego (e vivo) le virtualità infinite di quell'inizio. Quel fatto serve, ha una incidenza definitiva sulla vita (nel senso che ne definisce il significato) se continua ad accadere ora. La contemporaneità di Cristo vuol dire che egli è una presenza e come tale riguarda l'"ora" (il presente), non nel senso che ha un nesso con l'oggi, ma nel senso che riaccade oggi. Più radicalmente direi che questo riaccadere ora dell'avvenimento ci permette di capire ciò che era all'inizio, perché l'evento "iniziale" si approfondisce non con una teoria o con le nostre belle e forbite interpretazioni, ma riaccadendo come fatto. Non è qualcosa che è accaduto un tempo che sostiene e dà senso all'oggi, ma è un fatto che accade oggi a rendere vero e certo qualcosa quanto al suo inizio nel passato. Ciò vuol dire che solo una presenza può sostenere la vita, perché se Cristo non è una presenza diventa un ricordo, al massimo un ideale, ma non è in grado di impattare il reale, di dargli forma e significato. Per questo quando Paolo nel cap. 15 della 1Cor ripete quell'antico annuncio di fede che già lui aveva ricevuto, e a sua volta aveva trasmesso ai cristiani di Corinto, a livello verbale usa l'aoristo per tre volte ("morì, fu sepolto, apparve"), indicando così nell'evento della morte, sepoltura e apparizioni qualcosa che appartiene e resta confinato al passato (come l'aoristo sottintende), ma quando deve ripetere che Cristo "è risorto" non viene impiegato più l'aoristo ma il perfetto, a significare che la risurrezione (e cioè la presenza di Cristo) non è un fatto solo del passato, di un inizio, ma una realtà che riguarda, investe e accade oggi: sarebbe come dire, "è risorto e continua a risorgere", cioè ad essere presente, un fatto del passato che ha a che fare con il presente (come indica l'uso del tempo perfetto). Del resto ciò di cui Paolo sta parlando non è qualcosa che lui ha imparato soltanto e ora ripete, ma attesta un fatto che era accaduto nella sua vita. Egli aveva fatto l'esperienza unica, singolare di incontrare addirittura non solo il Gesù della storia, ma il Signore glorioso, lui che nemmeno aveva conosciuto Gesù di Nazareth. Certamente quell'incontro è stato per lui la svolta, tuttavia non è che Paolo abbia poi potuto dire che Cristo era una presenza perché ogni tanto il Signore si rifaceva vedere nella forma in cui lo aveva incontrato la prima volta e gli aveva cambiato la vita. Cristo era un evento che come tale accadeva veramente ma in forme diverse dentro la vita di quelle comunità e di quegli amici con cui Paolo aveva a che fare continuamente.

"Non come è accaduto ma quello che è accaduto". Lo capiamo bene se pensiamo all'analogia con la realtà degli affetti umani. C'è sempre un momento in cui uno ha capito di amare la propria moglie, ma questa affezione oggi non è più nella forma di quell'inizio. Senza quell'inizio non ci sarebbe una storia che mi raggiunge nel presente ma se quell'inizio non riaccadesse nella forma che la storia, cioè la realtà, impone, non potrebbe realmente durare. Nella vita si cresce e si cambia, si attraversano momenti, stagioni, situazioni diverse, così come la realtà ce li riserva e come noi contribuiamo a costruirli mettendo in gioco la nostra libertà, ed è chiaro che si vuol bene in modo diverso; si vuol sempre bene, magari anche di più (perché il tempo porta maggiore consapevolezza, se ci rende adulti), ma non più nel modo, nella forma, con cui si voleva bene all'inizio. Se uno dicesse: "amo mia moglie oggi come la amavo venti o dieci o trenta anni fa" mi preoccuperei un po' se con questa espressione volesse intendere che la modalità dell'affetto non è cambiata. Quello che non cambia è il fatto, mentre a cambiare è il modo, perché in quanto esseri storici viviamo una provvisorietà permanente e costitutiva che definisce il nostro rapporto con il reale e ricomprende la nostra autocoscienza nell'accadere del tempo e nel denudarsi della vita. Se volessimo spingere ancora più a fondo la questione, potremmo dire che solo in quanto quella cosa riaccade allora è stata vera anche all'inizio. Dobbiamo sempre pensare all'esperienza degli apostoli così come ci viene raccontato nel libro degli Atti, che resoconta in maniera attendibile il vissuto della prima comunità cristiana. Parlando di Cristo, di quel fatto che aveva cambiato così radicalmente la loro vita, gli apostoli si rendevano conto che era vero perché guardavano persone in cui riaccadeva quello stesso miracolo che era accaduto a loro, uomini che non incontravano il Signore come lo avevano conosciuto loro ma che potevano dire che la vita era diversa, era un'altra cosa esattamente per lo stesso motivo per cui loro lo attestavano, perché il Cristo era una presenza, un dato, e solo come tale capace di cambiare ogni cosa.

Dobbiamo chiedere continuamente che il Signore ci dia oggi la grazia dell'incontro con la sua presenza. Ma come Egli permane, come ri-accade questo miracolo dell'incontro? Dietro questa legittima domanda può però sempre nascondersi una preoccupazione moralistica: che cosa devo fare? In fondo è quello che succede nell'episodio evangelico del giovane ricco, nel quale la preoccupazione del giovane è "che cosa devo fare", quali regole o precetti devo rispettare. Il punto è che a come permanere ci pensa Cristo, mentre a noi tocca riconoscerlo ogni volta che accade nella nostra vita; agli apostoli durante l'ultima cena Gesù non chiede di fare alcune cose quando lui non ci sarà più ma di "rimanere" nel suo amore. Questo implica la libertà, la ragione (ri-conoscere, in fondo, è sempre un conoscere di nuovo), e l'oggi, perché è una presenza che sei chiamato a riconoscere. Bisogna guardare a quello che succede oggi, accettare la sfida del reale, essere disponibili a ciò che accade ora, altrimenti la compagnia diventa come un'ingessatura, una sovrastruttura che ci chiude anziché introdurci ed aprirci, e quando la storia è fatta di chiusura al reale, è destinata a morire: nella chiesa tanti carismi, soprattutto religiosi, sono nati per rispondere ad un'emergenza storicamente data, ma si sono estinti per l'incapacità di vivere il presente e la sua sfida. Quello che ci viene chiesto è un'apertura, una disponibilità a seguire (la stessa che Gesù chiese al giovane ricco), a stare davanti a quell'avvenimento che accade ora. E siccome l'accadere oggi del fatto possiede la forma permanente della diversità umana in cui io mi imbatto, ciò di cui abbiamo realmente bisogno, e che ci educa a riconoscere la contemporaneità di Cristo, sono i testimoni, ovvero coloro che seguono davvero, sul serio, quello che accade; in fondo affermare il carisma è riconoscere l'autenticità della testimonianza.

Nella prospettiva cristiana il compito della testimonianza inerisce al presente, a qualcosa che accade ora. Lo troviamo indicato già nell'esperienza degli apostoli e dei primi cristiani. Gli apostoli erano considerati i "testimoni" dei fatti relativi alla vita di Gesù e della sua risurrezione. Il punto è che nessuno ha visto Gesù nel momento della risurrezione, e dunque l'essere testimoni si ridefinisce in relazione al contenuto veicolato da quello che è stato l'evento fondatore della fede cristiana: la presenza permanente del Signore in forza della risurrezione. Non lo riconoscono vivente perché lo hanno visto risorgere, ma poiché ne fanno esperienza come di una presenza, ripetono che il Signore è veramente risorto e si è fatto vedere da Simone, dove il verbo al passivo ci dice che l'iniziativa del vedere il Cristo non appartiene all'uomo, e che riconoscere (e vedere) il Signore presente è ultimamente dono dello Spirito. Gli apostoli erano testimoni dell'avvenimento che riaccadeva nei fatti che compivano. Come diventano certi che il Signore era in mezzo a loro come una presenza? Forse perché si ricordavano di lui, di quello che aveva detto loro, oppure piuttosto perché quanto accadeva davanti a loro ridiceva la verità e la sostanzialità di quello che era accaduto all'inizio nella loro personalissima (ed unica) esperienza di Cristo? Non dimentichiamo che, stando alla testimonianza dei Vangeli, il Signore appare nella sua identità di crocifisso-risorto il giorno di Pasqua, e nel momento in cui gli apostoli lo riconoscono come il vivente, in mezzo a loro, Cristo torna al Padre ed inizia il tempo della Chiesa, durante il quale riaccade quello che è accaduto in principio, sebbene non come è accaduto in principio. Se non fosse accaduto non sarebbe successo nulla dopo e se da un lato l'autorità degli apostoli era l'autorità della fedeltà all'inizio, al fatto dell'incarnazione, dall'altro lato la vitalità dell'evento derivava dal suo riaccadere e non dall'attestazione autorevole del passato. Non testimoni del passato ma di una storia, nei cui fatti gli apostoli riconoscevano il Signore presente e nella comunicazione dell'esperienza che essi facevano del Signore, altri a loro volta potevano incontrare Cristo. In quanto poi quello che importava era non il testimone (come persona) ma quel contenuto che egli aiutava a riconoscere, è stato possibile che la fede si trasmettesse. Questo ci aiuta a capire la questione decisiva della contemporaneità: se Cristo accade ora è contemporaneo a me, se non accade semplicemente non è. Non basta un inizio, occorre il ripetersi nell'oggi.

È da questa certezza nel presente, capace di sostenere la vita, che nasce la speranza. Uno può riconoscere una certezza per il futuro solo se c'è una Presenza oggi. Perciò la speranza cristiana è ben altra cosa dall'utopia tipica della sensibilità dell'uomo moderno (ma sbugiardata nella sua inconsistenza e improponibilità dall'uomo postmoderno). Nell'utopia lo sguardo al futuro non nasce dal presente, cioè da qualcosa che è già dato, al contrario è proprio l'esperienza di ciò che manca oggi che fa guardare al futuro dove quello che non c'è adesso (sia la giustizia, sia la libertà, sia la concordia ecc.) potrà essere dato. La speranza cristiana è un'altra cosa, è un guardare al futuro come possibilità di un compimento di qualcosa che è già dato interamente oggi. Se Cristo è tutto, non è che lo sarà di più domani; piuttosto uno ha da sperare, cioè da desiderare, il cambiamento di sé, ovvero che il desiderio che ci definisce possa trovare davvero il riscontro, la corrispondenza. Che il mio desiderio si compia dipende solo dall'abbandono alla presenza di Cristo che la fede ha riconosciuto come la cosa più reale della vita. Tutti facciamo esperienza della sproporzione strutturale che ci portiamo addosso nel mistero della vita. Dinanzi ai drammi che tanti di noi vivono (e non è questione solo di Haiti o L'Aquila o il Cile, ma uno adesso pensa a Pinuccio, per esempio) comprendiamo che la speranza può essere solo che accada Cristo come possibilità di un significato "ora" per questa situazione. Che Lui lo sia è un dato, che noi lo riconosciamo veramente come tale è il contenuto della speranza. Inutile nascondersi come la certezza della Sua presenza non generi automaticamente la certezza verso il futuro quale luogo del compiuto riconoscimento. La differenza fra l'esitazione della nostra umanità e lo scetticismo è la stessa che passa tra il confidare abbandonandosi ad un altro o pensare di risolvere il dramma da noi stessi. Quando optiamo per la seconda posizione l'esito è il lamento che sorge dal fallimento rispetto a qualcosa che ultimamente può accadere solo in forza della grazia della sua presenza la quale è tanto più efficace quanto più la libertà vi corrisponde affidandosi. Questa è la grande realtà per il nostro umano che il fatto cristiano ci dona e con Cristo dovremmo fare sul serio se non altro per la promessa di uno sguardo umanamente diverso, quasi impossibile, in cui la domanda e il bisogno che io sono vengono accolti e, direi, sfidati. Se non avvertiamo questa implicazione concreta dell'io rispetto alla Sua presenza o è perché siamo distratti quanto al nostro umano (cioè quanto alle domande che definiscono fin nelle fibre profonde del nostro essere) oppure siamo sull'orlo della disperazione e leopardianamente ci tocca riconoscere che "il non vivere è sempre meglio che vivere" e che l'essere è male poiché è irrisolvibile la contraddizione tra una domanda che può essere evasa solo dall'infinito e l'insuperabile finitezza di ciò che, come vissuto, non potrà mai esaurire la domanda. Noi nemmeno dobbiamo sperare o attendere che la salvezza venga, come scriveva Kafka, perché a noi, ci ripete San Paolo, è apparsa la grazia apportatrice di salvezza (cf Tt 2,11). Il luogo di questo decisivo farsi vedere della grazia è la compagnia del carisma che cogliamo e si manifesta come amicizia, poiché la forma del rapporto con il mistero è l'amicizia: "non vi chiamo servi ma amici" (Gv 15,15); non più la paura dinanzi a ciò che non si conosce, ma la confidenza che nasce dalla e come amicizia. Nella fedeltà al suo amore si diventa capaci di quello sguardo umano che è quello generato dagli occhi della fede. Se l'uomo vuol fare derivare da sé questo sguardo al massimo produce la balla del moralismo, come indirettamente ci indica ancora Pavese: «idiota e lurido Kant – se non c'è Dio tutto è permesso. Basta con la morale. Solo la carità e rispettabile. Cristo e Dostoevskij, tutto il resto sono balle»; se, invece, l'uomo si abbandona al mistero, sorge una realtà nuova, che tanto più può dire io quanto più appartiene al Tu del Cristo presente. Bisogna amare Cristo come si ama un'altra persona e, scrive sempre Pavese, «amare un'altra persona è come dire: d'ora innanzi quest'altra persona penserà alla mia felicità più che alla sua. C'è qualcosa di più imprudente?» ; nessuno più di Cristo è affezionato alla nostra felicità.

 

 

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