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By antonio.sabetta20 Novembre 2009In Editoriale

Editoriale – 15

Nel numero 4/2009 della Rivista "Rassegna di Teologia" è stato pubblicato un mio ampio saggio dal titolo "La storia tra provvidenza e libertà. La teologia filosofica della Scienza nuova di G.B. Vico" (pp. 559-590).

Ho raccolto in questo testo un primo frutto delle mie ricerche vichiane riprese, o meglio mai interrotte, dopo la pubblicazione del volume nel 2006 sulle fonti cristiane del pensiero di Vico (I "lumi" del cristianesimo. Fonti teologiche in G.B. Vico, LUP, Roma 2006).

Ho messo a fuoco quella che dal mio punto di vista è la vera singolarità di Vico: una teologia filosofica nella modernità non a partire dalla natura né dalle prove ontologiche ma dalla storia. Riporto di seguito un ampio stralcio della conclusione dell'articolo su "Rassegna di Teologia"

 

"La vera "rivoluzione" vichiana risiede nell'ingresso della storia dentro la filosofia, cioè il costituirsi della scienza storica, il dare dignità, valore e primalità a quella storia liquidata sempre come inaffidabile sul piano della conoscenza, perché luogo dell'effimero e del mutevole. La fedeltà all'orizzonte epistemologico del principio del verum-factum conduce Vico a ritrovare la storia quale luogo autentico del fare e quindi del conoscere umano. L'orizzonte dalla matematica del De antiquissima si allarga a quel mondo certamente fatto dagli uomini, con una "consistenza ontologica" ben maggiore di punti e figure: non più solo enti mentali ma enti propriamente reali.

Così la storia diventa il luogo di un autentica "teologia filosofica" in quanto nella conoscenza storica l'uomo può compiutamente, sotto forma di scienza, conoscere quel Dio che altrimenti resterebbe sconosciuto sul piano della ragione essendo impossibile per l'uomo muovere dalla realtà naturale; il principio tomista – di chiara ascendenza biblica – per cui è possibile conoscere Dio per ea quae facta sunt, assumendo come punto di partenza e orizzonte insuperabile di riferimento il mondo naturale, viene rigettato alla radice da Vico, poiché il mondo fisico non potrà mai permettere di arrivare conoscitivamente a Dio.

Proprio perché il "luogo" rivelativo di Dio sul piano naturale non è più l'universo fisico, il principio del verum-factum muove verso la scoperta di qualcosa che sia autenticamente e fino in fondo fatto dagli uomini e perciò conoscibile scientificamente. E così quel Dio inattingibile con la ragione attraverso la mediazione del sensibile fisico, diventa pienamente conoscibile, dimostrabile, a partire dalla storia che è il trascendentale vichiano; perciò la SN è una teologia, cioè un parlare di Dio, non rivelata (poiché non assume come punto di partenza la rivelazione cristiana), non naturale (la filosofia di Vico rimane, come scrisse Piovani, una "filosofia senza natura"), ma "civile", perché si costituisce a partire dalla storia (il mondo civile) come discorso ("ragionata", direbbe Vico) su Dio (cf § 385) in cui Dio è ritrovato come provvidenza. In questo senso la prospettiva di Vico rivela una singolarità nella modernità, non più percorsa nell'ampiezza della sua portata: la storia luogo della teodicea, la storia che dimostra incontrovertibilmente sul piano conoscitivo che c'è un Dio e che la sua identità è provvidenza.

Certo rimane da chiarire in che senso questa provvidenza sia compossibile con la libertà dell'uomo, che pur rimane l'autore della storia, come pure resta da verificare quale rapporto ci sia fra la provvidenza e il Dio cristiano dinanzi alla pressoché totale assenza, nella considerazione della storia, tanto della rivelazione biblico-cristiana quanto della singolarità ebraica, a cui pur si riconosce un significato superiore, dal momento che la storia sacra è la norma e il criterio di riferimento della storia profana.

Il fatto è che non essendo la scienza, potremmo dire con Tommaso,singularium, può avere dignità di riferimento solo ciò che sul piano della ragione ha valore universale; la "preferenza" di Dio accordata ad un popolo rispetto agli altri coinvolge quella dimensione "rivelata", di certo vera, ma non universalmente condivisibile sul piano della ragione, che deve essere messa tra parentesi per concentrare il riferimento al corso ordinario delle nazioni da cui emerge la realtà e le caratteristiche della Provvidenza, quale nome di Dio. La storia ideale eterna, come l'ordito sul quale si tesse la tela della storia, definisce il significato del "mondo civile", rispetto al quale la storia si presenta con lo statuto del segno, il cui senso, appunto, è il rimando ad un significato altro da sé ma che allo stesso tempo è presente e si rivela nel segno (se il segno infatti non avesse valore rimandativo e rivelativo non servirebbe come luogo a partire dal quale rinvenire il significato).

Una provvidenza così presente e "invadente", quale legge della storia, fino a che punto può essere componibile con l'idea che la storia la fanno gli uomini, e quindi con la libertà? Credo che il capitolo VI del De antiquissima e l'impostazione del rapporto fra grazia e libertà aiuti a comprendere la dialettica sul piano storico fra provvidenza e libertà senza che l'uomo non cessi di essere libero e senza che tale libertà possa mai compromettere il senso della storia che l'uomo non può costituire. Dove c'è la libertà c'è sempre il rischio che ci si allontani dalla verità e dal bene e così è accaduto nella storia, quando la libertà ha prostrato l'umanità in quella condizione ferina dalla quale l'uomo è stato aiutato a risollevarsi da Dio, ed ogni volta che l'uomo è tentato ed esposto al rischio di pervertire il senso delle cose e della storia, Dio-provvidenza lo accompagna impedendo che l'uomo distrugga la sua umanità e facendogli ritrovare il vero anche mediante una eterogenesi dei fini di cui è intrisa la dinamica storica. E poiché l'uomo Deum aspectu amittere omnino non potest, non accadrà mai che dall'imbarbarimento sempre possibile egli non possa più risollevarsi alla condizione "umana", essendo garante di ciò Dio stesso, il che rivela che la libertà è sì indebolita ma non è mai cancellata.

Altre letture ed interpretazioni della provvidenza e del rapporto fra libertà e provvidenza sono possibili, quella che io presento mi pare plausibile alla luce del percorso vichiano. Che Vico intendesse coprire con esteriori riferimenti alla tradizione cristiana un pensiero eterodosso per evitare censure e condanne mi pare fuori luogo; che Vico fino in fondo non percepisse i "rischi" eterodossi del suo pensiero non è affatto da escludere. Rimane però anche quell'affermazione conclusiva della Scienza nuova che richiama il sal 110: «se non siesi pio, non si può daddovero esser saggio» (§1112), a ricordare che senza pietà, senza religione, l'uomo è prostrato nella barbarie della ferinità, quella religione che non è alternativa alla religione rivelata ma è la forma del comunicarsi di Dio nelle vicende umane ovvero la provvidenza la quale, senza mai interrompere la libertà, sostiene l'uomo nella storia a non smarrirsi definitivamente e a realizzare il disegno cui provvidenza e libertà concorrono inscindibilmente.

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