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By antonio.sabetta28 Febbraio 2026In Editoriale

Ritiro di Quaresima (1 marzo 2026)

Il punto centrale della prima lezione è stato il guadagno della verità prima e semplice, ovvero che la carità è la legge dell’essere e quindi della vita. Nella seconda lezione ci viene detto che il sacrificio è la condizione della verità. Ci confrontiamo qui con una parola che soprattutto oggi ha perso qualsiasi valore, passando dalla condizione necessaria per vivere la carità a ciò da cui più rifuggire, perché il sacrificio appare la mortificazione della vita, la sua negazione. Viviamo nel tempo del “tutto e subito”, del “fallo e basta”, in cui quello che conta di più è la circostanza presente e non ciò in vista di cui si vive il presente. C’è un autore molto interessante da questo punto di vista, Michel Maffesoli, che ha dato forma di pensiero all’idolatria del presente nella nostra condizione postmoderna. Come scrive Maffesoli, oggi facciamo i conti con il sentimento della precarietà e della brevità della vita, che non ci allontana dalla vita ma ci rimette in essa, nella consapevolezza che il mondo in cui siamo è il solo in cui ci è dato vivere (cf M. Maffesoli, L’istante eterno. Ritorno del tragico nel postmoderno, L. Sossella, Roma 2003).

Il presente come unica realtà crea un’atmosfera di non curanza che non ci fa preoccupare per il futuro ma sostiene un desiderio di vivere nel presente con la sua freschezza, poiché l’accettazione, l’amore del destino (amor fati, sempre Nietzsche!), dona serenità, non angoscia. Il presente è unico e solo, non c’è passato né futuro in quanto ci sono stati o ci saranno ma non ci sono e dunque non sono, esso è divino, l’unica cosa che conta (non è forse Dio un “eterno presente”?) e ad esso va detto cogliendone le opportunità e riconoscendo alle cose il valore che spetta loro; il fatto poi che il presente sia precario non toglie vigore e intensità al desiderio di vivere l’istante (etica dell’istante): «il calmo furore del presente, il pensiero di vivere senza preoccuparsi troppo dell’avvenire, rappresentano certamente la modulazione contemporanea di quella costante antropologica che è il tragico. Quello che accadrà domani non possiede importanza visto che si può godere, qui e ora, di ciò che si presenta: una piacevole evenienza, una passione amorosa, un’esaltazione religiosa, ma anche la serenità del tempo che scorre»[1].

Siamo in un situazionismo generalizzato che sa vivere gli avvenimenti per ciò che sono e sa apprezzare il mondo per ciò che è: la routine ordinaria riscatta il tempo dall’inutilità e dalla linearità, e il quotidiano può essere finalmente vissuto perché non si considera più che alcune cose sono importanti e altre non lo sono (tutto è degno di un video su tik tok). La vita, insomma, viene percepita come priva di scopo, o meglio, precisa Maffesoli, «come se non avesse uno scopo preciso al di là di sé. Così facendo, l’esistenza si trova valorizzata per ciò che è; essa è sufficiente a se stessa» (p. 69). Questa immobilizzazione del tempo è «la valorizzazione del banale, dell’ordinario, e di tutto ciò che caratterizza il quotidiano. Il presente è privilegiato come espressione della presenza della vita. Tutte cose che potremmo riassumere in una sorta di istante eterno in cui la sospensione del tempo, il rallentamento dell’esistenza, favoriscono l’intensità, l’approfondimento dei rapporti sociali, e l’apprezzamento del mondo per come è» (p. 70).

            In questo contesto è ancor di più drammaticamente avvertito il carattere contro natura del sacrificio: perché tenermi il dolore se posso prendere una pillola? Perché sacrificarmi a ricercare e a pensare se c’è l’AI? Perché insistere in certi rapporti quando posso liberami subito dalle “relazioni tossiche” (il problema è che ogni rapporto che non mi corrisponde diventa una relazione tossica)? Il sacrificio appare come l’impedimento alla mia realizzazione, alla mia felicità, qualcosa di inconcepibile, bestiale, come diceva Pavese. Ed in effetti è così, perché l’uomo ha smarrito il corretto rapporto con la realtà e con l’essere in forza di quel mistero che chiamiamo “peccato originale” per cui l’amore al destino non ci viene più spontaneo ma ci appare un vero e proprio sacrificio e siccome la verità è l’ultima delle nostre preoccupazioni preferiamo il più delle volte barattare la fatica – il sacrificio – che essa comporta con la rinuncia alla sua ricerca. Il sacrificio appare la grande obiezione alla nostra felicità, la sua negazione, e allora ce ne teniamo alla larga. Eppure sappiamo che le cose non stanno così, sappiamo bene che se vuoi costruire qualcosa di buono nella vita ti devi sacrificare, devi buttare il sangue, perché le cose non vengono bene da sole, perché se non ci lavori le situazioni, i rapporti, le opere non sono buoni

            Come facciamo però a dire che il sacrificio è un valore, ovvero che “vale la pena” (è interessante questa cosa: che vale la pena che devi sopportare per affermare il valore)? Quando il bene che mediante esso affermiamo è più grande della fatica e del sacrificio che tale bene comporta. Non si rinuncia a qualcosa se non per qualcos’altro che abbia più valore di ciò a cui si rinuncia, sapendo bene che essendo noi creature segnate dalla libertà, ogni scelta/decisione è sempre una rinuncia, poiché scegliere qualcosa significa sempre rinunciare a qualcos’altro, dalle cose che segnano la nostra ferialità a quelle che decidono il senso della vita.

            Il sacrificio è diventato una parola importante da quando Dio si è fatto uomo; la croce di Cristo ci ricorda che il sacrificio non è solo la parola che definisce il senso dell’essere stesso di Cristo ma il centro della vita di ogni uomo, che ci ricorda che la vita è segnata dalla necessità di sacrificare. Se Cristo ci ha salvati mediante il sacrificio di sé, evidentemente questa parola – sacrificio – non può essere più l’ostacolo della vita da cui fuggire, soprattutto Cristo ha dato un senso al sacrificio perché sappiamo bene che ci sono certi e tanti sacrifici nella vita da cui non puoi sfuggire e se il sacrificio non ha senso allora anche la vita non ha senso vero. Il sacrificio diventa una valore perché Cristo lo ha vissuto nel dono di sé fino alla morte e alla morte di croce (come ci ricorda san Paolo); per questo al centro del mistero della Pasqua c’è il venerdì santo, la contemplazione, l’immedesimazione nella croce di Cristo, perché se è vero che non ci salva la croce è altrettanto vero che non ci salviamo senza la croce, e le nostre croci (i nostri sacrifici) si uniscono alla croce di Cristo; è questo il senso dell’offrire a Cristo quello che siamo e viviamo. L’alternativa al sacrificio è la menzogna dell’idolatria dell’istante (l’istante eterno!). Non è il godimento che è sbagliato, ma pensare che esso avvenga senza passare per il sacrificio.

È inevitabile che quando viviamo senza la coscienza del senso delle cose, non si vede perché dovremmo pensare a qualcosa oltre le cose stesse, oltre la fruizione immediata di quello che la vita in questo istante ci mette davanti. Se la vita non ha senso, come ripeteva il “padre” a Roy in Blade Runner, godi più che puoi, sacrificati a ciò che appare (l’apparente) e lascia perdere tutto il resto. Ma allora chi riconosce un senso oltre l’apparente non deve godere di quello che la vita gli riserva? Certo che no, la differenza la fa il modo in cui vivi quello che accade e la coscienza del significato ti impedisce di elevare a idolo quello che accade, mentre invece ti permette di viverlo per il valore che esso realmente ha, come ciò che è dato in funzione di uno scopo, tanto necessario per arrivare allo scopo quanto destinato a non essere la cosa ultima perché non è lo scopo. Ma la nostra più grande fragilità si manifesta non nel fatto che siamo moralmente dei mediocri, incapaci di gesti eroici o di vivere una ferialità buona, ma nella fatica cane a vivere il reale – ogni aspetto e momento che lo scandisce – con la coscienza e in funzione del suo significato. Poiché questo costa fatica costante e permanente tante volte viviamo distratti, sacrificando l’attesa e riducendo il desiderio a ciò che la vita ci mette davanti senza coglierlo come promessa rispetto a un compimento.

            Perciò il sacrificio è la condizione dell’affermazione del vero nella sfida del reale, il riconoscimento che c’è qualcosa che dura oltre quello che non dura. Altrimenti o sacrifichi il senso, o sacrifichi il segno. Il punto è che il senso (Cristo) ti viene rivelato in una modalità che non scegli tu, poiché l’incontro con Cristo è consegnato ad una oggettività di circostanze, luoghi e persone che non possono essere più bypassati. La fedeltà al metodo di Dio, che ha scelto l’incarnazione per farsi conoscere nella sua realtà ultima e definitiva, è il sacrificio più grande, poiché in fondo vorremmo evitare il sacrificio che comporta il non dover stabilire noi ciò che ci guida allo scopo, manifestandoci compiutamente il senso delle cose. Per noi è la grazia del carisma questa modalità con cui Cristo ci raggiunge ed è dentro la fedeltà a questa forma che si costruisce l’autocoscienza nuova. Non si tratta di una “conoscenza” che una mediazione/mediatore ci offre della serie conosco a memoria i testi di Giussani (magari!) e sto apposto (sarebbe gnosticismo puro) ma di una vita dentro cui si dischiude la fecondità della verità riconosciuta appartenendo al Cristo incarnato.

            Le modalità per farsi conoscere le sceglie Cristo, non noi! è Lui che chiama e chiama nel modo che decide Lui e se non accetti questa suo metodo non puoi stargli dietro. Nei Vangeli questa cosa è molto chiara: chi vuole seguirlo senza che sia Lui a chiamarlo, il Signore non lo vuole. E, naturalmente, può succedere che non vogliamo Lui quando non ci piacciono le sue “condizioni”, quando Lui ci chiama. Penso sempre all’episodio del giovane ricco: chi è che non avrebbe voluto “cooptare nel team” una persona così esemplare (almeno dando per sincere le sue parole)? Ma quando Cristo chiama alle sue condizioni (“vendi tutto, seguimi”) lui se ne va, certo triste, perché i beni sono preferiti al Bene, perché la sua intuizione circa Cristo come il “Maestro buono” non si declina nella forma che lui si aspettava.

            Questo è il sacrificio più grande: stare alle modalità con cui Cristo ti raggiunge, con cui ti si è fatto conoscere. Cristo avrebbe potuto e forse anche voluto salvare il mondo in altro modo, ma per lui quello che più di tutto contava non era salvare il mondo come poteva volere lui, ma “fare la volontà del Padre”, l’obbedienza la Padre che lo aveva inviato nel mondo per salvare il mondo. E questa obbedienza a ciò che il padre gli chiede – che nasce dal fatto che il bene del Figlio è la volontà del Padre – arriva fino all’assurdo, che non è solo il lasciare che il Figlio muoia in croce come un bestemmiatore sconfessato da Dio stesso, ma che nell’ora suprema della prova (e della tentazione nella prova) il Padre al grido del Figlio risponda con il suo assoluto silenzio, la qual cosa è poi in definitiva la condizione del sacrificio perfetto: l’abbandonarsi quando ci si sente abbandonati, il dire sì nella totale non evidenza della bontà di ciò che si sta sopportando.

            Essere fedeli alla modalità con cui Cristo mi raggiunge vuol dire questo. Il sacrificio è la condizione della carità ma come questo sacrificio accade non lo decidi tu, è la realtà che te lo chiede. Porto una testimonianza dalla mia esperienza: dopo 20 anni di dedizione assoluta, studio, disponibilità… devi lasciare tutto ecc. (declinare ulteriormente)

            Il vero sacrificio è lasciare che sia Cristo a dire: è qui che ti devi sacrificare. E questo non accade astrattamente ma dentro una concretezza di vita che è anche il movimento: realtà e carisma. Appartenere a Cristo nella concretezza del luogo in cui e mediante cui Lui ti ha chiamato. È dentro questo metodo che si vive il sacrificio e si costruisce la felicità della vita.

            Ricordiamo la chiamata di Natanaele, lo stupore di Natanaele che in un attimo passa dallo scetticismo più radicale (“può mai venire qualcosa di buono da Nazaret”) ad una professione di fede straordinaria (“tu sei il figlio di Dio, il re d’Israele”) e Gesù che gli ricorda che vedrà cose ben più grandi di queste. Tra l’altro nell’episodio Natanaele (cioè Bartolomeo) incontra Cristo perché glielo annuncia Filippo suo amico: le cose più belle le dici e vuoi che le vivano le persone più care, gli amici: “vieni e vedi”, guarda caso le stesse parole che Gesù aveva detto a Giovanni e Andrea quando gli avevano chiesto dove abitasse: “venite e vedrete”; il metodo è lo stesso e ad esso bisogna essere fedeli.

            Questa cosa e la sua importanza la troviamo ben presente anche in Gesù che sapeva bene che finché sarebbe stato vivo Lui, era più facile seguire per quelli che aveva chiamato, ma dopo, sarebbero sorte fatiche e difficoltà. Perciò nei discorsi di addio che ci riferisce Giovanni, insiste sul “rimanere” in Lui, nel suo amore per vivere l’unità. E gli attentati all’unità cominciano subito!

L’esempio più eclatante lo troviamo con Paolo, l’apostolo la cui presenza nella Chiesa è vista più come un pericolo che come una grazia; non aveva conosciuto il Gesù uomo, certo aveva incontrato il Cristo glorioso… Da un lato Paolo deve tacere per oltre un decennio per amore all’unità della Chiesa, dall’altro si scontra con Pietro che, come ci riferisce nella Lettera ai Galati, egli affronta a viso aperto e a muso duro. E poi ci sono le difficoltà nei rapporti tra Timoteo e Barnaba, insomma tante fatiche che si ripercuotevano nelle comunità – con la grande questione dei rapporti fra le due anime delle comunità cristiane, quella di provenienza giudaica e quella di provenienza pagana – al punto tale che fu necessario convocare un Concilio per dirimere la questione, un Concilio dove sotto la guida di chi aveva la responsabilità delle comunità – gli Apostoli – si decide per tutta la Chiesa. La cosa interessante è che quelle decisioni non hanno avuto alcun seguito, perché la realtà stava talmente cambiando che di lì a poco il problema si sarebbe risolto per il quasi scomparire dei giudeocristiani. Pensiamo ai primi secoli della Storia della Chiesa, piena di eresie, movimenti border line che riuscirono a coinvolgere personalità di spicco, penso a Tertulliano che scrive l’Apologeticum, una delle opere fondamentali in difesa delle fede, e poi alla fine della sua vita finisce mezzo eretico aderendo al montanismo o penso al movimento gnostico che sulla base di una certa interpretazione della fede di fatto la svuotava dal di dentro, e quando Ireneo di Lione difese la fede contro gli gnostici la vera domanda divenne: perché hai ragione tu e torto noi se tutti quanti ci riferiamo alla Scrittura e a Cristo? E Ireneo per la prima volta fece ricorso al criterio dell’origine apostolica delle Chiese: la vera fede è quella custodita dalle chiese fondate dagli apostoli e dove non c’è questo legame con l’origine – gli apostoli e i loro successori – non vi può essere una vera fede.

            Il primo grande sacrificio è rimanere fedeli al metodo di Cristo, al luogo e al modo con cui Egli è entrato nella nostra vita. Questa fedeltà che implica sacrificio comincia già rispetto ai fondamenti della fede: la Parola di Dio, la liturgia, i sacramenti. Siamo disaffezionati perché sono cose che non abbiamo deciso noi e comportano un grande sacrificio.

            Il frutto di questa autocoscienza nuova generata dall’incontro con Cristo, dal sacrificio della propria misura per abbracciare il senso del reale oltre l’immediatezza di ciò che accade, è la verginità come sguardo, come modo di essere, come approccio alla vita: chi vive con Cristo vive come Cristo; vivere con Lui, per vivere come Lui: la familiarità con il mistero, guadagnata mediante il sacrificio, giocandoti nelle circostanze del reale, rende Cristo l’essenziale, per cui “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”, ancora san Paolo. La verginità è uno sguardo così: l’amore senza possesso, il possesso nel distacco (che paradosso!), l’amore disinteressato al destino dell’altro per cui mi interessa (disinteresse che interessa, ancora il paradosso: Lutero avrebbe da insegnarci molto) che l’altro incontri il significato della sua vita. La forma più grande di carità è questo amore libero che chiamiamo verginità, la forma vera di ogni rapporto. La verginità ha un sinonimo: la gratuità: “tutto quello che si fa è per la vita degli uomini, perché raggiungano il loro destino” (Si può vivere così, 419).


[1] Ibid., 47. Si tratta dell’avventura del presente, della vita di tutti i giorni, presente riscattato dall’essere considerato banale quotidiano: «potremmo domandarci se i cavalieri postmoderni del Graal non siano altro, per l’appunto, che gli avventurieri del quotidiano, i quali non proiettano più le loro speranze in ipotetici e lontani ideali, ma s’impegnano a vivere, al meglio, qualitativamente, giorno per giorno, una forma di intensità esistenziale» (ibid., 58).

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