Editoriale – 87
Inserisco la presentazione scritta per l'ordine degli Studi 2017-18 dell'ISSR "Ecclesia Mater" appena pubblicato e disponibile in pdf sul sito www.ecclesiamater.org
"Una cosa è possedere una fede semplice e godere con semplicità dei suoi frutti, altra cosa è intendere ciò che si crede ed essere sempre pronti a rendere conto della fede. La fede semplice si gusta, però non illumina e non è troppo esposta alle tentazioni; l'altra, invece, anche se alle volte non si gusta senza travaglio, in compenso illumina ed è più salda di fronte alle tentazioni" (Guglielmo di Saint Thierry, Lo specchio della fede, 35)
Quando pensiamo agli scenari che definiscono il cristianesimo nella contemporaneità soprattutto occidentale, ci rendiamo conto quanto la fede non solo non sia più qualcosa di scontato o di condiviso, ma sia spesso vista con sospetto o rifiutata o dichiarata inutile se non pericolosa. Con le debite precauzioni e i necessari distinguo, la situazione non sembra molto differire dai primi secoli quando, mentre stava tramontando la stagione delle persecuzioni, la contestazione della fede proveniva dagli intellettuali, le cui idee erano radicate nel tessuto sociale. In particolare vorrei richiamare un aspetto che ci viene attestato da Eusebio di Cesarea, ovvero l'accusa di Porfirio secondo la quale il cristianesimo sarebbe privo di ogni fondamento logico e coloro che professano la fede cristiana baserebbero le loro convinzioni su una fede irrazionale e la loro adesione sulla mancanza di una pur necessaria investigazione, non potendo i cristiani produrre prove chiare e sicure a dimostrazione della verità contenuta nelle promesse della loro religione. Eusebio attraverso la sua Grande Apologia, intendeva mostrare che il cristianesimo, lungi dall'essere qualcosa di irrazionale, ha procurato agli uomini tutto ciò che è necessario per condurre una vita buona e che i cristiani non si sono affidati ad una fede cieca e irrazionale ma a ragionamenti saggi e utili che hanno le caratteristiche della vera pietà religiosa; e proprio questa ragionevolezza diventa invito per coloro che sono in grado di ragionare ad accogliere in maniera razionale le dimostrazioni delle dottrine.
Naturalmente i contesti odierni sono sensibilmente diversi da quelli in cui si collocano Porfirio ed Eusebio, eppure permangono le obiezioni alla fede cristiana circa la sua irrazionalità o l'inutilità della religione tanto nella vita privata quanto ancor più nella sfera pubblica. Studiare all'Ecclesia Mater significa affrontare la sfida di una fede pensata, di una fede – quella personale di ogni studente – che non si accontenta solo di essere professata o testimoniata ma che vuole essere anche compresa, perché più entriamo nei misteri della fede più il mistero della fede diventa significativo per la nostra vita. Conoscere allora Cristo e cosa significa credere in Lui, aiuta la nostra fede ma allo stesso tempo ci chiama ad una responsabilità dinanzi al mondo e ai diversi modi con cui la fede cristiana viene vista. Vi è chi non crede in Dio e non vede l'utilità di Dio nella vita; vi è chi crede in Dio ma rifiuta le religioni considerandole un problema e un rischio di fondamentalismi ecc.; vi è chi dinanzi al pluralismo religioso non si chiede o non capisce perché il cristianesimo debba o possa essere considerato la vera religione e la chiesa cattolica la vera chiesa. Il punto è che se lo scopo del dire le ragioni della fede è aiutare chi non crede a credere, tali ragioni non potranno ignorare le domande che l'uomo oggi si pone, domande che non solo riconfigurano le ragioni della fede ma tante volte purificano e rigenerano la stessa fede.
Tuttavia oggi siamo chiamati a vivere una responsabilità anche verso i credenti "deboli", coloro che, come troviamo attestato nella prefazione di Origene al Contro Celso o in Bonaventura, sono in fide infirmi, deboli nella fede. Chi vuole andare a fondo della propria fede si rivolge a tutti coloro che vivono la fede con difficoltà, che – grazie a Dio – sono minacciati o scossi dal dubbio che sorge dalla loro esperienza personale o dalle situazioni sociali in cui si trovano, che non smettono d'interrogarsi desiderosi di capire quello che credono e di fronteggiare quelle obiezioni che sorgono dentro di noi o che, quando provengono da chi non crede, paiono anche a noi credenti legittime e condivisibili.
Non siamo obbligati a credere in virtù delle ragioni della fede, e per credere può bastare la "nuda fede", ma resta sempre la questione di stabilire perché un uomo del nostro tempo – quale che sia il suo contesto e la sua sensibilità – dovrebbe credere o ritenere significativo per la propria vita la fede, affermandola quale principio che dà senso alla vita, come risposta alla sua originaria domanda di senso.
Lo studio nel nostro Istituto vuole essere un aiuto a pensare la fede per meglio testimoniarla e comunicarla, aiutando chi è fuori da questa "casa" a varcare la soglia dell'ingresso, mostrandogli la bellezza e l'attrattiva di quello che accade all'interno, destando in lui quella curiosità che lo mette in cammino e gli permetterà di dire "ne è valsa la pena". Pensare la fede, imparare a dirla e a dirla nel modo giusto è un percorso fatto anche di fatica, studio, tenacia e lavoro. L'augurio a tutti – tanto a chi studia per passione quanto a chi lo fa anche per un impegno lavorativo nella scuola – è che il tempo che viene trascorso in Istituto non vada perso ma al contrario arricchisca e faccia crescere l'umanità e la fede nostra e di chi ci incontra. Le sfide sono ardue, spesso ci sentiamo sconfitti, rinunciatari guardando alla sterilità di quello che tentiamo di fare ma, come scriveva Hölderlin, "dove c'è pericolo cresce anche ciò che salva".
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