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By antonio.sabetta12 Dicembre 2015In Editoriale

Editoriale – 75

Segnalo che è uscito un mio nuovo volume che raccoglie alcuni testi non accademici. Il titolo è:

 

La fede provocata.

Appunti lungo la strada erta della vita,

LUP, Città del Vaticano 2015

 

 

 

 

 

 

          Ritiro di Avvento (12 dicembre 2015)

          Appunti

 

All'inizio di questo ritiro vorrei ribadire l'unica ragione per cui siamo qui, l'unico movente che ci ha spinti a ritrovarci ancora per l'ennesima volta, a vivere un gesto per alcuni abitudinario, per altri faticoso, per altri ancora atteso, per altri forse snobbato. L'unica ragione per me dell'essere qui, e deve essere così anche per voi, è l'incontro con Cristo che rappresenta l'evidenza più grande della nostra vita. Io per meno di questo non sto a perdere tempo, né mi interessa spendere parole, perché questa evidenza è il fondo che resta al netto di tutto, è il punto singolare iniziale al di qua del quale non posso andare, qualunque sia la mia fede, quale che sia la dimenticanza che mi fa costruire la vita nella trascuratezza o nel fare a meno di tale evidenza. Questa evidenza di Cristo deve essere la più certa per ognuno di noi, più dell'amore dei figli, più dell'attaccamento a tutto il bene di cui siamo capaci. La presenza di Cristo, l'evidenza della sua presenza che trasforma l'incontro in avvenimento è ciò che resta dopo tutto e oltre tutto. Questa è la premessa necessaria, altrimenti tutto è analisi, discorsi dotti, belle parole, momento e non evento, non gesto.

Questa certezza – che deve diventare come la certezza del cogito cartesiano, quella certezza che vince anche il dubbio più corrosivo, che rimane dopo che tutto è stritolato dal dubbio – fa i conti oggi come sempre, oggi probabilmente più di sempre, da un lato con il momento particolare delle nostre vite, con le circostanze oggettive che ci definiscono e dall'altro con quel mondo nel quale siamo e che rende le cose spesso più difficili, non perché è contro il cristianesimo ma perché non ci aiuta a vivere un corretto rapporto con il reale, che è la condizione per riconoscere l'evidenza di quello che ci accade.

Facciamo tutti i conti con una difficoltà a conoscere cioè a riconoscere il senso della realtà, impediti in questo da un contesto che non vive la preoccupazione e l'urgenza di capire e da un io distratto che non si educa più e dunque non sa come arginare l'invadente prepotenza di un mondo che è contro l'uomo. Manca l'analisi, cioè il paragone della realtà con le evidenze originali e allora prevalgono gli slogan, le reazioni istintive e non ragionate.

Siamo spesso definiti da un senso di smarrimento e chi si sente smarrito o è perché non sa dove andare, o è perché non ha più chiaro come arrivare dove deve andare, come quando non ti viene più chiaro quello che ti è sempre venuto spontaneo, oppure non sai che pesci prendere quando una nuova situazione sopraggiunge. Siamo smarriti perché non sappiamo più dove andare, non sappiamo più cosa sia essenziale e cominciamo a chiederci se in fondo non abbia ragione il mondo con le sue posizioni, se in fondo i tipi strani (nel senso di quelli sbagliati) non siamo davvero noi. Il "crollo delle evidenze" non è una cosa che riguarda gli altri, ma una cosa che affligge noi, tanto che spesso ci sentiamo a disagio perché ci sentiamo smarriti e non ci accorgiamo più di ciò che abbiamo davanti.

Come si fa a vincere lo smarrimento? Come si può riprendere in mano la situazione? Il metodo – la via – è sempre lo stesso: ripartire dall'esperienza, dalla realtà giudicata, poiché dall'esperienza deriva l'evidenza e la verità. Ripartire dall'esperienza non vuol dire tanto ripartire dalla realtà che ti accade ma ripartire dall'io in azione nella realtà, perché la realtà senza un io è vuota ma un io senza realtà è cieco, non sa dove andare. L'esperienza accade nella misura in cui portiamo il senso dell'io nelle circostanze che accadono, ma se non è più chiaro questo senso non ha più senso nemmeno il reale. La riconquista del senso dell'io, dell'evidenza del senso, passa ripartendo dal fondo inestirpabile della domanda che alberga al cuore di tutto e che ci definisce tutti indistintamente come io. Ebbene questo "fondo" è il desiderio di felicità, il bisogno, l'urgenza di un senso che risponda alla sete di un significato totale, poiché il senso è il pane senza il quale l'uomo non può più vivere (cf Ratzinger).

Altrimenti detto è la domanda di felicità quella di cui trovo attestazione esemplare nel Poeta di Recanati. Vi voglio rimandare ad un luogo poco frequentato se non sconosciuto ovvero il Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare dove leggiamo: «tuttavia l'obbietto e l'intento della vita nostra, non pure essenziale ma unico, è il piacere stesso; intendendo per piacere la felicità; che debbe in effetto esser piacere; da qualunque cosa ella abbia a procedere»; e più avanti il poeta esprime il senso della noia, altro nome per "il desiderio puro della felicità" così illustrato dal genio familiare: «E da poi che tutti i vostri diletti sono di materia simile ai ragnateli; tenuissima, radissima e trasparente; perciò come l'aria in questi, così la noia penetra in quelli da ogni parte, e li riempie. Veramente per la noia non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere. Il qual desiderio, come dicevamo poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana, per modo di dire, e composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia; dall'una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo nell'altra. E questo non è tuo destino particolare, ma comune di tutti gli uomini».

Queste parole ci dicono quel che la vita è, ci descrivono per quello che siamo, rappresentano ciò che la nostra vita grida, quella vita appesantita e sofferente, privata non solo di un senso ma di un'ipotesi di senso. La vita che oggi ci dice, con le parole di Quasimodo, "basta così poco per morire da vivi" e che in questo deserto ci fa ripetere sempre con il poeta: «nulla rimane della mia giornata. / Mi sorprende immutabile la noia / misericorde a ogni gioia apparsa / e alle radici subito indurita»; ciò che rimane, sempre ancora con le parole di Quasimodo, sono "anonimi scrosci di lacrime".

La vita non si rassegna alla rinuncia ma l'io vuole andare fino in fondo alla domanda e può ridestarsi (tenersi desto, ricominciare a vivere) nel paragone con ciò che accade, la realtà, le res, le uniche che ci possono fare uscire dal torpore. Solo vivendo la realtà mi verrà detto e potrò verificare chi sono io. Eppure noi siamo fuggiaschi, ci allontaniamo dal reale magari abbuffandoci di cose da fare, ma poi quando arriva la notte e siamo soli con noi stessi, la domanda dolorosa ritorna (cf la canzone di Arisa La notte). La realtà è la grande sfida per ciascuno di noi e in fondo quando non vogliamo essere disturbati, quando non accettiamo questa sfida non facciamo che tenere fuori la realtà.

Ma proprio perché la realtà è il luogo dove l'io si ritrova e s comprende, Cristo ti viene incontro nel reale, come provocazione e sollecitazione che nasce dal reale, come incontro. Lo leggiamo nel testo di Carron: «che cosa fa Gesù per ridestare l'uomo, per risollevarlo dalla situazione di smarrimento e di alienazione in cui versa? Incontra le persone, mette davanti a loro una presenza umana – la Sua – non ridotta. Perché è soltanto imbattendosi in Lui, nella Sua presenza, […] nella Sua capacità di rendersi conto della densità e dell'attesa del cuore, che può risvegliarsi la loro umanità, la percezione della portata della loro esigenza. […] In che cosa consiste la missione di Cristo? Cristo non è venuto a risolvere i problemi dell'uomo, ma a educare il senso religioso, cioè a ridestare l'io mettendolo nella posizione giusta per affrontarli».

La fede biblico-cristiana ci ha attestato una singolarità di metodo. Dio non lo si incontra leggendo un libro, ripetendo formule, osservando un fenomeno naturale, imparando un mito (che accade sempre perché non accade mai) ma il luogo di Dio è la storia, egli si rivela, cioè dice se stesso all'uomo, nella storia ovvero nel luogo reale dove l'io vive, è in azione. Dio si fa incontro all'uomo nella circostanza del suo accadere come io e la Scrittura ci documenta questa serie ininterrompibile di incontri che va da Abramo – la figura esemplare – a Paolo e a tutti coloro che sono venuti nella storia: quegli incontri che fanno rinascere la persona perché si incontra Cristo e perché non si può non fare l'esperienza di Cristo se non nell'avvenimento dell'incontro con lui. L'incontro con Lui decide il senso della nostra esistenza e configura un compito che la vita declina come vocazione poiché la vocazione è la vita all'orizzonte dell'incontro con il Signore, non la condizione del da farsi.

La realtà rimane la provocazione, la vocazione per l'io, il luogo dove l'io si ritrova e vive la sua identità come vocazione. Perciò le circostanze sono sempre importanti per la nostra vocazione, come il contesto (realtà) nel quale l'io si dice (testo). Senza le circostanze la fede diventa gnosi, diventa dottrina, non è più vita e allo stesso tempo quando la fede diventa non pertinente rispetto alle esigenze della vita viene abbandonata, non importa quanti anni di movimento hai fatto. L'estraneità tra vita e fede, tra concretezza della circostanza presente e fatto cristiano, è quella per cui la fede viene percepita come una pagliacciata, cioè non reale, da palcoscenico o da antropologia culturale (o da fenomeni da baraccone). Perciò abbiamo sempre bisogno di riferirci al presente con le sue sfide per capire se e quanto viviamo la fede. Perché si può essere cristiani o vivendo la fede come l'esperienza di un incontro o come un'etica, una serie di regole di cui nella vita c'è sempre bisogno per fronteggiare le situazioni, regole che poi ognuno usa e di cui dispone come ritiene più opportuno (i sociologi la chiamano "logica della responsabilità").

Quando la fede diventa ovvia, quando non implica più l'io e un lavoro, il suo contenuto si cristallizza in dottrina e soprattutto in etica ma il cristianesimo non è né una visione del mondo né un codice etico, regole o valori di cui l'io ultimamente non ha bisogno se non sono espressione dell'esperienza del tu che diventa norma solo in quanto è vita. Perciò il cristianesimo è l'esperienza dell'avvenimento di Cristo e configura un'appartenenza, una pertinenza, e siccome l'io è se nell'incontro con l'altro da sé (il tu), Dio si è fatto "tu" per permettere all'uomo che il suo io si definisca come autocoscienza del tu incontrato.

Ora poiché l'io non può sussistere come io senza il tu, la perdita del tu o la sua riduzione comporta sempre una perdita o un riduttivismo dell'io. Non c'è niente da fare: si è, si ex-siste in ragione di ciò-chi a cui si appartiene, poiché esistere è proprio il sussistere fuori di se (ex-sistere), per cui è il luogo al di fuori di te dove appartieni che ti definisce come essere, come io. Perciò Dio è diventato un tu, non un libro, non un mito, non un dettato ma un Tu, ovvero un uomo, perché solo la comunanza dell'essere (ontologia) istituisce la possibilità dell'appartenenza: si appartiene a ciò che pertiene, che è pertinente, e pertinente all'io è solo il tu, il non-io dell'io che fa essere l'io un io, l'altro da te che ti fa essere te. Ecco allora che l'appartenenza è l'essere generati «da quella storia in cui Cristo è divenuto realtà significativa per la sua vita e che costantemente gli offre tutti gli strumenti per fare la strada verso la sua maturità».

L'io dipende dal tu e non è un caso che all'inizio di quella storia nuova è sempre Dio (il Tu) che chiama: nella Scrittura questa cosa è evidente. L'uomo biblico sa che tutto è manifestativo di Dio, ogni fenomeno cosmico, sogni, audizioni, visioni; non si chiede se Dio c'è ma chi è, quale volto ha Dio. Eppure la svolta avviene quando c'è un tu che chiama l'uomo e chiamandolo lo fa essere: la chiamata di Abramo e la possibilità di un io definito fin nelle midolla dalla misura di quel tu che chiama (fino al paradigma del sacrificio di Isacco), quell'Abramo nella cui chiamata è il metodo, per cui in lui Dio chiama tutti. Ma pensiamo anche alla chiamata di Mosè, il cui io è talmente rinato da quell'incontro che anche il suo volto cambia, diventa più luminoso, è più espressivo, più vero. E quando Mosè desidera conoscere il nome di Dio – la fede è il passaggio dall'anonimato al nome – la risposta di Dio è chiara: io sono colui che sono, cioè io sono colui che è per te e l'impossibilità di conoscere il mio nome (altrimenti Dio diventa un idolo) non toglie il fatto che io sono quel Tu che si concepisce come relazione all'uomo, all'io dell'uomo. L'essere profondo, intimo di Dio, è questa passione, questa dedizione, questa commozione per il destino dell'uomo che Egli mette al primo posto rinunciando a sé (l'abbassamento di Dio: Fil 2), facendosi altro da sé, condividendo la finitezza per mostrare quanto a Lui stesse realmente a cuore il destino dell'uomo, il mio destino. L'uomo è entrato nella coscienza dell'io di Dio (il Padre si conosce nel Figlio che è tornato al Padre con la sua umanità trasfigurata), per cui Dio non lo può più lasciare fuori a meno che, fino alla fine, non sia l'uomo a volere ostinatamente restare fuori.

Questa cosa tanto riguarda Dio quanto riguarda noi: abbiamo bisogno che il nostro io sia definito nel suo essere dal Mistero cui vogliamo appartenere. Se non c'è l'appartenenza al mistero non c'è più una faccia nuova, una presenza nello sguardo; perciò pensare che l'io possa credere senza appartenere è la negazione della possibilità che l'io possa rinascere a partire da colui in cui crede. Poiché la fede configura un'appartenenza, la separazione del credere dall'appartenere è generatore di una fede ridotta a valori etici o di un io che non cambia in forza della fede, cioè non è definito da altro, non dal Tu del mistero, poiché è solo nel darsi di un tu che si configura la possibilità dell'appartenenza: si permane appartenendo e si appartiene permanendo. Se non è così il cristianesimo viene investito dal problema delle regole – le regole soffocano e allo stesso tempo affrancano perché ti alleggeriscono dal paragone quotidiano con la provocazione del reale – ma cessando di essere una "presenza dentro l'esistenza", cessa di essere rilevante per la vita, la quale si lascia andare rispetto a ciò che si pretende, fuori dal Tu di Dio, ciò che determina l'io: un tempo era l'ideologia, oggi la non ideologia che è sempre ideologia, chiamiamolo nichilismo, vuoto dilagante o come vogliamo.

Perciò solo la permanenza della pertinenza vince la distrazione che conduce al nulla. L'io ha continuamente bisogno di essere ridestato, di essere chiamato (vocazione) e questo accade nella forma della provocazione, dell'accadere di qualcosa che ti ridica la verità del metodo nell'esperienza di un io nuovo che impatta il reale – fosse anche per un solo istante – con una misura diversa e la sola adeguata all'esperienza elementare che lo definisce come luogo di verifica dell'ipotesi e della verità di ciò che si pretende il senso delle cose.

La provocazione è la novità di un nuovo inizio che ridesta l'io e lo fa ricominciare scuotendolo dall'ovvio, strappandolo alla scontatezza. Quello che conta nella vita è cominciare, come diceva Pavese; la vita è bella perché è cominciare, è la possibilità di un nuovo inizio, e quando questo non accade più, la vita perde ogni attrattiva, l'io si smarrisce e non ha più senso vivere, perché non c'è più possibilità di gioia e di felicità. Un nuovo inizio non a dispetto ma dentro l'abitudinarietà delle circostanze della nostra vita.

Mi ha sempre colpito il fatto che noi abbiamo un'idea di novità, di nuovo inizio, molto diversa da quella che è più implicata dalla misura del reale. La novità, il nuovo inizio, non configura una diversità di circostanze per cui posso vivere una diversità solo se cambiano le circostanze in relazione alle quali mi pongo. Questo è sbagliato e riduttivo perché la novità definisce una diversità di posizione che in quanto configura un modo diverso di stare nella realtà, di fatto cambia anche la circostanza. Spesso la gente confessando ti dice con un po' di scoraggiamento che i peccati sono sempre gli stessi; e ci credo che sono sempre gli stessi! In fondo la vita è sempre la stessa ed anche le cose più singolari ed uniche che ci accadono prima o poi le rimettiamo nel calderone di ciò che comunque fa parte della vita. Il miracolo della novità, invece, è un io che sta nella realtà a partire da una consapevolezza nuova. Pensiamo sempre alla liturgia, lo dicevo predicando qui a Guglionesi la prima domenica di avvento. La liturgia ci fa ricominciare ogni anno con il tempo dell'avvento secondo una visione ciclica; ma ci può essere novità nella ciclicità? La ciclicità non è forse la morte della novità? Assolutamente no, perché iniziare di nuovo è la possibilità di vivere la circostanza della vita in modo nuovo, diverso, per cui ciò che conta non è quello che accade ma come ti poni tu rispetto a quello che accade; diversamente la vita diventerebbe irrilevante per la fede se non per quei fatti eccezionali che raramente possono accadere. E quando viviamo il nuovo inizio con questo atteggiamento, allora la provocazione anziché diventare per l'oggi si trasforma in rimpianto del passato, lamento sul presente e sulla sua inevidenza. Ma così sprechiamo tutto!

Quando non c'è il tu che rende possibile tutto, ci disaffezioniamo alla realtà, ci anestetizziamo rispetto alla vita e desideriamo solo che non ci disturbi troppo, che ci risparmi quella fatica e quel dolore che vediamo così abbondantemente sparso e diffuso accanto a noi. Solo che così il cristianesimo è una fiaba, un sogno, non c'entra con la realtà, non è più una compagnia, cioè non accompagna più in quello che sono e in quello che faccio.

Ma il punto è come venirne fuori, come uscire dal torpore e rimettersi in movimento, ricominciare. Questo è il miracolo di un incontro, l'incontro con la realtà dove riverbera la scintilla del mistero, l'istante diverso che cambia tutto, stupisce e rimette in moto la storia. E non conta se poi siamo di nuovo distratti perché la verità non cessa di essere tale solo perché te la sei dimenticata. La scintilla di un istante, lo stupore che ti commuove e ti fa rinascere; l'attrattiva della verità si fa sempre largo fra le distrazioni per essere riconosciuta nella sua semplicità che riempie il cuore e ridesta l'io che si percepisce e si sente costituito da un Altro.

L'inizio, la novità, è l'incontro non come un istante puntuale e circoscritto da cui tutto prende avvio in forza di quell'evento (l'incontro non è la prima mossa!) ma come metodo, perché quell'incontro deve riaccadere nelle circostanze mutate, dal momento che noi ci spostiamo, usciamo di strada smarrendo il centro, riducendo il carisma a formalismo, organizzazione oppure vivendo una ricorrente (se non permanente) disaffezione (se non estraneità), che è cosa diversa dalla fatica necessaria dello stare davanti al Signore.

Essere centrati in Cristo significa diventare adulti nella fede, vincendo la debolezza dell'io attaccandoci al luogo dove l'incontro è avvenuto per noi e costituisce nell'oggi la necessaria mediazione del suo sussistere come realtà presente che intanto è reale in quanto riaccade. E come l'incontro avviene per l'impatto con una presenza diversa (così almeno è stato per me), così riaccade per la testimonianza attestata di una vita cambiata, capace di rigenerare lo stupore, condizione necessaria per avvertire l'attrattiva del fatto cristiano. Perciò occorrono adulti, persone il cui io viene costruito dall'esperienza della fede, partecipando di una presenza viva che mi investe, coinvolge, uomini che "se il movimento non ci fosse lo creerebbero".

L'attrattiva si chiama sequela: non può diventare l'incontro esperienza senza sequela di una compagnia guidata, senza essere attaccati all'oggettività di un luogo – fatto dalla soggettività di persone – prima che alle nostre interpretazioni. Certo tutto è reso più facile quando possiamo guardare a dei maestri, ma la carne di Cristo non può non sussistere se vogliamo andare a Lui, quale che sia la forma che assume.

Nel sec. XVII, in un momento difficile in cui la Chiesa si confronta con quanti cominciano a dire non che Dio non esiste (tutti ammettono un dio) che egli non si sia potuto manifestare nella storia, un teologo spagnolo, Juan de Lugo (1583-1660), s'interroga sul perché della fede, che cosa sia il motivo che muove l'uomo a credere. Ora, secondo lo spagnolo gli eretici moderni ritengono che nulla debba essere creduto dall'uomo se non ciò che Dio gli propone e rivela in modo immediato, e di conseguenza l'"istinto" o ispirazione interiore che viene da Dio diventa il criterio della fede, il motivo per cui credo. Anche per i cattolici questo istinto-ispirazione interiore è importante, ma ciò che è decisivo è la forma esteriore in cui si presenta la rivelazione divina. Scrive de Lugo: «gli eretici pongono l'istinto interiore come regola della fede indipendente da ogni altra regola esterna che regoli l'istinto interiore. Il cattolico, invece, sebbene abbia come regola prossima quell'istinto interiore […] sa tuttavia che il dictamen è disciplinato da una regola esterna; pertanto il cattolico quando interrogato sul perché abbracci (amplectatur) questa fede, non risponde come gli eretici – "perché così mi ha dettato l'istinto interiore" – ma piuttosto perché la coscienza mi ha detto interiormente che vi è obbligo di credere quando la rivelazione divina è proposta con tante e tali note esterne (regulae extrinsecae) di cui – poiché sono esterne – si può rendere ragione e si può rimuovere il pericolo e il seme dell'errore».

Un esempio per ricordare che è sempre così: se vogliamo ritrovare noi stessi incontrando Cristo dobbiamo attaccarci e attraccare all'oggettività della forma in cui Cristo si dà. Il tempo dell'avvento ci aiuti a crescere nella consapevolezza di tutto questo.

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