Editoriale – 71
Inserisco una sintesi (molto sintetica) del mio intervento nell'incontro pubblico dello scorso 15 aprile sul tema "La teologia fra scienza e fantascienza"
Tracce di cristianesimo anonimo nell'età post-secolare.
Per una lettura "cristiana" della saga di Harry Potter
Gli spunti di lettura della saga di Harry Potter che propongo, non intendono essere una cristianizzazione della storia del maghetto ma un rinvenimento di elementi cristiani espressi in un contesto secolare o post-secolare in cui di cristiano non è rimasto molto. L'orizzonte può essere indicato nella categoria di "cristianesimo anonimo" del teologo Karl Rahner, il quale rinveniva la presenza di categorie, prospettive o aspetti cristiani spesso impliciti in culture o scenari apparentemente non cristiani. Penso pure all'idea espressa da J. Derrida nel suo volume Donare la morte dove il filosofo francese attribuisce alla filosofia il compito di pensare dei "doppioni non dogmatici del dogma", per cui è possibile ancora una volta incontrare tematiche cristiane anche in luoghi che cristiani non sono.
In effetti di cristiano esplicitamente nella saga non c'è quasi nulla. Incontriamo due citazioni della Scrittura poste su due tombe, sulla tomba dei genitori di Harry ("l'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte", 1Cr 15,26) e su quella di Ariana, la sorella di Silente ("La dov'è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore", Mt 6,21); poi non mancano i riferimenti al Natale, le vacanze di Natale, i canti la notte di Natale che Harry sente quando va a Godric's Hollow: il quadro riassume quello che accade oggi in cui parole e gesti provenienti della tradizione cristiana sopravvivono sganciati dal loro originario significato e dunque ricategorizzati in una versione spesso secolarizzata.
Eppure nonostante questa apparente mancanza di riferimenti cristiani, molti temi centrali della saga hanno un'impronta cristiana e possono essere letti finanche in chiave cristologica; non si tratta solo di riconoscere che l'umano trova pienezza nel Cristo, Dio fatto carne, ma di rilevare come il cuore del mistero cristologico – ovvero il mistero pasquale di dedizione, morte e risurrezione – è adombrato potentemente nello svolgersi della saga.
Senza dubbio, chi si accosta alla lettura della saga la prima percezione che ha è che i libri costituiscono una sorta di narrazione epica del tema dei temi: il bene e il male, la morte e la vita che si affrontano ogni giorno, l'amore che si dona totalmente e senza misura e che diventa la "morte della morte".
Ma prima di venire a capo di questo aspetto centrale, direi che anche in Harry Potter c'è un punto di partenza che è quello di sempre, quello che appartiene agli uomini di qualunque tempo e cultura. In fondo, proprio perché l'essere maghi non è un'evasione dalla realtà ma un modo diverso di essere uomini (non a caso ci sono maghi nati da babbani, il caso di Harry, di Hermione e dello stesso Voldemort), l'umano ritorna anche nel magico in ciò che lo definisce originariamente e costitutivamente. Ebbene questo punto di partenza è il desiderio della felicità, la sola cosa che ti salva l'anima, dove la felicità viene declinata come il senso delle cose; si è felici quando si può vivere riconoscendo un senso alle cose.
La felicità è la cosa che l'uomo più profondamente e disperatamente desidera tanto che lo specchio delle brame, che ci mostra esattamente questo desiderio profondo, se avesse di fonte l'uomo felice lo rifletterebbe così com'è. Harry vi vede riflessi i genitori, Ron si vede campione di Quidditch, l'uomo felice vedrebbe nulla di più di se stesso, perché la cosa che più ci sta a cuore è la felicità, no matter how difficile è raggiungerla. La felicità rimane la cosa più bramata tanto che la fine della vita, quella che proviene dai dissennatori (non la fine naturale della vita) è il toglimento della felicità e del senso. Nel terzo volume della saga si insiste su queste figure sinistre la cui pericolosità è il toglimento della felicità; come dice Ron "io mi sentivo strano, come se non potessi mai più essere felice" (88), essi "succhiano via tutta la felicità" (203), è come se portassero via la felicità (cf 398). La vita senza felicità è ciò che ti fa diventare pazzo, non a caso il posto peggiore del mondo, la prigione di Azkaban è il luogo dove non c'è la felicità. Tolta la felicità si diventa come i dissennatori, malvagi e senz'anima. Ma la vera infelicità è quella che ci dice Hagrid: "dopo un po' non ti ricordi più chi sei e non sai che senso ha vivere" (203): quando non sai che senso ha vivere tutto diventa terribile. Il bacio del dissennatore infatti ti succhia l'anima: esisti e basta, nessuna idea di te stesso, nessun ricordo, come un guscio vuoto (226). Non a caso l'antidoto al dissennatore è il patronus, la proiezione del ricordo più forte della speranza, felicità, desiderio di sopravvivere.
Dunque il desiderio della felicità da un lato, dall'altro il grande tema del conflitto perenne tra bene e male. Non c'è una visione olistica o dualistica perché non ci sono buoni da una parte e cattivi dall'altra (come Sirius ripete a Harry) o meglio ci sono i cattivi e i buoni che lottano per rimanere tali (si potrebbe qui evocare la posizione agostiniana secondo la quale l'uomo dopo il peccato delle origini non è più equidistante tra bene e male ma subisce il fascino del male). La tentazione nel bene è sempre presente e attraversa tutti; Harry è preoccupato di questa cosa, Sirius gli dirà che le scelte che facciamo ci dicono chi siamo e non l'originaria fascinazione del male. Anche Silente, la figura più ieratica ed elevata, il riferimento di Harry e non solo, ha attraversato la tentazione del potere nel tempo della sua amicizia scellerata con Grindelwald. Non c'è solo la tentazione ma c'è il cedere alla tentazione che non lascia mai impuniti perché il male che si compie ha sempre un prezzo da pagare (per Silente è la morte della sorella Ariana) ma anche il punto da cui la vita riparte, da cui si ricomincia. Proprio Silente si "converte" – cioè cambia direzione alla sua vita – dopo quello che accade alla sorella. Pensiamo anche alla redenzione di Piton che rappresenta l'esempio puro di un amore fedele fino alla morte.
Il male sembra più potente, è più skillfull ("le persone oneste sono così facili da manovrare"), più scaltro, ma c'è qualcosa di più forte che è l'amore. La vera debolezza di Voldemort è non considerare quanto contano amore, affetti, amicizia. Voldemort non ama (perciò ha paura dei morti), non ha affetti (è una cosa che non riesce a concepire), non ha amici: è il Signore oscuro, non serve ma si fa servire, non dà la vita per gli amici ma la toglie agli amici (cf Piton), agli altri (per creare horcrux bisogna uccidere), agli unicorni, la cosa più pura e indifesa (per cui se la uccidi sei maledetto per l'eternità). Voldemort non perdona e non dimentica, due caratteristiche del male e il suo unico obiettivo è "dominare la morte": perciò cerca la pietra filosofale, costruisce horcrux, vuole uccidere Harry secondo la profezia e non a caso i suoi seguaci si chiamano deatheater cioè mangia morte. Per Voldemort l'unica cosa che conta è il potere (dei tre doni della morte egli pensa solo alla bacchetta di sambuco), lui non sa niente e non capisce di amore, fedeltà, innocenza.
Soprattutto la sua grande debolezza è non afferrare l'enorme potere del sacrificio epr amore. Ciò che vince la morte è l'amore, non perché ti risparmia la morte "biologica". La morte è vinta non perché uno scappa ma perché accetta di morire, come fa Harry. L'amore non è un "accidente" ma è il final secret, la verità di tutto: l'amore di Lily che vince l'avada kedavra, quell'amore che è accettare, abbracciare la possibilità della morte. Harry è come l'agnello innocente e mansueto portato al macello. Egli accetta e abbraccia il dover morire ("I must die. It must end) e questa decisione rivela tutto il suo coraggio (ci vuole coraggio per amare!) che lo fa vivere. La sua è una decisione, non una necessità ("doveva essere una sua decisione") e Harry sperimenta l'angoscia e il terrore, accettando di essere l'agnello sacrificale. E si stupisce di poter essere sopravvissuto: "Avrei dovuto morire, non mi sono difeso, volevo che mi uccidesse, ho lasciato che mi uccidesse"; e proprio questo, come dice Silente a Harry, ha fatto la differenza.
La potenza della morte, la devastazione del negativo si vince non sfuggendo ma assumendolo su di sé nella dedizione totale e assoluta per amore e questo fa "morire la morte". Hegel ha scritto che la morte disonorante di Cristo in croce ha significato la "morte della morte" e così il sacrificio liberatorio di Harry ci ricorda il senso del morire in croce di Cristo come quell'atto di dedizione e di amore assoluto che ci libera dal male e ci dona una prospettiva di vita nonostante il male e la morte.
Naturalmente sono anche diversi altri i temi davvero straordinariamente presenti nella saga. Penso al tema dell'amicizia, la cosa più importante nella vita, il rischio e il coraggio, il saper valorizzare al diversità degli altri; su tutto il dolore, quello che forgia la vita e che ti permette di vedere cose che altri non vedono.
Questo è solo l'inizio, ancora molto è da dire e da esplicitare.
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