Editoriale – 102
Appunti per il Ritiro di Quaresima della Fraternità
(Guglionesi, 15 marzo 2020)
Il riaccadere e ripetersi di gesti che appartengono e scandiscono l'essere membro di questo corpo, parte di questa storia mi fanno sempre domandare: perché esserci, che senso ha per me questo o quel gesto che mi viene proposto?; è solo una questione di routine o di cose che il movimento ti propone – e quindi ci partecipi sperando che questa volta mi possano interessare di più perché è un periodo buono (poche obiezioni e non molti casini) – oppure lo percepisci come l'occasione per riaffermare e magari anche vedere di nuovo quella novità dell'inizio senza la quale non saremo qui e che deve essere stata una cosa grande (anche se certamente non bastante) se ci trattiene ancora qui, se ha ancora qualcosa da dirci oggi in questo frangente concreto della nostra vita.
Siamo qui perché qualcosa è accaduto o meglio ci è accaduto, perché se Cristo accadesse soltanto ma non mi accadesse è come se non accadesse affatto; e questo qualcosa ha fatto presa dentro di noi, ci ha cambiato la vita, ha esercitato quell'attrattiva capace di coinvolgerci, per cui come il bene per la volontà o il vero per la ragione ci ha guidati e accompagnati fin qua. Non potremmo essere qui se non ci fosse successo questo avvenimento, se non avessimo incontrato Cristo; non saremmo qui se non ci fossimo coinvolti con quella persona, se non fossimo stati fedeli all'intuizione del vero che ha reso esperienza di novità quell'incontro ed è stato capace di essere duraturo, tant'è che siamo ancora qui nonostante tutto.
Occorre rimanere fedeli, occorre cioè credere a quella cosa davvero bella che abbiamo incontrato, ma la fedeltà è la conseguenza dell'attrattiva, non la misura del nostro impegno moralisticamente inteso. Non dura niente nella vita e non puoi pensare di fare durare le cose con il tuo sforzo prometeico o titanico che la vita sistematicamente frustra. La fedeltà è l'esito dell'attrattiva, non del solo sforzo, perché se tutto si riduce allo sforzo, rimane solo l'utopia – cioè la consapevolezza che ciò che lo sforzo dovrebbe procurarci è sempre di là da venire, mai dato ma asintoticamente desiderato – mentre la realtà non è mai raggiunta. Ci sarebbe molto da dire sul legame stretto tra utopia e moralismo, ma non è questo il luogo per indugiare ulteriormente.
Il punto è il seguente: è l'attrattiva che costruisce la fedeltà non la nostra buona volontà. Questa cosa l'aveva capita bene san Paolo, campione del legalismo – cosa più della legge e dell'obbedienza alla legge nella tradizione ebraica è la condizione dell'essere graditi a Dio e del permanere nell'alleanza, cioè nell'appartenenza al Signore? – quando nella Lettera ai Romani denuncia che la lettera uccide perché la vita ti attesta che non ce la fai ad essere fedele con la legge: «Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7,18-25).
La fedeltà, invece, è l'esito dell'attrattiva, senza la quale non ci può essere fedeltà. Lo ha detto indirettamente (ma nemmeno tanto indirettamente) Gesù in quel versetto di Gv 6,44 che tanta attenzione ha suscitato: "nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato". Vorrei citare quello che sant'Agostino scrive a commento di questo versetto nell'omelia 26 sul Vangelo di Giovanni: «quando ascolti: Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre, non pensare di essere attratto per forza. Anche l'amore è una forza che attrae l'anima. […] Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci […]; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l'uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo. […] Tu mostri alla pecora un ramo verde, e l'attrai. Mostri delle noci ad un bambino e questo viene attratto: egli corre dove si sente attratto; è attratto da ciò che ama, senza che subisca alcuna costrizione; è il suo cuore che rimane avvinto. Ora se queste cose, che appartengono ai gusti e ai piaceri terreni, esercitano tanta attrattiva su coloro che amano non appena vengono loro mostrate – poiché veramente "ciascuno è attratto dal suo piacere" -, quale attrattiva eserciterà il Cristo rivelato dal Padre? Che cosa desidera l'anima più ardentemente della verità? Di che cosa dovrà l'uomo essere avido, a quale scopo dovrà custodire sano il palato interiore, esercitato il gusto, se non per mangiare e bere la sapienza, la giustizia, la verità, l'eternità?» (26,4-7).
Noi corriamo verso il dove che ci attrae e siamo attratti da ciò che amiamo. E alla fine ciò che ti muove è ciò che ti sta a cuore, che ti interessa. Se non hai chiaro cosa realmente ti interessa, non saprai nemmeno dove andare o cosa realmente dovrebbe esercitare su di te un'attrattiva. Perché il senso religioso è la premessa di tutto? Perché finché non impari che le esigenze originali sono la domanda di verità, di bene, di felicità, è come se non conoscessi le noci di cui parla Agostino e dunque non potessero esercitare su di te attrattiva alcuna.
Questo punto della fedeltà come esito dell'attrattiva a me pare una questione decisiva che negativamente ci mette in guardia dal pensare che questa storia sarà sempre più coestensiva alla nostra vita se ci sforziamo di renderla tale, e dall'altro lato ci fa capire che se oggi percepiamo la vita del movimento come una serie di "cose da fare" o "semplici regole da rispettare" allora vuol dire che non c'è più l'attrattiva e che il rapporto con la realtà di Cristo è pervertito e certamente non serve più alla nostra vita, cioè non ne determina il senso ultimo.
Vedete il senso della quaresima per certi versi è anche richiamarci a quest'idea della fedeltà conseguenza dell'attrattiva. La quaresima è tempo di essenzialità ed austerità, tempo in cui la chiesa ti richiama dalla dispersione che il quotidiano ci riserva invitandoti a tornare a ciò che conta. E quando vai all'essenziale vai alla verità riconosciuta di quello che sei e dunque puoi vincere la tentazione moralistica non perché smetti di fare le opere buone ma perché riconosci che tali opere possono sorgere solo dall'attrattiva che Cristo ha sulla tua vita, senza la quale ogni bene diventa misura per l'affermazione di sé (come riconoscimento presso gli altri o come autoconvincimento della bontà della nostra umanità) e il vangelo che abbiamo ascoltato il giorno delle ceneri fondamentalmente dice questo. E quando ti accorgi che quello che vai non riesce mai a corrispondere a quello che sei e desideri, a cui aspiri, questo lungi dal prostrarti in un senso di fallimento o inadeguatezza ti avvicina a Cristo, ti fa tornare alla sua attrattiva come origine di ogni bene nella vita; è il senso del biblico ritornello profetico del "ritornate a me con tutto il cuore". Scrive don Giussani in Dalla liturgia vissuta una testimonianza: «è normale che l'esito delle nostre azioni non corrisponda all'aspirazione che creaturalmente e originalmente abbiamo dentro ma che non corrisponda al desiderio di felicità, di pienezza e di soddisfazione. Sembra un fallimento e non lo è; – la fede fa capire questo e perciò "fa vivere fermi in Cristo insieme e nella letizia". La nostra fede deve diventare più grande, perché dobbiamo portare la grevità e l'opacità delle cose nella certezza che Cristo c'è e che attraverso quelle cose, così come sono, avviene la parusia, avviene il suo ritorno»(1) .
Ma allora se la fedeltà non può venire dalla nostra volontà ma solo dall'attrattiva, la vera questione diventa la permanenza dell'attrattiva cioè di Cristo poiché l'attrattiva c'è se Cristo c'è. Cristo rimane attrattiva per me oggi, se Cristo c'è o meglio se io riconosco che c'è. Riprendendo il semplice esempio di Agostino, devi mostrare le noci – cioè le noci devono essere presenti – perché il bambino ti segua, non può bastare la promessa delle noci perché in questo caso ti seguirà una volta perché sa quanto siano buone le noci, ma la seconda volta che gli prometti le noci ma non gliele dai si volgerà dall'altra parte. In fondo per imparare la fedeltà noi dobbiamo vedere cosa ha reso possibile nella storia questa fedeltà che nel dinamismo della tradizione ci ha raggiunti fino ad oggi.
Certamente non l'esempio di Cristo. L'illuminismo occidentale, almeno quello che non è stato ostile e pregiudizialmente (ma non oggettivamente) oppositore e polemicamente ha rifiutato ogni possibilità di verità nel cristianesimo, l'illuminismo soprattutto di matrice tedesca ha sempre stimato l'esempio di Cristo, non la presenza della sua persona, al punto che il Cristo è tanto necessario per costruire la virtù – poiché se non vediamo realizzato nella realtà l'ideale non riusciamo ad immaginarci che sia possibile fare altrettanto (la potenza dell'esempio) – quanto inutile una volta che egli ci ha dato l'esempio. In Kant l'essere moralmente buoni (che per lui rappresenta il senso e lo scopo della vita) non ha bisogno della presenza di Cristo ma del suo esempio e l'esempio non si riempie di carne, basta da solo, perché ha la funzione di rendere più evidente quello di cui tu sai di poter essere capace, perché se devi allora anche puoi. In Hegel addirittura il cristianesimo si costruisce non sulla presenza ma sull'assenza di Cristo perché, dal suo punto di vista, il ritorno di Gesù al padre è necessario perché la nostra coscienza del senso della sua missione (la nostra unità con il divino) si traduca nella vita della comunità come spirito che non ha più bisogno di Cristo se non del suo esempio.
Lo ha ben colto ed evidenziato M. Borghesi per il quale Hegel avrebbe messo in luce la "necessità inutile" del mediatore, l'uomo storico Gesù di Nazaret. Da un lato non si può fare a meno del "medio", dall'altro «l'ideale trascendentale, l'Idea Christi kantiana, necessita del Cristo storico solo per pervenire all'idea dell'unità tra finito e infinito, per elevarsi a Spirito. La vera fede non si fonda più sulla persona di Cristo, ma sull'Idea di infinito che è in noi: è lo spirito che rende testimonianza allo spirito»(2) . La morte di Gesù diviene il passaggio dalla fede esteriore a quella interiore, il distacco dall'individuo storico, distacco che, pur nel dolore e nella perdita, permette che maturi la coscienza della riconciliazione e dell'unità tra divino e umano. Accade così che la fede speculativa «si fonda, in tal modo, non su una presenza, ma su una assenza. La fede autentica è mediata dalla morte di Gesù, non dalla sua risurrezione. Essa sorge dal Cristo morto, non da quello risorto. Quello risorto è piuttosto il prodotto, il risultato della fede»(3). Se il cristianesimo sta o cade con la fede nel verbum caro, il toglimento della carne del verbo e la riduzione di Cristo a simbolo del processo dello spirito, allontanano la filosofia dalla fede finanche di più dell'illuminismo. Mentre infatti la critica illuminista si giocava sul piano della storicità della fede, storia che era comunque percepita come decisiva per la fede, la ragione idealista sposta la questione sul piano speculativo, poiché non è più a tema la pretesa di senso dell'evento storico ma la forma ideale dello spirito che solo nella filosofia emerge come contenuto inverato dell'esperienza storica dell'incarnazione(4).
Questa cosa non è peregrina o interna ai filosofi ma attraversa il travaglio del cristianesimo soprattutto riformato. Mi piace ricordare brevemente qui la feroce polemica che intercorse tra Lutero e altri riformatori. Basti pensare alla durezza con cui egli tratta la posizione di Zwingli per il quale l'eucarestia non è che una memoria simbolica che ci ricorda e ci rimanda al dono che Cristo ha fatto di sé sulla croce e dunque l'eucarestia è segno della fede, non realtà. Il sacramento inoltre – e qui Lutero introduce un elemento piuttosto centrale per lui che ritroveremo anche nella Confessione – ci permette di fruire di quel perdono dei peccati che proviene dalla croce: senza il sacramento la remissione dei peccati che Cristo ci ha procurato con la sua morte in croce resterebbe ottenuta ma non distribuita. Il perdono dei peccati che Egli ha conseguito sulla croce ci viene donato e distribuito nell'evangelo, dove la parola della croce è predicata, e nel sacramento dove per mezzo della parola il perdono viene elargito. Perciò, aggiunge Lutero, se voglio ottenere che i miei peccati siano perdonati non devo correre alla croce, non devo attenermi alla memoria della passione di Cristo (come vorrebbe Carlostadio), ma devo correre al sacramento o all'evangelo, perché lì trovo la parola che mi dona quel perdono che è stato acquisito sulla croce. Bisogna accostarsi al sacramento, senza mai dimenticare che quello che più conta è andare «non al pane e al vino, non al corpo e al sangue di Cristo, bensì alla parola che nel sacramento mi offre, dona e dà il corpo e il sangue di Cristo come dati e versati per me»(5); infatti per quanto l'evento sia già accaduto è come se non fosse successo niente per me, finché quell'evento non mi viene distribuito, perciò solo quando ricevo il calice che contiene il sangue reale (non spirituale) di Cristo ricevo il nuovo testamento, cioè la remissione dei peccati e la vita eterna(6).
Un'attrattiva permane se permane ciò che la genera cioè se Cristo è presente. L'esempio genera solo disillusione, tristezza, ti toglie l'entusiasmo, ti lascia l'amaro in bocca perché sai molto bene che quando è in gioco non un valore ma il senso delle cose e della vita non basta l'esempio. Cosa ha permesso che quella storia ricominciasse e diventasse capace nel giro di pochi decenni di segnare e cambiare il mondo? Poteva forse la tenacia di discepoli semplici e senza esperienza, di pescatori e pubblicani in mezzo a una feroce opposizione essere capace di generare quello che è nato nella storia(7)?
È la presenza di Cristo che dura nel tempo a consentire la durata, a sostenere l'urto del tempo, a generare quell'attrattiva da cui sorge la possibilità del cambiamento nella vita. La presenza di Cristo è l'origine di tutto, dove presenza necessariamente indica il "qui e ora", è un avvenimento, cioè qualcosa che accade, che viene prima di tutto e che genera e sostiene la mia fedeltà. Il presente non è il tempo della decadenza, del ricordo di quella freschezza che non c'è più, sepolta dalle cicatrici come dalle distrazioni e dalle priorità della vita (che diventano altre rispetto a Cristo), ma un permanente nuovo inizio in forza del riaccadere di Cristo o meglio del riconoscimento della sua presenza perché non è che Cristo riaccade – egli è sempre presente – ma riaccade il miracolo del riconoscimento della sua presenza per cui lo riconosco presente per me. A onor del vero l'inizio rimane inizio, non possiamo pensare che l'istante iniziale in cui tutto ha avuto appunto inizio sia come gli altri: è come il momento in cui hai capito che avresti sposato quella persona o come quell'esperienza che ti ha segnato la vita o l'istante in cui ti diventa chiaro qual è la facoltà che farai, il lavoro che vuoi intraprendere ecc.; tuttavia non è di quell'inizio e basta che si può vivere: la vera sfida è che ciò che è iniziato possa continuare e poiché non lo decido io solo se l'inizio permane nel significato sebbene non nel riaccadere dentro lo stesso fatto (le circostanze sono sempre diverse) – cioè è presente – allora può davvero generare il cambiamento, cioè ci può convertire.
Ecco allora che il cambiamento è la fedeltà a questo fatto accaduto, qualcosa di ben diverso da un'immagine psicologica. Diremo che il cambiamento accade come maggiore consapevolezza di quello che è successo nella nostra vita. Del resto, nella vita "normale" quando ci rendiamo conto che dobbiamo cambiare? Quando diventiamo più coscienti e grati di quello che abbiamo ricevuto nella consapevolezza che il male è radicale, che non diventerai perfetto; se il cambiamento fosse una cosa psicologica non si salverebbe nessuno e nemmeno i santi possono essere annoverati tra i perfetti visto che essi più di tutti avvertivano l'esigenza profonda di confessarsi riconoscendo le proprie miserie.
Il cambiamento in realtà è la fede, cioè il riconoscersi generati ora da Cristo presente: vivere investiti, definiti dalla sua presenza. Del resto il punto è: cosa ti de-finisce, cioè cosa ti fissa i confini, ti dice quello che sei: la tua bravura? Le tue qualità? La tua famiglia? Il tuo lavoro? E il tuo male, le tue incapacità, i tuoi fallimenti come persona, dove li metti, che collocazione dai loro?
Il riconoscimento è la fede ed è una decisione che non ha nulla di meccanico ma viene giudicato come follia o scandalo agli occhi di tutti come già riconosceva san Paolo.
Questo riconoscimento è la cosa che mi sta a cuore e alla fine mi interessa solo ciò che mi aiuta ad arrivare a questo. Il che non vuol dire: la sdc non mi aiuta e non la faccio, questo o quel gesto non mi dicono nulla perciò non mi coinvolgo. Ma mi interessa che dentro quei gesti cresca la mia fede, il mio riconoscimento di Cristo, se no tutto si riduce a fare le cose per hobby o per riempire il tempo o ritorna la tentazione moralistica. Ed è la consapevolezza di Cristo che mi cambia, perché l'essere una creatura nuova è il vero cambiamento (il rinascere dall'alto di cui Gesù parlava a Nicodemo senza che questi capisse), una questione di essere, non di agire, altrimenti è come se fosse di nuovo il nostro sforzo a dover sostenere tutto; e gli esiti di questa cosa li conosciamo: ad un certo punto ne hai le scatole piene.
La fraternità, la compagnia della Chiesa, servono proprio a preservarti da questa tentazione sempre in agguato, un luogo che ti aiuta in questo riconoscimento. La conversione, e siamo rimandati alla quaresima, il tempo – come dice la liturgia – favorevole per la conversione, consiste in questo, nel fare dell'incontro di Cristo la "forma vera di ogni rapporto", cioè l'origine, il principio con cui vivo, giudico, costruisco ecc., una realtà che investe la totalità della mia vita e dei suoi fattori.
Ce lo siamo detti tante volte e quindi non è qui il caso di tornarci troppo, ma voglio ricordare che dire forma non significa dire apparenza, modo, modalità ma dire quella cosa per cui uno è quello e non altrimenti; è una questione che inerisce all'essere per cui la forma mi permette di dire che quella determinata cosa è quella lì e non un'altra, che quella materia è un uomo e non un animale ecc. San Tommaso definiva l'anima la forma corporis, cioè quel principio d'identità, costitutivo della persona, per cui il corpo diventava un essere vivente. Sarebbe, per tornare a noi, come dire che ciò che fa sì che io sia io (nella concretezza delle mie cose, relazioni, rapporti, situazioni, lavori, affetti, famiglia, ecc.) è la presenza di Cristo, non altro, fino al punto da poter ripetere con Paolo "non sono più io che vivo ma Cristo vive in me", "la mia vita nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio".
L'accadere di questa cosa è l'esito di un cammino e di un lavoro perché non ha nulla di spontaneo. E siccome noi tendiamo subito a spostare la questione verso il "cosa devo fare per migliorarmi ed essere all'altezza della situazione", ecco che il riconoscimento di quella presenza è reso possibile da circostanze oggettive le quali costituiscono non la causa ma le "occasioni" (per riprendere una distinzione cara a G. Vico). In altre parole non mi interessano i gesti in sé, ma in quanto possono diventare occasione per riconoscere di Cristo e dunque arrivare progressivamente a farne forma della mia vita. Abbiamo bisogno di una presenza fisica per poterci accorgere di Cristo, abbiamo cioè bisogno di un corpo poiché ogni incontro necessita della mediazione della sensibilità e per questo il Signore si è dato un corpo nella storia che è l'unità sensibilmente espressa dei credenti: il risorto non è un pensiero ma la visibilità concreta, afferrabile, toccabile di una realtà in cui si dice il mistero di Cristo. Attenzione, come ci ricorda la sdc, corpo non dice tutto della persona, non esaurisce quello che uno è: Cristo da un lato non si dà senza la visibilità reale di un corpo, ma Cristo è ben oltre il corpo, eccede la realtà umana di chi costituisce e fa parte di questo corpo. Il corpo ti introduce alla persona perché non puoi entrare in relazione senza una fisicità ma poi la realtà di Cristo è oltre e per certi versi anche altro. Non esiste Cristo nella storia senza di noi, senza questa mediazione, ma a me interessa arrivare a Cristo, alla totalità della sua realtà e questa cosa riguarda solo me perché il rapporto con il Mistero è sempre e solo qualcosa di personale, dinanzi al quale viviamo un'ultima insuperabile solitudine. Il paradosso è proprio qui: non possiamo andare a Cristo senza la mediazione di questo luogo e allo stesso tempo non ha senso la fedeltà a questa storia se non per un'affezione ultima a Cristo: "pregio non ha, non ha ragione la vita / se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto"» (Leopardi, Il Pensiero dominante, 80-81).
Note
1) L. GIUSSANI, Dalla liturgia vissuta: una testimonianza. Appunti da conversazioni comunitarie, Jaca Book, Milano 1973, 69.
2) M. BORGHESI, L'era dello Spirito. Secolarizzazione ed escatologia moderna, Studium, Roma 2008, 109.
3) Ibid., 213.
4) Cf ibid., 216-217.
5) M. LUTERO, Contro i profeti celesti. Sulle immagini e sul sacramento (1525), Claudiana, Torino 1999, 319. Non basta la memoria della croce, occorre la parola perché io mi giovi della croce, perché «anche se Cristo fosse dato mille volte per noi e mille volte fosse crocifisso, sarebbe tutto inutile, se non sopravvenisse la parola di Dio, per distribuire e donarmi tutto questo, dicendo: questo ti è destinato, prendilo perché sia tuo» (ibid., 316).
6) Cf ibid., 323. La questione ritornerà nella Confessione sulla cena di Crito del 1528 dove Lutero scrive: «Meritum Christi e distributio meriti sono due cose distinte […]. Cristo ha meritato ed ha acquistato per noi il perdono dei peccati sulla croce una volta per tutte, ma distribuisce questo perdono dove Egli è, in ogni ora e in ogni luogo […]; perciò diciamo che nella cena c'è il perdono dei peccati non in forza del mangiare o perché lì Cristo merita o guadagna il perdono dei peccati, ma in forza della parola per mezzo della quale distribuisce tra di noi tale perdono da lui guadagnato e dice: "questo è il mio corpo che è dato per voi"; qui tu capisci che mangiamo il corpo come viene dato per noi, lo sentiamo e ci crediamo quando mangiamo, per cui viene distribuita la remissione dei peccati, che tuttavia è stata ottenuta sulla croce. […] Il fatto e l'uso della sofferenza di Cristo non sono la stessa cosa: factum et applicatio facti seu factum et usus facti, perché la passione di Cristo è avvenuta una sola volta sulla croce. Ma a chi gioverebbe il fatto della passione di Cristo, se non venisse distribuita, impiegata e posta in uso? Come può essere utilizzata e distribuita se non attraverso la parola e il sacramento?» (M. LUTERO, Confessione sulla cena di Cristo, a cura di A. Sabetta, Studium, Roma 2019, 106.107-108).
7) Ancora sant'Agostino ne La fede nelle cose che non si vedono ci aiuta a capire questo punto: «chi non dovrebbe sentirsi spinto a credere che la divina chiarezza all'improvviso ha cominciato a risplendere per il genere umano quando vediamo che, abbandonati i falsi dèi […], un solo vero Dio è invocato da tutti? E tutto ciò è accaduto per mezzo di un uomo deriso dagli uomini, catturato, legato, flagellato, schiaffeggiato, vituperato, crocefisso, ucciso. Per diffondere il suo insegnamento scelse come discepoli uomini semplici e senza esperienza, pescatori e pubblicani […]. E tra quanti li ascoltarono alcuni credettero, altri non credettero, opponendosi ferocemente alla loro predicazione. In tal modo, in presenza di credenti capaci di lottare per la verità fino alla morte, non contraccambiando con i mali ma sopportandoli, e di vincere non con l'uccidere ma con il morire, il mondo si è talmente mutato in questa religione, i cuori dei mortali, uomini e donne, piccoli e grandi, dotti e ignoranti, sapienti e stolti, potenti e deboli, nobili e non nobili, di rango elevato e umili, si sono così ben convertiti a questo Vangelo e la Chiesa si è diffusa tra tutte le genti ed è cresciuta […]. Quel crocifisso come avrebbe potuto realizzare cose così grandi, se non fosse Dio fattosi uomo? […] chi sarebbe così folle da dire che gli Apostoli hanno mentito su Cristo, quando ne annunciarono la venuta così come era stata predetta dai profeti, i quali non tacquero neppure gli eventi che sarebbero veramente accaduti riguardo agli Apostoli? […] Chi pertanto, a meno che non sia accecato da una strana pazzia o non sia duro e inflessibile per una singolare caparbietà, si rifiuterà di credere alle Sacre Scritture, che predissero la fede di tutto il mondo?» (7,10).
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