Editoriale – 100
Appunti del Ritiro di Avvento della Fraternità
(15 dicembre 2019)
Che cosa regge l'urto del tempo? Se vogliamo qui si tratta della domanda ultima della vita, che prende sempre più piede nella misura in cui i vissuti crescono e si accumulano, il tempo trascorso diventa tanto e ci accorgiamo che tutto sembra quasi concorrere a darci una risposta a questa domanda che spesso dimentichiamo ma che poi basta che qualcuno ce la ridica perché torniamo ad avvertirne tutto il peso e la decisività.
È una domanda che paradossalmente nemmeno dovrebbe esserci perché mette sul piatto una questione già apparentemente evasa e risolta. Non c'è niente che regge, niente che dura, perché la realtà con la sua inesorabile finitezza e noi per primi che non possiamo sottrarci alla contingenza di tutte le cose (noi che ci sentiamo i padroni del mondo) attestiamo che niente dura, che anche le esperienze, i sentimenti, gli affetti, il tempo se li porta via, la morte azzera tutto mostrando inesorabile l'infinita vanità del tutto, come (rassegnato) il poeta ripete in A se stesso prendendo definitivamente atto che "non val cosa nessuna i moti tuoi", e che ormai non la speranza ma "il desiderio è spento", perché alla fine la natura, la vita, dopo averti illuso, le speranze se le porta via (cf A Silvia) e quel che rimane (cf La sera del dì di festa) è il silenzio assordante che copre tutto, segno sensibile del dominio del nulla perché tutto al mondo passa e quasi ombra non lascia .
Niente dura – e perché del resto dovrebbe durare se tutto è finito? – eppure questo ci sconvolge, proprio come ripete V. Rossi nelle parole della canzone che seguono quelle citate da da Carron: "non ti ci abitui mai"; puoi posporre, puoi raggirare la questione ma essa rimane come l'ultimo residuo che non va via. Certo rispetto a questa domanda la storia delle idee ci documenta un passaggio significativo. Bisogna riconoscere che il nulla è stato sempre la minaccia incombente, la terribile risposta ("Che cosa regge l'urto del tempo? "Nulla"), pensiamo all'angoscia del sogno di Jean Paul Richter; alla visione disperata di Novalis, alle parole di Hegel che vedeva nella morte di Cristo il realizzarsi del timore più arcano: che nulla avesse senso, che la morte fosse l'ultima parola e il destino di tutto. Queste la parole di Hegel: «Dio è morto – questo è il pensiero più terribile: che tutto ciò che è eterno, tutto ciò che è vero non sia, che la negazione stessa sia in Dio; a ciò si connette il dolore supremo, il sentimento della mancanza più completa di vie di scampo, il toglimento di tutto ciò che vi è di più alto» (La religione compiuta secondo il corso di lezioni del 1827).
Oggi invece la fatica ad accettare la provocazione della domanda è tale che la domanda stessa viene derubricata a patologia, per cui interrogarsi sul senso delle cose (questo in definitiva significa la domanda circa cosa regga l'urto del tempo) richiede che uno sia curato o con le pillole o con il palliativo della religione. Lo dice con estrema chiarezza Galimberti nel suo robusto volume Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica (Feltrinelli, Milano 1999, in particolare il cap. 54, pp. 680-715), dove denuncia come chi continua oggi ad interrogarsi, a ricercare il senso, sia considerato un soggetto patologico da curare, perché demotivato e depresso, sia mediante le terapie, sia mediante i farmaci, e così il "non senso del senso" è proclamato come la nuova condizione "adulta" dell'uomo che, grazie alla tecnica, rassicurante e abolitrice dei fini, ha archiviato ogni orizzonte di senso; queste le sue parole: «chi invece, nonostante i riconoscimenti distribuiti dall'apparato tecnico, continua a denunciare l'assoluta mancanza di senso di un'esistenza costretta ad esprimersi in un semplice universo di mezzi, viene invitato da più parti a curare la sua demotivazione, la sua sensazione di irreperibilità di un senso. E così quello che è un segno di lucidità […] viene rubricato come un sintomo patologico, come il segno di una malattia da cui occorre guarire. Vengono allora in soccorso quelle cure attraverso la parola (religiosa, psicoanalitica), o attraverso i farmaci (ansiolitici, antidepressivi), la cui funzione non è quella di combattere l'insensatezza dell'esistenza, ma il sentimento che ha lucidamente avvertito l'insensatezza dell'esistenza» (ibid., 690). L'abolizione del senso significa anche l'abolizione della storia, poiché quando non si distingue più o non si riconosce più un fine accanto ad una fine, lo scorrere del tempo diventa solo il luogo della tecnica e del potenziamento delle sue procedure. Una condizione che può a ragione chiamarsi nichilismo, perché, citando Nietzsche, «manca il fine, manca la risposta al "perché"» (ibid., 704).
Eppure in realtà questa domanda è il permanente inizio, e se la prendi sul serio allora prendi sul serio te stesso perché la trascuratezza dell'io ultimamente si misura con la dimenticanza di questa domanda. E allora per ripartire dobbiamo riprendere in mano noi stessi, cioè questa domanda che ci definisce. E la carità dell'amicizia tra noi, il valore della nostra amicizia risiede anche nel fatto che ognuno nella misura in cui prende sul serio l'io – cioè la domanda – aiuta l'altro a vivere nella verità generata dal paragone di ogni cosa con la portata della domanda.
Dovremo iniziare a guardare a questo luogo – cioè la fraternità – anche e prima di tutto da questo punto di vista. Un luogo dove la domanda fondamentale non solo è posta, dunque io ne sono richiamato, ma dove la domanda è presa sul serio, cioè non ci si tira indietro dinanzi a ciò che essa comporta.
Cosa regge l'urto del tempo, cioè che cosa – se c'è – è capace di essere all'altezza di quel bisogno di eternità, di infinito, che ci definisce nell'istante in cui diventiamo consapevoli di noi? Dalla risposta a questa domanda dipende tutto e noi oscilliamo quotidianamente tra la condizione di chi non si aspetta più niente e copre il disincanto con le cose da fare, la routine quotidiana che distraendoci ci mette al riparo dal pungolo, e quella sana inquietudine che non ci lascia mai tranquilli e ci fa vivere nell'orizzonte della domanda. E certamente la sproporzione tra la domanda e la realtà che viviamo ci fa chiedere se poi alla fine non sia tutto un'illusione, come si chiede sempre il poeta che conclude al non senso di tutto perché desideriamo qualcosa che la realtà ci promette ma non ci garantisce se non a piccoli tratti, comunque insufficienti. Eppure non smettiamo di attendere che qualcosa accada, che la realtà colmi la domanda. Le parole di Pavese che abbiamo tante volte incontrato ce lo dicono: «qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo? (27 novembre 1945).
Non è un caso che la chiesa faccia iniziare l'anno liturgico con il tempo dell'avvento, cioè dell'attesa, quattro settimane in cui siamo strattonati dalla distrazione, come fece il Battista con il popolo d'Israele, in cui siamo aiutati a stare nella domanda, cioè nell'attesa, perché non si può cogliere quello che ac-cade se non c'è at-tesa, se non c'è desiderio, se non c'è domanda. E la domanda per noi è semplice: ci è accaduto qualcosa che ci permette di dire "questa cosa regge l'urto del tempo"? Ebbene questo qualcosa è accaduto ed è l'evidenza di una preferenza perché il metodo con cui Dio si è fatto conoscere è stato sempre quello della preferenza. È una preferenza che ti tiene desto e ti salva perché la preferenza ti dice che sei amato, perché un Altro si è messo in gioco con te e per te: non tu l'hai scelto, ma Lui ti ha scelto ("non voi avete scelto me ma io ho scelto voi", Gv 15,16) e la storia della salvezza è l'accadere ripetuto di questa preferenza che irrompe nella tua vita e la riempie di eternità: qualcuno ti chiama ed è questa cosa che ti salva. La preferenza è la ragione ultima di quell'attrattiva che rimane al fondo di tutto, malgrado tutto.
Ora la possibilità di affermare che c'è qualcosa che possiede un'ultima indistruttibile attrattiva è legata strettamente all'esperienza, la quale rimane il punto di partenza, il metodo, la parola cardine di tutto, l'unico modo per conoscere noi stessi e la realtà. Infatti è l'esperienza e dall'esperienza che deve emergere qualcosa che accade, fatti che attestano, documentano questa cosa, perché se essa non accade a me è come se non accadesse a nessuno cioè non fosse vero. Un esempio: quando ho incontrato il movimento, una delle ragioni che mi ha convinto a restare è stata l'attrattiva che vedevo dentro un'umanità normale ma diversa, dentro gente incasinata almeno quanto me ma che riusciva a vivere diversamente e a farmi desiderare di fare altrettanto. Ma se questa cosa, questa diversità, non diventa la tua di diversità, non regge, non ti serve, perché ad un certo punto quella cosa che tu vedi attestata – e che ti interessa – se oltre che accadere attorno a te non accade a te, non ha ultimamente valore per te. Non mi basta vedere che ancora oggi accade attorno a me – l'abbiamo visto con la colletta, con lo stupore che ci hanno provocato alcuni amici o persone che abbiamo incontrato -, perché quello che vedo in un altro può convincermi della verità di ciò che ho incontrato solo se prima quella cosa è accaduta a me, è vera per me dunque è vera in sé.
Ora che una cosa mi accada è questione di esperienza, perché l'esperienza è la percezione soggettiva (cioè mia) di qualcosa che è ora, cioè accade, diversamente non saprei mai se qualcosa accade, non perché non accade ma perché non ho l'esperienza di ciò che accade. E allora è chiaro e non derogabile il principio secondo cui «se non vediamo accadere nella nostra esperienza le cose di cui parliamo niente ci potrà convincere – noi come gli altri – della loro verità» (GIA 3).
Nel rapporto fra realtà ed esperienza, se ci è chiaro che non c'è esperienza senza realtà, spesso non ci è almeno altrettanto chiaro che non basta vivere per fare esperienza, mentre d'altro canto se non fai esperienza di fatto non vivi. L'esperienza è l'esito del vissuto paragonato con la mia domanda di senso. Non posso dire "per la mia esperienza" se quando vivo non sto di fronte alle circostanze con la domanda di chi cerca di capire il senso, per colmare quel vuoto di senso che tutti ci portiamo (altrimenti non esisterebbe la domanda). L'esperienza, allora, non coincide con il "provare" qualcosa (sia nel senso dello sperimentare che dell'avvertire) ma con il giudizio che dai su quello che provi.
L'esperienza allora ci ricorda che diventa tale: – nell'incontro con un fatto obiettivo che non dipende da me, non decido io – nella percezione del significato di quell'incontro, premesso che le cose vogliano dire di più oltre il loro mero accadere – nella coscienza della corrispondenza del nesso (se c'è) tra il significato del fatto e il significato della mia vita; ed è qui che accade un giudizio.
Diversità e corrispondenza, le due parole cardini, l'imbattersi in qualcosa che non è come le altre e che ci corrisponde, cioè è come vorremmo che fossero tutte le altre, per cui uno esclama: "vorrei vivere sempre così". Ed è proprio di fronte a questa diversità che ci sorprende che uno si chieda da dove essa provenga, se è farina del sacco di chi me lo attesta o se è il frutto di qualcun altro. Nel primo caso confondiamo la diversità con la perfezione e in fondo siamo pelagiani perché pensiamo, trattandosi di perfezione, che colui in cui è all'opera tale diversità è anche l'artefice della stessa. Oppure la diversità diventa il luogo di un cammino in cui dobbiamo riconoscere l'origine di tale diversità, la certezza di questa origine, esattamente come è capitato agli apostoli stando con Gesù. Un cammino in cui ci vuole quella povertà di spirito che non ti fa scandalizzare quando torni indietro, quando tutto sembra come prima, perché – lo sappiamo bene – la vita tende sempre a riportare tutto al punto di partenza. Perciò allora bisogna, direi quasi quotidianamente, re-imbattersi nella diversità che ci corrisponde perché solo se questo imbatterci è presente, accade oggi, allora è possibile un cammino, perché non si può vivere e camminare solo con e nella memoria di qualcosa che è accaduto. La verità è che spesso ci frega la distrazione rispetto a quello che ci accade, per cui non ci accorgiamo della diversità e la domanda perde quella decisività che ha per l'umano.
Come vedremo, ci vuole una povertà di spirito cioè una permanente disponibilità a guardare quello che accade fuori di me e accanto a me perché la conoscenza è sempre il ri-conoscimento e dunque una positività, ovvero un evento secondo rispetto all'origine che accadendo io non costituisco ma sono solo chiamato a riconoscere.
In tutto ciò la cosa bella è che siamo aiutati in questo riconoscimento perché qualcuno te lo ridesta. E credo che a questo livello debba porsi la questione dell'autorità che, come dice Giussani, corrisponde alla parola "paternità". Essa è un luogo, una persona dove il nesso fra le esigenze del cuore e la risposta data loro da Cristo è più evidente, più limpido, più facile da riconoscere.
Perciò l'autorità è anche il luogo di un'attrattiva che provoca la tua libertà (Giussani dice "la fa esplodere"), perché tu desideri per te quello che vedi in colui che per l'esperienza che ti attesta di questa trasparenza fra cuore e Cristo, fra domanda ed esperienza sta un passo davanti a te e in questo muoverti anche ti genera, di dà vita, e dunque ti funge da padre (paternità), ti fa crescere (non a caso la parola autorità deriva da augeo, cioè crescere, far crescere). Perciò l'autorità è il luogo dove diventa evidente che Cristo vince, cioè che Egli davvero co-risponde, risponde al cuore con le sue esigenze, e ti fa accorgere allora che quella cosa sperimentata come vera nell'incontro con il Signore è tale, non è un'illusione come tutto sembrerebbe suggerire nei momenti oscuri o di opacità. Perciò l'autorità è di grande conforto per tutti noi per non essere sovrastati e sopraffatti dalle obiezioni, dalle nostre misure (la liturgia dice: non prevalga ma in noi il nostro sentimento ma la forza che viene dal sacramento che abbiamo celebrato). In tal senso l'autorità è fonte di liberazione e di generazione, perché ridesta la coscienza di quello che sei e la grazia di quello che hai incontrato, qualcuno a cui guardare perché vedi realizzato quello che tu desideri dal profondo. E non basta averlo visto una volta ma deve essere qualcosa di presente che ti genera ora, cioè muove l'azione dell'io. Una paternità sì, ma una paternità presente. Vivere questa posizione richiede la povertà di spirito che è la premessa della conoscenza. Se non hai questa disponibilità a guardare quello che accade attorno a te, a stupirti di quello che continua ad accadere attorno a te, tutto diventa ovvio, e noi diventiamo ciechi. Eppure (per fortuna) tante volte proprio gli ultimi arrivati, quelli da cui non te li aspetti, ti diventano autorità, cioè padri. Non si va da nessuna parte se si pensa che avere un padre appartenga ad una stagione della vita da cui occorre poi congedarsi. La verità è che più viviamo la lealtà verso quello che ci definisce, più cerchiamo l'autorità, quel luogo che ci insegni e mostri la verità e la realtà di quello che abbiamo incontrato. Autorità è uno dei tanti nomi della grazia.
Allora nel congedarci ricordiamo la centralità di queste tre parole per il nostro cammino: domanda, esperienza, autorità. La domanda è la premessa necessaria di tutto, perché senza domanda non si vive; esperienza è il luogo della verifica e risposta alla domanda, il luogo dell'accadere del miracolo della risposta. Autorità è la grazia di poter guardare a qualcuno che per un tratto breve o lungo ti ha reso evidente la verità di quello che hai incontrato.
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