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By antonio.sabetta29 Novembre 2025In Editoriale

Ritiro di Avvento

(Larino, 30 novembre 2025)

Possiamo cominciare dicendo da subito la cosa più importante di tutto ciò che verrò dicendo, a dire il vero la più importante in assoluto dal momento che definisce la legge delle cose, la natura della realtà, l’essere dell’assoluto: la carità è la legge dell’essere. La tura più profonda delle cose è la carità, l’amore, perché le cose esistono in quanto create e poiché chi le ha fatte è amore (cf 1Gv 4,16, l’unica definizione di Dio che abbiamo nella Scrittura), la realtà porta l’impronta indelebile del suo creatore. E come il bonum è diffusivum sui secondo l’affermazione di Dionigi l’Areopagita, per cui il bene, cioè l’amore, genera relazione perché esce da sé, così la carità ci rende costitutivamente interessati agli altri. Ogni cosa bella vuole comunicarsi, ogni bene si riversa da colui che lo riceve, divenendo bene che tu fai ad un altro.

            Aggiungiamo che non puoi fare il bene se non sei voluto bene. Ed è poiché originariamente siamo perché un Altro ti ha voluto bene, che il bene ti viene naturale come gesto spontaneo prima di una sua qualsiasi oggettivazione. Il bene, l’amore è la ricompensa di sé, non obbedisce a finalismi o tornaconti. Il filosofo Kant, pur nella riduzione assurda del bene al dovere morale, ci ricorda che chi fa il bene per il bene realizza se stesso o, per usare le parole di Kant, si rende degno della felicità.

            L’esigenza di essere amati ed amare, avvertita naturalmente perché veniamo dall’origine che è amore per definizione (San Bonaventura pone l’amore/bene sopra l’essere nell’Itinerarium mentis in Deum) acquista forma compiuta, acquista senso e consapevolezza nell’incontro e per l’incontro con Cristo. Cristo ci dice tutto: ci dice chi siamo, che cos’è l’essere. È Lui colui al quale dobbiamo guardare perché ci dice come dobbiamo vivere la legge dell’essere e “travasando” se stesso ci dà la grazia, non solo l’esempio. È una vita che si comunica, quella di Cristo, perciò la vita della fede è fatta soprattutto di gesti e di sacramenti. Se fosse una questione di “dare esempi” basterebbe leggere il libro che li contiene, la Scrittura, i vangeli e finirebbe lì, con la conseguenza che Cristo verrebbe ridotto al grande ideale da imitare e basta.

Vivere la carità, invece, è imparare a vivere come Cristo. Cosa vuol dire “vivere come Cristo”? Fare forse i miracoli, sfamare le folle, essere capopopolo? In realtà ce lo dice San Paolo indicandoci la forma della vita di Cristo, quella che deve diventare la nostra. Mi riferisco all’inno di estrema densità che troviamo nella Lettera ai Filippesi, 2,6-11: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò una tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini…”. Cristo ha condiviso la nostra nullità (forma del servo) rinunciando alla forma di Dio, si è fatto misero come noi (come leggiamo ne Il senso della caritativa), rinunciò a sé facendosi obbediente fino al gesto estremo del dono non di qualcosa ma di sé: Dio ha dato se stesso (incarnazione), Cristo ha dato se stesso (la Pasqua).

Dunque vivere la carità vuol dire vivere come Cristo e per vivere come Cristo devi vivere con Cristo. L’io si compie in Cristo, stando con lui, vivendo con lui. Questo è il paradosso, lo sappiamo bene. Non mi faccio da me, non mi compio da me, un altro mi fa esistere, un altro mi compie.

Si tratta di vivere con Cristo per vivere come Cristo e quindi compiere noi stessi. L’io si compie in Cristo stando con lui, vivendo come lui. Un altro mi fa, un altro mi compie. Questa è una delle cose che più ci urta: che per essere me ho bisogno dell’altro da me; non genericamente degli altri (questo è scontato) ma dell’Altro, cioè di Cristo. Si è sé se ci si lascia definire, invadere da Cristo che dona compimento. Questo lasciare che Cristo viva in me (San Paolo lo ripete: “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”, Gal 2,20) accade perché all’inizio vi è la chiamata di Cristo: “Zaccheo scendi, oggi devo fermarmi a casa tua”: da quello sguardo, da quelle parole inizia per Zaccheo una affezione nuova che lo cambia. C’è questa innegabile dimensione di “abbandono”, di “resa”, di arrendersi a Cristo: vinci se perdi, come Giacobbe in lotta con l’angelo, come Geremia con Dio (“mi hai sedotto ..:”. Cerchi di scappare (pensiamo a Giona) non solo perché ti porta guai come ai profeti ma perché poi non decidi più tu e noi non ci rassegniamo mai all’idea che nella vita il nostro destino non lo decidiamo/costruiamo noi (il mito dell’uomo artefice del suo destino), o meglio lo decidi tu ma nell’obbedienza alla misura di Cristo che non decidi tu. Glielo dovrà ripetere Gesù a Pietro, non all’inizio ma alla fine, Gv 21,18: da giovane decidevi tu ma da vecchio farai quello che un altro ti chiederà; tuttavia che conta è sempre la stessa cosa: “seguimi”.

Vorremmo noi dettare le condizioni a Dio invece che seguire. Ci comportiamo come il giovane ricco: prevale la nostra misura su quello che Cristo ha scelto per noi. Pensiamo a tutte le volte nel vangelo in cui Cristo chiama ma gli viene risposto “fammi prima andare a seppellire mio padre” oppure “ti seguirò però prima lascia che…”. Simmetricamente pensiamo a quando qualcuno si offre di seguire senza essere stato chiamato e Gesù non accoglie la sua richiesta (tutti episodi in Lc 9,57-62).

La misura viene da Cristo e per noi ha la forma del carisma, cioè del movimento, della fraternità, nell’appartenenza al quale si costituisce la sequela a Cristo. Tu sei a chi appartiene: nel nostro dialetto per sapere chi sia una persona si chiede a chi appartenga; non si può credere, avere fede, senza appartenere, come invece vorrebbe l’esperienza religiosa odierna che di fede ha molto poco. In fondo credere che ci sia un Dio non costa nulla ma dire che Dio ha il volto di Gesù Cristo nella carne umana della Chiesa, beh qui cominciano i distinguo e i rifiuti.

Anche noi viviamo la fatica dell’appartenenza e della sequela, perché non crediamo davvero che la presenza di Cristo sia necessaria nella vita, non crediamo che solo in virtù di Cristo presente io posso essere me stesso, cioè in definitiva felice; noi invece abbiamo le nostre priorità, i nostri affetti, lì tante volte poniamo la nostra speranza, a volte ci interessano finanche le cose di Cristo ma non Cristo stesso. Questo perché noi non crediamo fino in fondo, per davvero, per dirla con Dante che “in sua voluntade è nostra pace” o con Sant’Agostino “inquietum est cor nostrum donec requiescat in te”, o meglio ci crediamo pure astrattamente, in linea di principio, ma non gli riconosciamo quella decisività capace di imprimere senso e direzione al nostro quotidiano.

Questa cosa è talmente presente in noi, e Cristo lo sa bene che la Chiesa ci chiede di iniziare il giorno con la preghiera dell’angelus, la memoria dell’incarnazione, cioè il ripeterci quello che è accaduto, e farlo da subito, all’inizio di ogni cosa e più volte durante il giorno perché tanto noi ce lo dimentichiamo l’istante dopo. Mons. Paccosi agli esercizi parlava del dubbio circa il fatto che Dio voglia davvero il bene per noi, dubbio circa l’essere amati, dubbio antichissimo, insinuato già dal serpente, la cui tentazione consistette proprio nel mettere in dubbio che quanto Dio aveva prescritto ad Adamo ed Eva fosse per il loro bene. La tentazione in chi ha incontrato Cristo, in chi ha ricevuto la grazia della fede, dunque in tutti noi, è più sottile: non neghiamo che quello che Cristo dice sia cosa buona, ma dubitiamo che sia il vero bene per me.

Quando Cristo non è più l’essenziale della vita, anche permanendo come essenziale, comincia la dimenticanza dell’incontro, cominciano le nostre infedeltà a Cristo che sono sempre anche infedeltà alla nostra storia, dal momento che non è possibile separare le due cose, almeno per noi. Il resto viene da sé: dall’essere nel mondo ma non del mondo (secondo l’adagio dell’antico testo A Diogneto), all’essere nel mondo e del mondo: i criteri mondani, la “mondanità” anche spirituale, di cui tante volte ha parlato papa Francesco. C’è un passaggio di qualche anno fa di un teologo olandese che fotografava i credenti, sentite cosa diceva: «Gli europei non credono più ad un Dio che si rivolge personalmente alla loro vita. Essi vivono etsi Deus non daretur (letteralmente: nello stesso modo in cui vivrebbero se Dio non ci fosse), ma senza la forza che tale sentenza aveva quando valeva (in Hugo de Groot e in Bonhoeffer) come protesta contro l’autonomia umana asservita. Essi non orientano più la propria vita secondo precetti divini, assoluti; non si rivolgono più a Dio nella propria preghiera, nemmeno per chiedere aiuto; non spiegano più i processi storici e fisici con l’aiuto di una causa prima e di un fine ultimo. E quanti si dichiarano ancora credenti non si distinguono in maniera significativa nei loro orientamenti di vita, nei divertimenti, nel modo di passare il tempo, nelle visioni del futuro, nei rapporti verso i beni, nelle espressioni artistiche, nei comportamenti consumistici o nei quadri patologici rispetto a coloro che si dicono non credenti»[1]. Dentro questi credenti descritti da Houtepen tante volte ci siamo anche noi che viviamo allo stesso modo.

Mettere noi stessi al posto di Dio, ecco il punto. La Scrittura e la storia di Israele sono disseminati di esempi in tal senso, dalla torre di Babele ai re che anziché ascoltare i profeti vogliono testardamente seguire “logiche mondane”, con esiti poi drammatici; finanche Davide ci cade, ad un certo momento vuole fare il censimento, vuole contare quello che ha, mettendosi al posto di Dio. La storia raccontata in 2Sam 24,-17 è il più grande peccato di Davide, molto di più del suo peccato con Bersabea perché in questo caso la pena “costa” solo la morte di Uria e del bambino, ma nel caso del censimento il peccato di Davide “costa” la morte di settantamila persone per la peste che viene mandata come castigo. E si può essere mondani anche facendo il movimento, come Israele che rispettava la legge, ma il suo cuore era altrove.

Il male che è la dimenticanza chiede la conversione, un cambiamento di direzione che si fa insieme. Questo cambiamento, questa conversione, non è fatta tanto di buoni propositi ma del divenire nostro della carità di Cristo. Ecco ancora il senso della caritativa: al fine di vivere come Cristo, perché “noi abbiamo il pensiero di Cristo” come scrive san Paolo ai Corinti (cf 2Cor 2,16).

La conversione non è la lista di cose da fare su cui riesco a mettere la crocetta – anche se accade pure mediante questo – ma è una grazia. Certo, verrebbe da dire che se è una grazia allora io non devo fare niente, se è dono immeritato allora io posso solo sperare che accada. Ma la grazia non opera senza la libertà e il compito della libertà è fare spazio alla continua irruzione di Cristo nella nostra vita, corrispondere all’avvenimento di Cristo. Per aiutarci a capire questa cosa, prendo due esempi dal vangelo di “moralismo” che ci attestano quanto sia possibile la “resistenza” a Cristo: il giovane ricco e il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo di Lc 15. Due persone precise, inappuntabili e irreprensibili che alla fine se ne vanno per la propria strada: il primo non segue Gesù, il secondo rimane fuori dal banchetto nonostante l’insistenza del padre.

Vedete, il dono che ci è stato fatto con il battesimo diventa esperienza dentro la forma con cui si rende concretamente, visibilmente presente nella nostra vita. Ed è solo perché hai incontrato Cristo che capisci che la carità è la legge delle cose; è qualcosa che intuisci come legge ma senza Cristo non ha quel valore ultimo. Senza Cristo la carità è altruismo, in Cristo la carità è dono di sé per Lui, poiché alla fine quello che conta, che testimoni e che vivi nel servizio del bisogno dell’altro, è il destino dell’altro oltre il suo bisogno, ovvero il suo rapporto con Cristo.

La prima carità è quella di Dio stesso che ci ha creati (ci ha dato l’essere) e ci ha salvati (si è dato per noi). Per chi fa l’esperienza di sentirsi e di essere creati e salvati, il proprio essere chiede di lasciarsi definire dall’origine, come il Figlio che vuole essere al pari del Padre in ciò che più lo definisce, cioè la relazione, il dono.

Perciò la vera moralità è l’imitazione della carità di Dio che abbiamo conosciuto perché abbiamo incontrato Cristo. Paolo ce lo ripeterà fra poco nella seconda lettura della messa scrivendo ai cristiani di Roma: “rivestitevi di Cristo”. Perché il mondo greco non riusciva a pensare Dio come relazione, cioè come carità e amore? Perché non aveva conosciuto Cristo e senza Cristo se ci sia e chi sia Dio, qual è il senso del reale e il destino della nostra vita, rimane appeso. È noto quel passaggio del Fedone di Platone in cui Socrate rispetto alle questioni ultime della vita intuisce che la cosa migliore più che affidarsi ai ragionamenti è di sperare che Dio si riveli, si faccia conoscere e rivelandosi ci faccia conoscere.

Non è il bene il termine dell’agire morale, ma Cristo; non è fare il bene, essere buoni, ma la tensione ad imitare Cristo in quella perfezione che è la misericordia, il dono commosso di sé all’uomo bisognoso e mendicante di felicità (poiché se il bene non facesse la nostra felicità non avrebbe senso farlo!). Perciò l’uomo che rinasce diventa buono, perché vivendo con Cristo, vive come Cristo.


[1] A.W.J. Houtepen, Dio, una domanda aperta, Queriniana, Brescia 2001, 48. Cf anche C. Böttigheimer, Le difficoltà della fede. Riflessioni teologiche su problematiche questioni di fede ed esperienze ecclesiali, Queriniana, Brescia 2013, 9-33.

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