L’illusione della speranza guardando al futuro in cui "si principiera’ la vita felice". Il dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere
All'approssimarsi di un nuovo anno, mentre ci si volge istintivamente indietro per constatare come il tempo sia passato di gran lena e il caso ci ha trattati tutti male, si guarda anche al futuro senza rimpianti per il passato ma con speranza, la speranza che "principierà la vita felice", perché la vita, come tutti sanno, è bella, e quella che abbiamo vissuta finora è stato male; questo vuol dire che il bene è di là da venire, che bisogna guardare al futuro con speranza ed ottimismo.
Che strana creatura l'uomo, che non impara mai dalla realtà, che ha bisogno d'illudersi per sopportare e alleviare la durezza della sua condizione! Il caso ci ha trattati tutti male non solo l'anno che sta per passare ma da sempre, da vent'anni per il venditore d'almanacchi. Quante volte, al finire di un anno, soprattutto quando le prove ci hanno affaticati, ci volgiamo a ciò che è davanti con attesa, perché se è il caso che ci manda le cose, non può durare a lungo la sua tirannia, e se finora ci è andata male, più passa il tempo più, anziché lasciar prevalere la rassegnazione, facciamo crescere la speranza che le cose abbiano finalmente a cambiare.
Tutti pronti a tornare indietro guardando avanti, tutti pronti a ricominciare. Siamo fatti così: vogliamo vivere; il tempo che passa non solo non ci soddisfa ma non ci sazia di giorni, e se potessimo tornare indietro lo faremmo a prescindere, perché la vita è una cosa bella ed anche se finora siamo stati tutti sfortunati, le cose cambieranno. Solo questa illusione della speranza, solo l'ignoranza del futuro ci spinge a desiderare di vivere ancora, ma sappiamo bene che nella vita tutti – venditore, passeggero, principe o chiunque altro – "abbiam provato più male che bene". E così, quando associamo al desiderio di vivere la possibilità che si riviva come finora si è vissuto, ci blocchiamo subito e come è certo che la vita è bella così è altrettanto certo che fino ad oggi non è stata bella per noi, al punto che nessuno la vuole rivivere nella forma in cui è stata. La fortuna, il caso, dovrebbe essere cieca ma finora ci ha visto benissimo!
Tornare a vivere senza patti, senza condizioni, sperando in meglio: mai come qui la speranza ha il volto celato dell'illusione; ma dell'illusione abbiamo bisogno: se non ci autoconvincessimo che "si principierà la vita felice", quella che non si conosce, non potremmo sopportare il peso della vita che, nel suo essere male, trascorre trattandoci tutti male. La speranza, Leopardi lo aveva scritto il 18 ottobre 1820 (dieci anni prima di comporre questo dialogo), «non abbandona l'uomo, neppur dopo accadutagli la disgrazia la più diametralmente contraria ed essa speranza è la più decisiva» (Zibaldone 285).
La speranza è intesa come aspettativa del meglio, nella quale consiste tutto il piacere umano (cf Zibaldone 2527), dal momento che quando ciò che si attende diventa presente, non è piacere, ma è sempre in felicissimo, nonostante sia stato tanto desiderato. L'uomo ha bisogno della speranza, l'unica che lo riempie di consolazione e lo mantiene in vita, infinita come il desiderio del piacere (cf Zibaldone 169).
Dunque non possiamo vivere senza speranza anche se essa è solo un palliativo, cioè illusione che l'uomo moderno scopre tanto necessaria alla vita quanto vana. Non potendo ottenere altro dalla vita, la cui regia pare affidata ad una fortuna che ci vede bene e sempre nella stessa direzione, non resta che rifugiarsi nell'illusione della speranza, perché il fardello di male, connaturale all'esistenza, possa sembrare – a noi, poveri illusi – meno oneroso di quello che esso realmente è.
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