Il Cantico del gallo silvestre ovvero la soma della vita tra l’illusione dell’inizio e il "trovarsi fallito" dinanzi al non senso di tutto
Rinasce il giorno e, ahimè, si torna a vivere, si deve abbandonare quel mondo fatto di cose false, si torna a fare i conti con la realtà, cioè si torna a riprendere la soma (il peso) della vita. Quante volte abbiamo fatto l'esperienza di come sia piacevole il dormire. Quando non la vita si fa pesante (perché la vita è sempre pesante!), ma il peso della vita diventa difficile da portare, quando arranchiamo e ci sembra di non farcela più, desideriamo dormire, abbandonare la crudezza insopportabile del vero per riprendere fiato e illuderci che la dilazione del peso possa costituire un suo alleggerimento. E siccome la vita si sistema in modo da rendersi più sopportabile, l'inizio del giorno nuovo è come qualcosa di speranzoso, pieno di desiderio, poiché riprendono parvenza e valore quelle aspettative gioconde e quei pensieri piacevoli che il giorno precedente ha mortificato e svuotato. Ma è una soddisfazione che investe pochi e dura poco, perché riprendere coscienza della propria infelicità è questione di attimi! Siamo così abituati all'infelicità che la speranza di qualcosa di diverso dura un istante. Perciò a tutti il risveglio è danno, mentre dolcissima cosa è il sonno che preserva dall'autentico vero, risparmia la soma della vita, prolunga l'illusione della quiete e della felicità, anticipa e prefigura la morte, la sola cosa che potrà dare requie all'uomo. Eppure se il sonno degli uomini fosse perpetuo non cambierebbe nulla; sarebbe inutile l'universo – e qui indirettamente suo malgrado Leopardi deve riconoscere che le cose hanno un senso in quanto c'è l'uomo presso il quale esse diventano autocoscienza – ma il senso non cambierebbe perché la felicità e la miseria si conserverebbero. Non c'è mai stato mortale felice né opera che riuscì a soddisfare davvero chi la realizzò. Rivolgendosi al sole, al cui cospetto tutto è chiaro, nulla è nascosto, il poeta incalza: dov'è la felicità? dov'è la creatura che ne partecipa? E si spinge fino alla domanda diretta allo stesso sole: in tanta desolazione tu, almeno, sei felice o no? Se la vita non procura la felicità, se la felicità – quella cosa che più desideriamo tanto che chi dice uomo dice urgenza di felicità come chi dice monte dice anche valle – non esiste, la vita è male e la morte è liberazione. E poiché non si è ancora liberi dalla vita, la sofferenza è alleviata dal sonno che ha l'apparenza della morte. Solo così diventa la vita sopportabile, quando si autonega, quando ha apparenza del suo contrario, e solo così il bene diventa possibile, solo quando si presenta come negazione di ciò che è male, cioè come morte. Solo le frequenti e costanti interruzioni della vita ci ristorano e ci permettono di andare avanti; e poiché solo ciò che non è vita può aiutarci a sopportare la vita, ecco il sonno che ha sembianza della morte e che, allo stesso tempo, anticipa il senso delle cose, il loro destino: il morire. La tragedia delle creature animate, di tutti i viventi, è che sono destinati a morire e tuttavia non possono giungervi se non lottando e soffrendo, dove è ancor più tragica l'inutilità dell'affannarsi a cui nessuno può sottrarsi ma che niente potrà mai sottrarci da quel luogo unico intento della natura che è la morte. E allora il giorno con le sue ore diventa allegoria e immagine della stessa vita, microcosmo che rappresenta nella sua brevità e effimerità le dinamiche perpetue del vivere e dell'essere. Così il primo tempo del giorno è quello migliore: ricaricati e alleviati, gli uomini sono disposti più che in altri tempi alla pazienza dei mali. L'inizio è il tempo della speranza che, come araba fenice, rinasce dalle ceneri della disperazione che accompagna la sera del giorno. L'inizio è anche il tempo dell'illusione: ci si illude nel considerare di minor peso le angosce del giorno passato o addirittura ci si illude ritenendole frutto di errori o cose vane, dei quali, quindi, è possibile sbarazzarsi. Lo Zibaldone ci testimonia che di questa cosa Leopardi era convinto non in generale ma a partire dalla sua esperienza: «nella mia vita infelicissima l'ora meno trista è quella del levarmi. Le speranze e le illusioni ripigliano per pochi momenti un certo corpo, ed io chiamo quell'ora la gioventù della giornata per questa similitudine che ha colla gioventù della vita. E anche riguardo alla stessa giornata. Si suol sempre sperare di passarla meglio della precedente. E la sera che ti trovi fallito di questa speranza e disingannato, si può chiamare la vecchiezza della giornata" (151-152, 4/7/1820); direi che è altamente espressiva l'espressione "ti trovi fallito"! Ma il tempo in cui ci si illude di essersi illusi dura poco, proprio come il tempo della giovinezza: brevissimo e fuggitivo, cioè che corre sempre, così da essere avvertito e vissuto come ancora più breve di quanto non lo sia già in sé. Il fiore degli anni, il tempo della speranza, la parte migliore della vita è cosa comunque misera; la sua breve durata ci costringe a muovere verso l'età matura. Così l'età scherzosa finisce presto e tante volte non vediamo l'ora che finisca, incuranti di quanti ci ripetono la bellezza dell'età fiorita e ci invitano a godere di questa stagione lieta senza temere che la giovinezza tardi a venire; con versi struggenti il poeta lo ripeterà cinque anni dopo chiudendo Il sabato del villaggio: «garzoncello scherzoso,/cotesta età fiorita/è come un giorno d'allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno, / che precorre alla festa di tua vita. / Godi, fanciullo mio; stato soave, /stagion lieta è cotesta. / Altro dirti non vo'; ma la tua festa / ch'anco tardi a venir non ti sia grave» (vv. 43-51). Quante volte non abbiamo visto l'ora di crescere, di essere grandi per poter far questo, provare quello; non ci siamo fidati di chi ci diceva di non aver fretta e ora indietro sappiamo, mestamente, di non poter andare perché non ci è data un'altra possibilità, perché le scelte e il tempo non sono reversibili. L'età che indaga è prendere coscienza che la maggior parte del vivere è un appassire, che tutto è senescenza e decrepitezza. Non che ci aspettiamo speranza e felicità, ma nemmeno il poter godere di una giustizia equa nel dividere giovinezza e vecchiaia!; invece la vecchiaia è palesemente prevalente; anzi, tutto si affretta verso la morte con una finalità precisa, altro che finalità buona, altro che disegno ordinato e intelligente che rivela disegni provvidenti di un creatore! Muoiono i mortali e invecchia anche quell'universo che solo apparentemente sembra immune dall'invecchiare e dal morire. E qui il poeta si spinge oltre quanto Qoelet aveva annotato nel suo testo sacro. Mentre per il saggio orientale l'uomo passa ma l'universo resta ("Una generazione se ne va, un'altra viene, e la terra sussiste per sempre. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri" [1, 4-6]), per Leopardi in verità tutto passa, tutto invecchia, tutto si dirige ora più velocemente (l'uomo) ora in maniera più lenta e apparentemente impercettibile (la realtà tutta, la natura, l'universo) verso la morte e il nulla. Il senso di ogni cosa è la sua fine. E così tutto un giorno sarà spento come il destino di una stella nana bianca che dopo aver rispleso finisce con la morte termica. Silenzio nudo, quiete altissima riempiranno lo spazio infinito e se l'universo intero tacerà a maggior ragione l'uomo scomparirà, e di lui, della sua fama non resterà traccia. C'è tanto struggimento in questa amara e rassegnata constatazione che il poeta qualche anno prima aveva espresso ne La sera del dì di festa. Qui per ben due volte di cui una a conclusione del canto, Leopardi ripete "fieramente mi si stringe il core", cioè crudelmente si chiude il cuore pensando che tutto al mondo passa e quasi non lascia traccia. Non passa solo la ferialità con i suoi ritmi abitudinari e ripetitivi, con il suo alternarsi di giorni consueti e giorni festivi, ma il tempo porta via, travolge ogni umano evento, riducendo tutto a silenzio, immagine e sinonimo di morte, perché dove tutto tace lì la vita è spenta. Così non rimane nulla delle gesta epiche, dei popoli antichi che hanno fatto la storia, che hanno impresso al mondo un'impronta considerevole; oramai nessuno parla più di loro, tutto è pace e silenzio, tutto è quiete cioè morte; non è la pace e il riposo dalla fatica o la pace che il senso buono delle cose infonde in colui che lo riconosce e lo afferma, è la pace dei morti, del nulla che stringe il cuore perché definisce l'assurdo della condizione umana, il dover l'uomo essere colui che "prende atto" del non senso di tutto, proprio lui che più di tutti si attende un senso, vuole la felicità ed è convinto di poter contare sulla scena dell'universo. E tra questi uomini il poeta, più sventurato di tutti, perché la sua storia è come se lo rendesse ancora più cosciente, il poeta che si rassegna agli occhi gonfi di pianto, a vivere giorni orrendi anche nel tempo dell'età fiorita, della giovinezza, quella in cui dovrebbe essere risparmiata all'uomo la durezza del senso con l'illusione della speranza.
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