Editoriale – 78
Traccia del Ritiro di Quaresima della Fraternità (Termoli, 6 marzo 2016)
La celebrazione dei due grandi misteri della nostra fede, che è fede in Cristo – poiché noi non crediamo a ciò che Cristo ha detto ma crediamo in Lui (altrimenti la fede si riduce a gnosi o teoria) -, ovvero l'incarnazione e la pasqua, è preceduta da un tempo di preparazione.
Stiamo vivendo la quaresima, il tempo dell'essenzialità perché solo uno stile essenziale ci conduce all'essenziale, alla pasqua di Cristo, alla luce di Cristo risorto, la luce che illumina tutto, la vita nostra circostanziata, la storia intera. Che cosa paradossale: che il destino di tutti, il senso di tutto sia appeso e dipenda dalla storia e dal destino di un uomo (cf il dilemma di Lessing).
Nella luce della risurrezione possiamo prendere sul serio la domanda urgente della vita: vale la pena essere nati? Vale la pena vivere? Il male che ci definisce e ci scandisce siamo sicuri non sia l'ultima parola? Chiunque, anche non credendo, chi riconosce la provocazione di queste domande, si apre alla speranza di un aiuto (cf Kant e il male radicale).
La pasqua è l'affermazione della speranza di una vita compiuta e della positività del reale: si chiama redenzione. Senza risurrezione c'è solo il nulla, il non senso: il nichilismo, l'incubo di Gerard de Nerval. La cosa più terribile oggi è la rassegnazione al nulla che passa per la negazione della resurrezione espressa in una visione neopagana: una "rassegnazione non disperata" che intende il peccato-male come una realtà che l'uomo commette finché non prende coscienza della "finitezza naturale" delle cose, altra da quella visione "creaturale" della finitezza, propria della tradizione cristiana, che vede nel male il correlato necessario del finito, bisognoso, al pari del male, di essere salvato e redento. Nietzsche si era sentito soffocare (cf La visione e l'enigma di Così parlò Zarathustra), gli mancava l'aria, ma era poi rinato accettando il nulla; noi oggi siamo indifferenti perché questa cosa fondamentale non fa alcuna differenza nella vita.
Al contrario la risurrezione è l'evento decisivo oggi come lo è stato per i primi discepoli di Cristo. La risurrezione è ciò che ha trasformato l'evidenza intuita, appena sufficiente, in certezza, che ha reso quegli uomini certi di quell'uomo, della pretesa così inaudita e così necessaria che egli attestava in ogni sua parola e in ogni suo gesto. È nella risurrezione, nella certezza di chi fosse realmente quell'uomo, la cui provocazione fascinosa li aveva attratti e intermittentemente cambiati, che gli apostoli rileggono tutto, poiché è la dischiusura del senso di ogni cosa, di ogni dettaglio, e ogni domanda della vita viene rischiarata, illuminata, spiegata da quella luce.
Non so se avete mai pensato al fatto che non solo Gesù non scrive niente, ma gli stessi vangeli nascono tutti dopo Pasqua quando nel tempo matura e si esplicita la certezza della Pasqua, cioè che Cristo è il senso di tutto e perciò nel costituirsi e nel declinarsi delle circostanze nuove di quel popolo che viveva di Cristo, ognuno di essa era letta, compresa, riconosciuta nel suo significato a partire da Cristo, le cui parole e fatti sono ricordati come il senso di tutto. Da qui nascono i vangeli e da questa concretezza capiamo perché non sono uguali e non sono una biografia di Gesù ma un riandare continuamente, permanentemente a lui per dare senso al presente concreto del loro vissuto, della vita di persone investite da Cristo e desiderose di ricondurre a Lui ogni cosa, ogni dettaglio, ogni circostanza. Quella gente vive e desidera cogliere il nesso, il senso della loro vita nella luce di quello che è loro successo ed interroga l'apostolo, il quale nostra loro quel nesso, quella decisività di Cristo riattingendo alla sua esperienza, a ciò che lo stare con Cristo ha significato per lui; perciò Cristo è raccontato con accenti diversi ed ha tratti molteplici.
La risurrezione è l'atto ultimo ma fondatore (ciò che fonda viene alla fine non all'inizio; l'inizio è il presentimento del compimento che per natura è escatologico, cioè viene dopo), perché dischiude il senso, fa capire a quelle persone che non c'è solo il mistero ma c'è una via, che il presentimento, la possibilità di dare un senso, di trovare risposta al desiderio greve che ci attanaglia, non è solo uno struggimento, non è una domanda irrisolta e irrisolvibile, non è una questione destinata a rimanere sospesa ma diventa realtà, cioè contenuto di un'esperienza non possibile ma reale. E la certezza della via nella dinamica evangelica accade nel momento più elevato dello smarrimento, cioè dopo averlo visto morire in croce. Per quella gente la morte di Gesù non era solo o tanto la morte di un uomo giusto ma la sua smentita, la vittoria del dubbio per cui ancora una volta tutto era illusione e che erano stati ingannati.
Vederlo morire non come un eroe ma come un bestemmiatore significava la parola fine ad una storia che aveva smosso il cuore ma si era rivelata falsa; lo sconforto e la tristezza dei discepoli di Emmaus che sconsolati e delusi ritornano al loro meschino quotidiano senza più quella speranza che l'aveva reso pur non cambiandolo nella ferialità delle sue circostanze, nasce dalla croce, dalla morte del maestro come un bestemmiatore; egli non era un predicatore di valori, non era un saggio che aveva insegnato tecniche per stare meglio magari anestetizzando la domanda, egli era uno che aveva legato tutto al mistero della sua persona, egli era la via a quel mistero e senza di lui, senza la via, il mistero ritornava ad essere irraggiungibile, contenuto di un desiderio impossibile, anche se così profondo e tale da impregnare le fibre più profonde dell'essere di ognuno. Ma la risurrezione cambia tutto; l'esperienza dell'incontro con il risorto (il NT ci dice questo, l'incontro con il risorto – che chiama apparizioni) rimette tutto in moto, e dallo sconforto più assoluto nasce un coraggio mai visto prima e chi nel momento della prova era fuggito, aveva rinnegato, di lì a poco darà volentieri la vita per colui che era più grande della vita, in quanto suo ultimo senso. La risurrezione conferma, rende certi di ciò che i discepoli avevano vissuto come contenuto di un'esperienza del reale guidata, giudicata, accompagnata da Cristo.
Non potevano stare dietro a quell'uomo se non per l'urgenza di una domanda, per quanto sopita, per quanto recondita, per quanto affossata dalle preoccupazioni più ordinarie e prioritarie (mia figlia sta male, ho perso il lavoro, la malattia di mio padre, l'amico rompiballe, il giudizio della gente, l'aridità quotidiana), domanda che incontrava nell'umanità di quell'uomo la possibilità di una misura diversa, finalmente all'altezza della domanda. E così l'eccezionalità di Cristo diventa la possibilità che le cose vadano normalmente, cioè che il desiderio possa trovare risposta, che la domanda non resti inevasa come è nella dinamica delle cose, perché dove c'è una domanda lì deve esserci anche una risposta altrimenti non ha senso non solo la domanda ma l'io che se la pone e non riesce a staccarsi di dosso questa domanda, questo bisogno del cuore. Il paradosso della nostra condizione decaduta è che quanto dovrebbe apparire naturale lo riconosciamo solo come eccezionale, perché siamo così abituati e disincantati rispetto alla verità e al bene infinito che desideriamo che quando accade lo possiamo riconoscere solo come eccezionale, fuori dal normale. Con il rischio però che l'eccezionale, per sua natura, resti confinato all'episodico, all'una tantum, al premio produzione; ma nella vita non si può vivere di una tantum, occorre qualcosa che soprattutto rispetto a ciò che ne decide il senso, sia una permanenza (non una dissolvenza).
Ora l'eccezionalità con Cristo diventa metodo perciò pone l'esigenza della sequela; metodo perché la percezione del mistero e dentro quest'esperienza permanente di un'eccezionalità – che tale giudichi, paradossalmente, per la sua naturalezza nel dare risposta alla domanda – definisce una condizione, la possibilità di riconoscerlo e affermarlo per ciò che esso è; sequela perché solo l'appartenenza a Cristo ti permette di riconoscere la naturalità della sua eccezionalità. E dalla sequela o meglio la sequela si vive e sussiste nel permanere della e nella domanda: la sequela la fa la domanda non la risposta, cioè seguire è educare la domanda poiché solo dove c'è la domanda ha senso la risposta. Il riconoscimento di un'eccezionalità, che è tale sempre rispetto ad una domanda, accade nello stupore. Mi chiedo se siamo ancora capaci di stupirci, se risucchiati come siamo nella scontatezza che avvolge tutto – dalle cose ai rapporti, al lavoro, agli affetti, al movimento, ai sacramenti, alla sdc, alla messa, a tutto – ci sia ancora in noi il desiderio di capire cosa c'è dietro, esattamente come gli apostoli che non si stancavano di chiedersi "chi è mai costui", la certezza sul quale giunge solo alla fine. Lo stupore è il raccordo dell'io con il mistero perché lo stupore è il riconoscimento della diversità in cui si manifesta il naturale – ovvero come eccezionale -, è attrattiva destata da ciò che tanto ci pare impossibile quanto ci appare fortemente desiderato e voluto. La mia esperienza, per quello che può valere, è che Cristo diventa un'astrazione, una palla al piede, una realtà trascurabile e ininfluente, una rottura (soprattutto per la forma del suo fan club) quando la trascuratezza della domanda non ti permette più di stupirti; ma se dallo stupore nasce la conoscenza, a maggior ragione dallo stupore deriva il riaccadere della conoscenza ovvero la riconoscenza, il riconoscimento, poiché riconoscere Cristo significa rendere permanente la sua conoscenza.
La conoscenza chiede il permanere nella posizione che la rende possibile ovvero la domanda, perché non si conosce senza quella simpatia originaria che spinge a domandare, a questionare. E siccome la fede è un fatto di conoscenza e libertà senza questa posizione di domanda Cristo prima o poi smette di interessarti, di essere un tuo inter-esse. E allora la domanda ce la dobbiamo porre come un giudizio sul nostro reale: quante cose ormai le facciamo senza chiedercene il senso, senza paragonarle al cuore, perché abbiamo magari dentro di noi un disegno nostro, una misura nostra che prende il posto di Colui che conta e così quella misura ci allontana dalla realtà, cioè da Cristo. Mi spaventa il fatto che le mie giornate trascorrano nella dimenticanza del Signore perché non c'è la domanda; e puoi anche compiere i gesti della fede ma non lasciano traccia. Da tanti anni, da quando facevo il liceo, scrivo un diario di memorie quotidiano; a dire il vero negli ultimi anni ho smesso di scrivere tutti i giorni ma non perché non avessi tempo (il tempo si trova sempre) ma perché di tante giornate non avevo nulla da dire, oltre la routine del quotidiano che non venendo vissuta con una domanda non mi diceva e non significava nulla. "Oggi niente", come per due volte di seguito scrive Pavese ne Il mestiere di vivere e a me questa cosa angoscia perché sto perdendo tempo, dove la perdita di tempo non è nel fatto che uno non si gode la vita, non si rende conto che la vita scorre (adesso va di moda una parola di Confucio sui social: "L'uomo ha due vite la seconda comincia quando si accorge di averne una sola"), ma nel fatto che quel tempo, quella circostanza non mi ha detto nulla, anche se ho fatto grandi cose quel giorno, anche se motivi di cronaca non mancavano.
Ma la vita, quella che rimane, è quella dischiusa dallo spazio della sua presenza, è quello che faccio per lui è con lui come tentativo di rispondere alla sua misura, alla sua chiamata. Se siamo qui, non è perché siamo meglio di altri, non è perché le circostanze della vita ci hanno portato qui, siamo qui perché un Altro ci ha voluti qui e il nostro essere qui, con la forza dell'abitudine o la coscienza del desiderio, è grazia, è rispondere a Uno che ti chiama, è vocazione. Questa chiamata, questo appello ci definisce così tanto che Cristo è "l'ideale della vita" dove ideale non è opposto a reale ma indica quella misura che sento essere quella che perfettamente calza (fit) per me. Kant a modo suo l'aveva intuito e quando parlava di Cristo come dell'"ideale" della perfetta moralità vedeva in lui l'incarnazione del buon principio cioè la possibilità che quello che l'uomo avvertiva come un'esigenza profonda e inestirpabile in lui era diventata realtà e asintoticamente poteva diventarla per ogni uomo. E perché l'ideale si incarni, diventi realtà, ho bisogno della realtà, delle circostanze che mi sono date, altrimenti si fa dottrina, si fa teoria, si dis-incarna e dis-incanta cioè non incanta più, non stupisce più, non interessa più. Ma siccome la vita senza il suo significato non vale nulla, allora tutto ciò che si allontana dal come normalmente dovrebbero andare le cose viene recintato, confinato, anestetizzato nel recinto delle emozioni e dei dottori, le prime per dare un parvenza di bene alle cose brutte o buone che ci capitano, i secondi per anestetizzare la domanda riducendola a patologia.
Io mi rendo conto, col passare del tempo, che questa è la posizione più giusta e questa consapevolezza è la sola che sopravvive a tutte le dimenticanze, a tutto il peccato e a tutto il resto. Il fatto che la mia vita per la maggior parte del suo tempo scorra e trascorra senza Cristo, il fatto che il mio centro affettivo è spesso altrove, che la misura con cui faccio le cose, lo scopo che mi sostiene, l'ideale di tutto non è Cristo (se lo fosse la mia vita sarebbe diversa, non un groviglio di paure, ansie ed ossessioni), questo non toglie che Cristo mi definisce, che io non vivo più senza questa certezza, senza la consapevolezza di questo essere che vince ogni dimenticanza e trascuratezza, perché non dipende da me. Da me dipende solo aiutare Cristo a fargli invadere la mia vita; spesso non ne sono capace perché il mio io non fa le cose giuste, perché la pigrizia ha la meglio, perché prevalgono altri criteri, ma che quel fatto non diventi, non riempia la mia vita come vorrei, non toglie l'oggettività del suo darsi, del suo accadere.
La realtà può perdere attrattiva, può diventare irrilevante, ma è sempre lì, ci puoi sempre tornare; così è l'avvenimento di Cristo: non passa mai perché è una presenza che rimane, che tu ne sia consapevole o meno. Questo è il punto da cui ripartire. Essere adulti nella vita, quando non si riesce a significare l'affermazione dell'ideale nel reale, è almeno l'attaccamento a colui che resta oltre e nonostante tutto. Ti puoi scoraggiare, ti puoi sorprendere, puoi avvertire tutta l'amarezza del tempo perso o del sentirsi insabbiati, ma lui rimane e questo è quello che conta più di ogni fallimento ma anche più di ogni cosa buona e bella, perché anche il bene, anche ciò che fa stare bene, senza l'io cosciente di sé non raccorda sa dis-accorda, non ci avvicina a Cristo ma può tenerci lontano da lui. Gratitudine e gratuità non dipendono dalle circostanze perché ce ne dimentichiamo anche nell'esperienza del bene.
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