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By antonio.sabetta21 Marzo 2015In Editoriale

Editoriale – 68

Ritiro di quaresima

Campobasso, 22 marzo 2015

 

La strada della maturità è il titolo della seconda meditazione degli esercizi e lo potremo tradurre in "la via del diventare adulti nella fede" che vuol dire diventare adulti nell'umano.

L'immaturità è un difetto, una debolezza dell'autocoscienza (non è una questione morale), il che vuol dire che non riguarda tanto quello che fai ma quello che sei. Perciò si può anche essere ligi a quello che ci viene chiesto, quale che sia la condizione che viviamo, e non per questo non essere immaturi, ovvero che quello che ci è accaduto – Cristo – non incide cioè non è fecondo, non genera nulla. La Scrittura ce lo documenta nell'esperienza dell'AT: il popolo non vive della coscienza di quello che Dio ha fatto per lui e così si sterilizza, si formalizza, sta davanti a Dio esteriormente ma non genere nulla, anzi la sua storia va a rotoli (come ci diceva la prima lettura di domenica scorsa).

Il formalismo è il vivere le cose senza che diventino esperienza e di conseguenza se esso definisce il modo con cui viviamo il carisma, il carisma – non in sé ma per noi – da luogo che rende la fede esperienza diventa luogo in cui la fede è astratta e si cristallizza o in dottrina (più probabile per come siamo fatti noi) o in attivismo; in entrambi i casi si sterilizza perché non genera (la possibilità del) cambiamento nella vita. Un'altra parola per formalismo credo sia imborghesimento.

 

Come si inizia ad uscire dall'immaturità? Anzitutto credo che il primo passo sia cercare di superare la distrazione e sappiamo che il contrario della distrazione è l'attenzione: fare le cose come se fossero gesti non come se appartenessero alla abitudinarietà della vita che ti impedisce di giudicare quello che accade e di imparare da ciò che accade. Da questo punto di vista direi che, rispetto alla storia, non c'è nulla di nuovo sotto il sole perché la nostra distrazione e immaturità sono state anzitutto quelle degli apostoli la cui maturità, questo mi ha sempre molto colpito, non avviene all'inizio, quando il signore è fisicamente in mezzo a loro, ma al termine di un cammino, quando la certezza della presenza del Signore permane nonostante egli non sia più in mezzo a loro come lo era all'inizio, al momento del primo incontro. Ebbene gli apostoli nonostante la straordinarietà ed eccezionalità di cui sono stati testimoni, non imparano, non si rendono conto di quello che accade: quello che hanno visto è irrilevante, come ce lo documentano parallelamente il cap. 6 di Giovanni e la prima parte del cap. 8 di Marco; in questo secondo riferimento, citato da Carron agli esercizi, è ben evidente come ciò che gli apostoli hanno visto non c'entra con la circostanza concreta del non avere pane come a dire: la vita è un'altra cosa rispetto alla quale quello che quest'uomo ci fa vedere non c'entra molto. Questa posizione, lo dico con cognizione di causa, ci appartiene dal profondo perché nella vita possono accadere le cose più straordinarie e tuttavia essere presto irrilevanti rispetto alla provocazione proveniente dalle circostanze.

Bisogna dunque crescere nella consapevolezza di chi è Gesù, per rendersi conto della sua pertinenza rispetto alla vita. Perciò tutte le cose straordinarie che quell'uomo compie, sono per far destare una domanda su chi egli sia, perché senza la coscienza di Lui non cambia niente, non rimane traccia se non la paura fino alla fine. Nei vangeli questo tratto è sempre presente. Gesù non parla o opera per dare consigli, indicare formule per risolvere i problemi e quando qualcuno ci prova a chiamarlo in causa su questo livello (cf l'esempio del fratello che gli chiede un aiuto perché il fratello divida l'eredità) Gesù si sottrae perché il senso di Lui non è a questo livello di formule per venir fuori dal bisogno immediato.

La verità è che il nostro io non cresce nonostante tutto se quello che facciamo non incrementa la coscienza di Lui; e che l'io non cresca è attestato dal fatto che stiamo davanti al reale come se non avessimo visto niente. Nei vangeli Gesù spesso polemizza con i farisei definendoli "ciechi e guide di ciechi", perché la legge non li cambiava se non esteriormente ma l'io era quello di sempre, di tutti (perciò guide di ciechi).

Questa cosa vale anche per noi e ce ne accorgiamo ogni giorno. Abbiamo visto cose straordinarie, le vediamo ancora, non solo ma noi abbiamo fatto cose che ci meravigliamo come siamo riuscite a farle, eppure l'io non è nuovo, ciò che impressiona non imprime, cioè non lascia traccia duratura, non lascia cicatrice nella vita la quale, forse per autodifesa, forse perché è nella natura di tutto (non saprei) tende a riportare le cose a "come erano prima": i fatti non incrementano la certezza dell'io.

La verità è che non basta vedere, occorre che il vedere diventi esperienza, cioè che io veda con gli "occhi della fede": un'esperienza giudicata e capace di entrare nel paragone con l'io. Perciò l'origine – l'avvenimento della fede, l'incontro – non è l'inizio ma il principio, ciò nell'orizzonte di cui tutto andrebbe fatto. Questo è un lavoro, un cammino, perché l'uomo tende a preferire una misura altra, il regno della sameness (cf The giver): non chiedersi mai il senso di quello che accade. Ma così non si fa esperienza, poiché un'esperienza è l'invenzione – nel senso di inveniri, scoperta – del senso (cf RE 126-7) di ciò che si dà come e nella circostanza. Diversamente i fatti ci scivolano addosso e non diventano gesti, occasioni, perché manca un giudizio sul provato e vissuto. La fede vuole essere un aiuto a vivere, non una rinuncia a vivere e per questo non c'è cosa più pertinente per la vita che la fede. Come ci siamo sempre ripetuti, la fede è per vivere meglio, in una posizione umana migliore per fare diversamente quello che tocca a tutti.

 

Come accade di poter percepire (autocoscienza) la pertinenza della fede alle esigenze del vivere (cf RE 20)? Vi vorrei citare un breve brano di una lettera di Ratzinger di alcuni anni fa al teologo M. Seckler; in questa lettera del 1986 leggiamo: «Le persone perseverano nella chiesa non perché vi trovano feste comunitarie e gruppi di azione, bensì perché sperano di trovarvi le risposte a domande vitali indispensabili. Tali risposte non sono state escogitate dai parroci o da altre autorità, ma vengono da un'autorità più grande e sono fedelmente mediate e amministrate, semmai, dai parroci. […] La religione penetra oggi come sempre in profondità nella vita degli uomini per attingervi un punto di Assoluto e, a tanto, serve solo una risposta che viene dall'Assoluto. Là dove i parroci o i vescovi non appaiono più come i mediatori di quanto è Assoluto anche per essi, ma hanno solamente da offrire le loro proprie azioni, è allora che diventano una "chiesa ministeriale" e, come tali, superflui» .

Dunque come si vince la debolezza dell'autocoscienza in cui risiede la nostra immaturità? Che questa autocoscienza sia debole è attestato dalla irrilevanza spesso della fede nella nostra vita e poiché è una questione di essere, se ne esce cambiando l'essere non le cose da fare o il modo in cui le fai, poiché quello che fai e come lo fai è conseguenza di ciò che definisce e riempie il contenuto dell'autocoscienza.

Il punto è "come si fa a vivere", poiché la fede è la pretesa di essere l'educazione al riconoscimento di ciò che in quanto senso di tutto ti fa vivere, poiché si vive veramente solo con la coscienza del senso. L'aiuto a ricostruire la pertinenza, cioè a vivere, non si dà come formula ma come metodo, ovvero come strada da percorrere, e la strada non la fai tu, tu la devi solo percorrere. Spesso ci frega il fatto che vogliamo stabilire noi quale debba essere la strada e come percorrerla, dimenticando invece che il metodo per sua natura è determinato dall'oggetto, cioè da Colui che in quanto ri-sposta, dice anche come dobbiamo porci.

 

Quali sono allora i fattori del cammino?

Il primo fattore è il cuore, cioè la coscienza della domanda, il "senso religioso". Questo è un principio, non un inizio o meglio un inizio permanente, è il primo passo che configura il nostro essere nel reale.

Il cuore è la vera arma che abbiamo sia perché ci impedisce di essere travolti ed omologati al potere, sia perché dal paragone ininterrotto del reale con ogni domanda, con la domanda di significato, nasce la certezza del vivere, la fecondità che non disperde ma porta frutti. Quando la sera ci facciamo l'esame di coscienza prima di enumerare i peccati andiamo alla radice: cosa oggi ho vissuto nel paragone con il cuore; solo quel poco rimane, il resto is gone, non lascia traccia fosse anche un grande dolore o una gioia inusuale: se non è paragonata col cuore te ne dimentichi presto, pur avendo avuto un impatto apparentemente profondo su di te.

Essere uomini significa vivere secondo la misura del cuore, la domanda che urge e ti muove come esigenza ed evidenza originale. E questo è permanentemente così, perché anche dopo una vita nel movimento, se non c'è l'umano non c'è Cristo o meglio non c'è il suo riconoscimento; ma l'umano va educato altrimenti il cuore ridotto a reazione spontanea (mero sentire) non è più il luogo della domanda, cioè della mendicanza, ma della di-menticanza, del cessare della domanda. A dire il vero la domanda può assopirsi ma non può sparire, il desiderio può essere ridotto ma non cancellato perché definisce la nostra natura.

Però la debolezza ci confonde, ci toglie dalla vita l'evidenza reale per cui non siamo più con-vinti ma con-fusi: la realtà e la verità di colui che abbiamo incontrato perde mordente e rischiamo la delusione, una delusione raddoppiata per il circolo vizioso che si instaura: da un lato c'è la confusione che rende difficile vivere con e secondo la misura della domanda, dall'altro lato siamo nel tempo del fast, del "qui e ora", del just do it ("fallo e basta") ed è quindi difficile accettare la pazienza del cammino, riconoscere che siamo sempre gli stessi, che non cambia nulla, perché vorremmo che tutto cambiasse con un colpo di bacchetta magica: vorremmo un miracolo, ci è dato un cammino o meglio il cammino come miracolo. Non bisogna nascondersi quanto sia faticoso vivere in questa disposizione.

 

Ma la consapevolezza della necessità del cammino non basta a farci fare un cammino. Il sapere che nella vita occorre pazienza non basta a farci cessare di essere impazienti. Occorre sempre qualcosa che ti ricordi e ti confermi dentro un'esperienza, cioè qualcosa che accade, che ti dice che "esiste quello di cui è fatto il tuo cuore"; che ti rimette in moto ora, nonostante tutto, e che ti attesta che le cose stanno veramente così. Nei Vangeli questo metodo è ovunque riscontrabile: il cammino durato tre anni è attraversato da fatiche e incomprensioni. I discepoli cercano i segni, non riescono né ad accettare un cammino, né a farlo: qualcuno spera di sedere presto alla destra o alla sinistra di Gesù, qualcun altro di essere con lui al momento della lotta contro l'invasore romano. Gesù invece parla di un messia che deve soffrire e li sconcerta. Ma non mancano i momenti in cui tutto si rimette in moto: la trasfigurazione, oppure l'entusiasmo di Tommaso (proprio lui, l'incredulo) che in Gv 11 esclama "andiamo a morire con lui!".

L'io rinasce perché la vita nel fluire degli eventi assicura alcuni incontri che risvegliano l'io, che chiarificano la domanda. Nonostante le distrazioni, le pesantezze, le fatiche, un incontro è come qualcosa che non ti aspetti più, ma che riconosci essere quello che desideri, di cui avevi bisogno per ridestarti. Un incontro che ti sorprende, che ti prende e ti com-prende, ti rende certo: lo vedi accanto a te, lo desideri per te e poiché accade a te, tu diventi per l'altro sacramento, cioè mezzo perché gli accada la stessa cosa: quello che noi viviamo per lo sguardo di un altro, è quello che altri vivono guardando a noi.

Il punto è capire che l'incontro non è l'inizio ma il metodo; non è qualcosa che è avvenuto una volta e che mi ha ridestato, ma è qualcosa che intanto mi tiene desto in quanto riaccade insperatamente e nelle forme che meno ti aspetti. Perciò la persona rinasce in un incontro, si desta, risorge, prende coscienza di sé nell'impatto con lo sguardo del mistero che "guarda senza ridurre l'umano".

 

C'è però un altro fattore necessario perché l'imbattersi, l'accadere di qualcosa diventi incontro: l'esperienza. Una circostanza, un gesto diventa esperienza non solo se è vissuta ma se è giudicata, cioè se è paragonata con l'esperienza elementare, con il cuore. Se non c'è questo paragone – che fa sorgere il giudizio – non si fa esperienza e dunque quello che accade non è significativo, cioè non lascia traccia. Si badi bene che l'esperienza non dipende da ciò che ti capita ma dal giudizio portato su ciò che ti capita, per quanto magari alcune cose o persone aiutino di più a compiere il paragone. Dove non c'è l'esperienza la realtà non accade, non diventa avvenimento. E possiamo dire che il luogo dell'esperienza è anche ciò che fa la verifica, cioè che rende vero quello che in quando giudicato è diventato esperienza.

Questo configura il cammino della fede che si chiama seguire: il metodo in quanto strada indica un seguire, la sequela. Seguendo quello che abbiamo incontrato possiamo verificare come risponde alle esigenze del vivere. Il cammino della fede è una cosa così: un susseguirsi di gesti, il più delle volte gli stessi, stando ai quali sei aiutato a vivere meglio cioè a riconoscere come Cristo risponda alle domande ed esigenze ultime del tuo cuore. Carron ci indicava negli esercizi la figura di Pietro come modello, esemplificazione del dramma dell'umano che nasce dall'incontro con Cristo; e ci documentava il per-corso di quest'uomo, dallo stupore iniziale, senza il quale non ti accorgi della sua Presenza, all'affidamento totale e maturo sul lago di Tiberiade quando a lui, non ad altri, non al discepolo che amava, Gesù affida il compito di guidare la chiesa, di metterlo nella mischia ancor di più. La nostra vita è un po' o almeno dovrebbe essere come quella di Pietro: lo stesso stupore, lo stesso amore, la stessa fatica, gli stessi tradimenti, la stessa resa.

 

L'esperienza di Pietro è possibile, il cammino al vero è un'esperienza reale per noi per l'imponenza incancellabile di quello che ci è accaduto e che nessuna incertezza della storia potrà mai cancellare. Per noi questa grazia dell'incontro con il mistero è accaduto come consapevolezza nella mediazione del carisma per cui è sempre al carisma che dobbiamo tornare per imparare come si deve stare nella vita per vivere davvero. Diversamente è come se fossimo abbandonati a noi stessi.

In questo senso, come ci dicevamo in avvento, il carisma non è l'essenziale ma è essenziale; quando diventa l'essenziale allora c'è l'autoreferenzialità, il museo dei ricordi, la glossa a Giussani, ci sta più a cuore il movimento che Cristo, ma questo non è più il carisma, è il suo tradimento e sinceramente io non so che farmene di una cosa del genere. Ma per noi il tenere vivo il fuoco della memoria dell'inizio significa appartenere al carisma, seguire Cristo non ad libitum ma in modo "educato" cioè dentro una strada che Cristo stesso mi ha data e che è quella che meglio incastra per me la mia umanità. A me non interessa essere di CL, interessa essere di Cristo ma so che non posso essere di Cristo senza CL. Non vorrei che abbiamo fatto nostro l'individualismo del nostro tempo che in fatto di fede si declina come "credere senza appartenere" (believing without belonging). Io non posso credere senza appartenere; certo che mi interessa credere, ma il divenire pertinente del credere esige l'appartenenza. Per questo non stabilisco prima cosa fare ma è dentro i gesti che un altro mi indica che io posso crescere nell'autocoscienza dell'io che è la condizione per il riconoscimento della sua Presenza. Nei Vangeli trovo interessante una cosa: i discepoli hanno sempre seguito il Signore, testimoni di quello che lui diceva e faceva. Molti lo hanno lasciato ma non prima di averlo seguito in ciò che lui compiva, non sono stati lì a dire prima che non era opportuno ma sono stati dietro a lui, anche quando gesti e parole di Gesù destavano perplessità. Per noi è lo stesso: stare dietro all'oggettività di ciò che ci è chiesto e poi possiamo anche lasciar perdere, non prima.

 

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