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By antonio.sabetta26 Gennaio 2014In Editoriale

Editoriale – 59

Archiviato ormai il primo e faticoso semestre è tempo di riprendere speditamente il lavoro, in particolare occorre portare a termine un impegno che mi sta occupando da un po' di tempo. Avevo pensato tempo fa di mettere a disposizione del pubblico italiano una monografia di Xavier Tilliette del 2002 intitolata Jésus Romantique rimasta inedita in italiano. Di essa il padre Tilliette mi aveva parlato in un colloquio alla Gregoriana nel lontano 1999; mentre discutevo con lui del mio dottorato cercando di carpire e fissare i suoi preziosi consigli, mi disse che stava per lavorando ad una monografia sul Gesù dei romantici, non soltanto i filosofi ma anche scrittori e poeti. Ho pensato allora come omaggio per i suoi 93 anni (che compirà il prossimo 23 aprile) di tradurre in italiano tale monografia che uscirà per la Lateran University Press di qui a poco, un lavoro affatto semplice in considerazione del francese molto elaborato e pieno di volute – oltre che raffinato e bello – del gesuita francese. Ho pensato di dare un'anteprima inserendo la prefazione di Tillette al volume.

 

"L'amicale insistenza dell'arcivescovo di Strasburgo ha risvegliato in me il sordo rimorso delle promesse non mantenute. In effetti più di venti anni fa avevo dato il mio assenso, a dire il vero assai fugace, ad un progetto di studio sul Cristo dei romantici. Si trattava di un campo molto vasto, diversificato e relativamente poco esplorato in tutta la sua ampiezza. Un simile lavoro si conciliava con il mio interesse mai spento per la letteratura e con le mie ininterrotte ricerche sulla cristologia filosofica. Avessi adempiuto allora al mio tacito contratto con mons. Doré! A quel tempo, infatti, avevo a mia disposizione e, per così dire, sotto mano, la bella biblioteca delle Fontane a Chantilly, particolarmente ricca nei sui settori di storia letteraria, frutto di acquisizioni attente e pazienti dei bibliotecari e dei professori del "carissimato" (Laval, Florennes, Yzeure), la cui soppressione si inscrive nel quadro della grande muta, subita più che voluta, dalla Compagnia di Gesù. La dispersione penosa di questa biblioteca, per la maggior parte esiliata a Lione, mi ha crudelmente privato di uno strumento di lavoro a cui, per diversi motivi, le biblioteche parigine consultate non hanno potuto supplire a causa delle normative, delle depredazioni, dei molteplici prestiti, degli spazi troppo pieni che costringevano a delocalizzare senza sosta ecc. Questo sia detto senza amarezza e senza la minima critica verso il personale della biblioteca che conserva la sua tradizione di cortesia e di servizio premuroso.

Prego dunque gli eruditi di scusare le lacune evidenti della mia informazione e delle mie letture; d'altronde non avevo affatto l'intenzione di lasciare un'opera dotta. Inoltre mi dovevo affrettare, tallonato dall'età che obbliga a contare in mesi piuttosto che in anni. Grazie a Dio, gli eccellenti lavori di Frank Paul Bowman avevano portato a termine una parte del mio compito, forse la più difficile, vale a dire la mobilitazione del Cristo nelle battaglie rivoluzionarie, dal momento che l'eredità del 1793 si prolunga fino alla metà del sec. XIX e che la parte politica e sociale della cristologia romantica è stata colmata dai due volumi dello scrittore franco-americano, ovvero Il Cristo romantico e Il Cristo delle barricate. Si tratta soprattutto di epigoni, di agitatori e di faziosi; ma il fatto che abbiano arruolato il Cristo seguendo l'esempio dei Girondini e dei Convenzionali non è privo d'insegnamento, cosa di cui si è accorto il migliore tra loro, Pierre-Joseph Proudhon. D'altronde l'esempio di Lamennais, George Sand e Michelet mostra che la corrente oscilla costantemente tra i romantici di penna e i romantici d'azione.

Lo stesso dicasi per un aspetto che io ho appena sfiorato e che implica la lega discutibile tra occultismo e fede in Cristo; là ancora si mischiano le acque di correnti diverse ed anche di antagonismi. L'opera classica di Auguste Viatte sulle fonti occulte del romanticismo mi dispensava da complementi del resto problematici, poiché io conservavo sempre come centro dell'interesse, al pari di un faro, la figura di Cristo, riconoscibile nella purezza del suo apparire.

Questo libro, che ho intitolato Gesù romantico sotto la spinta di Marie-Josèphe Guers – poiché Il Cristo romantico era già stato impiegato (cf F.P. BOWMAN, Le Christ romantique, Droz, Genève 1973) – quanto a storia personale non ha che lontani ricordi di collegio e, successivamente, sebbene molto antica, la lettura di un capitolo ben documentato di Mons. Calvet, rettore dell'Institut Catholique di Parigi su Il Cristo nella letteratura (quasi esclusivamente di area francese) dell'enciclopedia Le Christ di Bloud & Gay (cf J. CALVET, Le Christ dans la littérature, in Le Christ. Encyclopédie populaire des connaissances christologiques, publiée sous la direction de G. Bardy et de A. Tricot, Bloud & Gay, Paris 1932, 1079-1118). Questa traccia è ancora utile e mi è capitato di attingervi in vista di conferenze o di articoli, sebbene la mia attenzione si indirizzasse prima alla filosofia. Il mio saggio La settimana santa dei filosofi, che un tal stizzoso censore non ha apprezzato («riconoscete là la ristrettezza del protestantesimo liberale», mi diceva Jean Brun), mette in pratica il miscuglio dei generi e si nutre delle due fonti, quella del pensiero e quella della poesia. Lo stesso dicasi per questo testo.

La mia definizione di romanticismo è alquanto arbitraria, al pari della sua cronologia. Il "romanticismo", come denominatore dei "romanticismi", è meno un fenomeno d'epoca che uno stato dello spirito o dell'anima; ma è certo che il romanticismo eterno ha trovato un momento o un impatto privilegiato nella Germania dal 1790 al 1820 circa, durante l'epoca napoleonica, e nella Francia dal 1810 al 1850. Tuttavia è molto difficile fissare dei limiti temporali e il sec. XIX, che Léon Daudet chiamava stupido e André Breton splendido, è tutto quanto impregnato, anche contro ogni apparenza (come nel caso del marxismo e del nichilismo), di questa nostalgia di qualcos'altro, di questo male d'essere che è la caratteristica più intima del romanticismo. Io quindi non mi sono fissato dei confini precisi; si trattava di ritrovare, sotto il lirismo che ne è l'anima, il cristianesimo eterno e il suo emblema al quale i romantici si sono votati con una molteplicità di sfumature. Ho dunque tentato di comunicare una visione prismatica o poligonale della cristologia romantica.

D'altra parte, sapendo per esperienza quanto è disagevole reperire e collocare delle citazioni, malgrado il regno frustrante di internet e del videotel, io le ho moltiplicate, spero di buon proposito, di modo che l'opera, del resto poco didattica e meno ancora scolastica, costituisca anche una sorta di antologia. Tuttavia non ho mirato all'esaustività, al contrario; ho preso senza dubbio la strada della facilità, dando vita ad una collezione di brevi monografie. Si poteva pensare di ricentrare gli autori sul Cristo o di incrociarli secondo i titoli dei capitoli: per esempio il Cristo errante, il Cristo orfano, il Cristo fraterno, il Cristo abbandonato, il Cristo oltraggiato, il Crocifisso, il Cristo mistico, ecc. Sarebbe forse stato auspicabile ricorrere molto di più alla pittura e alla musica e quindi agli artisti. Un libro ha i suoi destini ma anche i suoi capricci. L'essenziale era di captare, al di sotto degli schematismi e degli stereotipi, l'esperienza vissuta, la vibrazione che fa vivere il simbolo e lo penetra di realtà. Se Cristo non è la presenza divina, è per lo meno il rappresentante eletto dell'umanità; in più egli è la "figura plastica" per eccellenza e appartiene a tutti e a ciascuno, tanto che l'esposizione è come una lunga prosopopea a parecchie voci in cui si alternano i discorsi e i canti.

Il nome di Albert Béguin non sorprenderà che quelli che ignorano le sue belle opere e tutto ciò che egli ha apportato all'analisi dell'anima romantica, da Jean Paul e Armin a Nerval e a Balzac. La sua vita, infinitamente laboriosa, era segnata dal sigillo di un dolore dissimulato ma che egli lasciava si riverberasse negli specchi dei suoi scrittori preferiti. Per la mia generazione fu un mistagogo e un fratello maggiore. I due amici che ho associati alla grande critica, letterati anch'essi, storici e filologi, sono stati per vent'anni miei interlocutori e commensali a Chantilly. Essi furono amici prossimi e restano testimoni di un alto luogo di cultura che non sussiste più se non nel ricordo e nel rimpianto.

Una volta ancora la dedizione infaticabile e la competenza di Alain Pernet sono stati caritatevoli per me per la battitura al computer del manoscritto; che ne sia vivamente ringraziato. Un grande grazie anche a diverse persone che mi hanno incoraggiato e aiutato nella mia documentazione; citerei Liliane Brion, Brigitte Cwikula, Emmanuelle Genevois, Anne Henry, Jacqueline Rastoin, Jane Saint-Sernin, Anne de Thoisy".

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