Editoriale – 57
Appunti del Ritiro di Avvento della Fraternità (Termoli, 8 dicembre 2013)
La riflessione che vi propongo oggi, e che costituisce essenzialmente una rilettura della prima lezione degli esercizi secondo le indicazioni giunte e alla luce del modo concreto in cui vivo il momento attuale, circostanziato, della mia vita, vuole essere semplicemente un ridire la decisività della fede per la vita e la decisività della vita, o meglio ancora della realtà (vita rischia di essere troppo astratto se non è accompagnato dalla parola realtà) per la fede. Anche il Papa completando l'opera di Benedetto XVI ci ha donato un testo sulla fede, sulla luce della fede; ora la luce, per definizione, ha la funzione d'illuminare, di rendere possibile ed indicare la strada e una direzione ma se non sappiamo dove andare non ci interessa nemmeno sapere che strada prendere e come.
Voi mi direte: ma come, dopo tanto tempo, dopo anni di movimento, di messe, di gesti, di ritiri, di sacramenti, di rotture varie e di esperienze bellissime, tu ci vieni a dire che non sappiamo nemmeno dove andiamo? Ovviamente non voglio dire questo ma vorrei che non ci fosse nulla di scontato in ciò che crediamo, nella nostra fede.
E allora proprio questo è il primo punto: la fede non ha nulla di scontato e non la si può mai dare per scontata come un presupposto ovvio o qualcosa che in quanto data-donata sta lì come un soprammobile da pulire e lustrare quando perde lucentezza. Lo diceva anche Benedetto XVI all'inizio di Porta fidei: mai dare la fede per scontata, mai pensare che quello che facciamo e come viviamo sia la conseguenza necessaria delle fede, che pur riconosciamo essere la cosa più importante che ci sia capitata nella vita.
Il cristianesimo in quanto avvenimento implica il darsi di qualcosa nella storia, e in quanto avvenimento dell'incontro con il Signore, introduce nella dinamica della fede quello che vale nei rapporti umani, tanto più quanto se questi sono significativi e definiscono l'essenziale della vita. E poiché la vita cambia e la vita – la mia vita, la mia storia – è l'implicazione necessaria e decisiva dentro la quale accade l'incontro con il Signore, la fede non è mai la stessa ma generatrice di una consapevolezza di sé e del mondo mai identica, perché sfidata dalle circostanze e allo stesso tempo capace di giudicarle. Nella storia la chiesa ha patito una riforma quando la fede non è stata più compresa entro questi termini, quando la fede è diventata solo un deposito di verità che riconosci e a cui credi, che sono sempre le stesse a differenza della la tua vita perennemente in cambiamento, per cui ciò che è sempre identico non può determinare ciò che non è mai lo stesso o meglio lo può fare solo e nella misura in cui gli si riconosce lo statuto dell'avvenimento, cioè qualcuno che accade, una presenza viva in quanto cambia.
La densità di Cristo nella vita si definisce non in forza del far mio quello che lui dice ma nel lasciare che la mia libertà permetta l'incontro con lui come un fatto che in quanto permanentemente riaccade allora è realmente accaduto come qualcosa di oggettivo non di voluto da me. La Maddalena si muove per la coscienza della domanda ma è solo l'iniziativa di un altro che rende possibile il Suo riconoscimento nel quale consiste la conversione. Non dobbiamo produrre la fede con le nostre opere ma permanere nella domanda che mentre preserva dalla tentazione della scontatezza rende possibile il riaccorgersi di qualcosa che riaccade, perché la grazia non è mai parsimoniosa. Il punto allora è: "io ci credo o no?" cioè ci credo a quel livello originario di coscienza dell'io per cui la fede non è fare delle cose che il movimento o la chiesa ci chiede ma è il riconoscimento di qualcuno dentro quelle circostanze che impregnano la vita e non ci separano dalla vita?. Diversamente è una gran rottura oltre che una disumana fatica.
L'esperienza pasquale degli apostoli rimane paradigmatica da questo punto di vista. Qualcosa in loro non tornava perché l'esperienza diceva loro che non si erano potuti sbagliare riguardo a quell'uomo, eppure la realtà parlava di un crocifisso morto, di un bestemmiatore. Il riaccadere definitivo della presenza del Signore cambia tutto, rende certi: non la certezza di chi sa tutto e tutto gli appare "chiaro e distinto" (questo è il riduttivismo moderno-cartesiano della certezza e della verità come certezza) tanto che non ho più bisogno di tornarci sopra perché ormai è acquisito, ma quella certezza che convive col dubbio, che non ti toglie la fatica ma ti lascia il fascino della coscienza di Cristo: "è il Signore!" esclama Pietro nel vangelo di Giovanni, e si butta in mare. La certezza di Lui nell'istante del suo riconoscimento, non può più trattenerlo e si butta in mare per raggiungerlo, fregandosene di tutto il resto perché rivederlo, sentirsi di nuovo guardato e amato da Lui è l'unica cosa che conta davvero nella vita.
L'inizio è la permanenza del Tu di Cristo nel concreto della vita, per cui la fede è inizio non perché soltanto ha afferrato un giorno il mio io ma perché cambia oggi il mio approccio, il mio stare nella mia vita-realtà rendendo possibile per me un nuovo inizio. Ma solo la contemporaneità dell'inizio – cioè del contenuto dell'inizio – rimette in moto l'io permettendogli di ricominciare sempre, malgrado tutto. Una fede reale non soltanto concerne l'oggi ma accade oggi. Se diciamo vita, se diciamo circostanze diciamo tutto, dal quotidiano a quello che ti capita una volta sola. E la differenza è che non sei smarrito rispetto alla vita. Certamente solo un luogo che ridesta la coscienza dell'avvenimento rende possibile un giudizio sul reale che significa una posizione diversamente non guadagnabile nel modo in cui vivo, lavoro, faccio il prete-genitore-figlio-marito. Se invece i gesti che la chiesa ci offre ci allontanano dalla realtà – cioè non aiutano a vivere – se la fede non è risorsa della vita, serve da surrogato o a copertura per chi i conti con la realtà non li fa. Mi ricordo alcuni preti che avevano incontrato il movimento da preti, quando la loro vita e il loro ministero scivolavano via tra perplessità e fatiche. L'incontro con il movimento per alcuni ha significato una passione nuova dentro quelle circostanze, per altri una vita di fuga: life sucks, e allora ricaviamoci uno spazio, dei rapporti dove diventa vivibile, sopportabile, un po' all'altezza di quello che vorremmo. Ma siccome il cristianesimo non ha questa funzione di pararci il culo rispetto al reale, a poco a poco lasci perdere tutto e non te ne frega nemmeno più di portare avanti le iniziative del movimento. Se affermiamo l'inizio viviamo dell'inizio ma solo una presenza che ti ama – e tu riconosci che ti ama – ti cambia il rapporto con la realtà, che è quello che conta perché la questione è "come si fa a vivere".
Una risorsa per vivere, non un anestetico rispetto ai dolori della vita o rispetto a quella quotidianità che tanto ci definisce quanto ci scivola via e da cui siamo sempre pronti a fuggire o guardando in avanti pieni di progetti o, peggio ancora, rivolti all'indietro, nell'assecondare la tentazione inutile di ripensare al passato senza un suo nesso con il presente trasformando la memoria in sterile ricordo. Il problema è che rispetto alla vita tante volte noi ci poniamo come tutti, abbiamo e viviamo della stessa reattività e istintività non nell'esteriorità dei gesti ma nella profondità della convinzione per cui siamo attaccati più a certe cose (situazioni, affetti, abitudini) che a Cristo e di conseguenza: o crediamo di appartenere a Lui senza la mediazione del reale oppure apparteniamo alla realtà senza la misura di Cristo, senza il suo giudizio. E così Cristo è fatto fuori comunque e tutto diventa bella frase da condividere, ma non certezza frutto dell'esperienza vissuta. La verità è carne per noi oppure ormai è dottrina? Una fede reale è una fede impastata di vita, non uno spunto o un riferimento per quello che decidiamo, alla fine a prescindere da Cristo.
E allora occorre tornare all'inizio, a ciò che definisce permanentemente quello che ci è accaduto: il cristianesimo come avvenimento.
La categoria di avvenimento richiama alcune parole imprescindibili, ridurre o trascurare le quali significa ridurre l'avvenimento stesso.
Una cosa che accade inerisce alla storia, tocca la vita, definisce una presenza. Una realtà, un'esperienza, un rapporto diventa avvenimento nella misura in cui intercetta e provoca la tua domanda, ti interpella rispetto a quello che stai facendo e vivendo. Il resto non accade ma scorre, scivola via, non lascia traccia. Un avvenimento è qualcosa che impatta la tua domanda, il tuo bisogno. In un certo senso dove non c'è un bisogno non è possibile che qualcosa che accade diventi avvenimento. La distrazione dalla domanda impedisce l'attrattiva dello stupore, solo nell'orizzonte del quale è possibile la conoscenza come riconoscimento di ciò che accade e che diventa avvenimento perché la domanda è la condizione della conoscenza. La chiesa lo ha sempre detto a proposito della grazia: la grazia è data, è oggettiva ed efficace, certo diventa significativa e fruttuosa solo per quella natura la cui posizione è definita dal bisogno che permette di accorgersi, di "realizzare", cioè di dare realtà a qualcosa che c'è.
Se non c'è il bisogno non ti accorgi di Cristo. Di certo tutto ciò che eminentemente ti sbatte in faccia l'inadeguatezza delle cose e ridesta con prepotenza il bisogno, aiuta di più, ma siccome per come è fatto l'uomo le cose non bastano mai, anche quando tutto fila liscio riconosci che non è abbastanza e l'inadeguatezza delle cose buone che ti "soddisfano" non dipende dalla paura di perderle ma dalla consapevolezza che non sono sufficienti in modo duraturo. Blondel parlava della lezione della sazietà. E siccome bisogno e domanda definiscono un metodo, essi sono la condizione della permanenza della possibilità del riconoscimento dell'avvenimento non solo all'inizio ma sempre, cioè ora. E se le cose non vanno, se Lui non basta vuol dire che non gridiamo il suo nome, non siamo sopraffatti (overwhelmed) dalla sua presenza.
Non oscurare, non dare per scontato (taken fro granted) l'avvenimento è il compito: il tempo di avvento deve diventare il tempo in cui la coscienza è più viva e perciò la domanda più tenuta desta, urlata! Perché senza la domanda non ti accorgi di quello che ti è capitato, ti ricapita di nuovo e solo in quanto riaccade è vero l'inizio, l'accadere originario che ti ha mosso e che ti muove ora perché è presente.
L'avvenimento di Cristo è la permanenza dell'inizio come suo riaccadere e la liturgia è la prima attestazione di questo aspetto. O sta accadendo oppure non è. Il fatto è che noi vorremmo riaccadesse ora come accadde all'inizio, dimentichi che la realtà non è più la stessa, che io non sono lo stesso. Se l'attrattiva, l'inesorabile presenza, non è avvertita (ad-vertere, girarsi verso) con lo stesso stupore che ti fece un tempo vibrare l'anima è perché è finita la domanda, spenta dall'abitudine, soffocata dal lavoro che non facciamo su noi stessi, poiché la spontaneità verso Cristo non ha l'immediatezza che hanno le altre cose: la spontaneità nell'avvertire Cristo, nel volgersi verso di Lui, si chiama santità. Ma questa spontaneità del volgersi verso Cristo (l'avvertire Cristo) è possibile almeno come domanda se permane lo stupore generato da quella diversità di umanità che Cristo determina. Se questa diversità non è impattata oggi, non si capisce quello che ci è capitato. Questa esperienza è "ciò che viene prima" e che determina l'attrattiva che ci muove verso Cristo; in questo senso, nel permanere dello stupore che l'esperienza desta, il cristianesimo è e rimane un avvenimento, non ciò che resta di un avvenimento.
Non ci dobbiamo scandalizzare che in noi ci sia questa tendenza a ridurre l'avvenimento perché è sempre stato così, perché la persona si porta addosso una fragilità che gli appesantisce e rende difficile il riconoscimento di Colui per il quale è stato fatto. Carron del resto porta degli esempi evangelici quando parla dei surrogati: il tornaconto, la riuscita, il potere, gli appoggi sostitutivi di cui sono caduti vittima gli apostoli, e noi non siamo da meno ogni volta che ci chiediamo che benefici ne ho oppure siamo più preoccupati dell'esito di quello che facciamo che dell'imponenza della sua presenza, oppure infine abbiamo la mentalità dei capi, di quelli che capiscono sempre più degli altri e sono destinati ad occupare i primi posti.
Se il cristianesimo è quel che resta di un avvenimento è finita: un valore, un richiamo spirituale (per cui Cristo tante volte è dato per scontato), una bella teoria. Tutte queste cose sono accomunate da un unico aspetto: che Cristo è un fenomeno del passato, un devoto ricordo, a cui ti rivolgi con tutta la devozione, il rispetto, la venerazione, la nostalgia verso l'inizio, il rimpianto ("pensavamo che fosse lui a liberare Israele"), un principio di disillusione. Ti metti a teorizzare, cominci a dare costantemente paragoni tra presente e passato (con la conclusione che prima era meglio, adesso si è perso qualcosa), molli rispetto al presente oppure ti abbarbichi al presente (intimismo e attivismo).
Guardate che queste cose sono all'ordine del giorno e che nella storia è stato sempre così. La decadenza comincia subito, quanto tutto nasce dal ricordo e anziché permanere l'avvenimento pensiamo che Cristo permanga in forza della riflessione che facciamo sull'inizio. Papa Francesco credo sia anche nella sua ingenuità l'esempio di uno che vive dalla permanenza dell'avvenimento, di un quotidiano imbattersi con il Cristo presente. Invece la nostra vita è altrove mentre solo una realtà presente può animare – cioè dare un'anima – al presente, diversamente sono chiacchiere che non c'entrano con l'oggi e con quello che vivo oggi: il lavoro, la famiglia, i nipoti, i problemi, la salute, i bambini piccoli, i rapporti, le mie debolezze, le mie abitudini radicate.
Siamo dunque fregati (screwed)? Se dovesse dipendere solo da noi stiamo freschi, non potremmo mai produrre l'avvenimento; a noi tocca solo il suo riconoscimento perché che Cristo sia presente è un dato oggettivo che dipende solo da Lui. Bisogna unicamente ripartire da lui, ridestare la domanda e l'attesa (il tempo dell'avvento), vivere di quella "certezza curiosa" di cui si parlava alla Giornata d'inizio. Ma l'iniziativa di Cristo per noi, il suo rendersi visibile per noi, è l'oggettività del carisma, come di quella mediazione necessaria che educa permanentemente il mio io a costruire il rapporto con il mistero, nell'orizzonte concreto e quotidiano dischiuso dal riconoscimento della sua presenza. Il carisma, la compagnia, non ha altro ruolo se non rendere possibile l'esperienza del Cristo perché luogo sorgivo del suo accadere e perciò chiesa, poiché la grazia opera attraverso i salvati, non diversamente. Dire carisma significa dire Giussani e il movimento deve essere una glossa a Giussani in quanto vive della grazia che lo Spirito gli ha dato (che è il carisma, il dono).
La domanda, il cuore che cerca, è l'unica cosa che compete a noi perché se viviamo con una domanda sapremo riconoscere che non si può vivere senza la ricerca di un amore che regga davanti alle sfide del vivere. La riuscita della vita è nella costruzione del nostro rapporto con questa presenza senza la quale la vita non è vita, è una frustrazione, un andare inesorabile verso la fine: "sola nel mondo eterna / a cui si volve / ogni creata cosa / in te, morte, si posa, nostra ignuda natura; / lieta no, ma sicura / dall'antico dolor"; sono le parole del coro di morti nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie di leopardi, mummie le quali, più avanti, esclamano: "che fummo? / che fu quel punto acerbo /che di vita ebbe nome?". Perché senza Cristo rimane la domanda senza il senso (che è la cosa più terribile), dove solo la morte può metterti al riparo ("sicura") del dolore che la vita permanentemente ti procura e che rende la vita "punto acerbo" o, per dirla con Pascoli, "atomo opaco di male".
Noi purtroppo ci rassegniamo a tutto, pronti sempre a barattare al fatica con la rinuncia al Destino. Chiediamo invece a Dio la nostra conversione cioè il riconoscimento della presenza del Cristo oggi aiutati da don Giussani che ha fatto giungere a noi la vibrazione del mistero. "Fu guardato e allora vide", dice Agostino: se il senso del reale ti raggiunge puoi vivere la realtà non riducendola alle sue circostanze ma nemmeno prescindendo dalle sue circostanze.
L'io, la coscienza dell'io, è nella consapevolezza di essere fatto, di appartenere a colui che lo fa, per cui tanto più sono io quanto più appartengo a chi mi fa essere e la realtà è il luogo dove si costruisce quest'appartenenza e dunque anche il proprio io, in quanto è il luogo dove siamo chiamati (questa è l'originaria vocazione) a riconoscere la sua presenza. C'è un'implicazione necessaria di io e realtà poiché la realtà è il luogo della presenza e senza questa tensione a Lui la realtà si perde, sfugge, diventa il luogo della distrazione, poiché è la certezza di lui che deve decidere la tua posizione nel mondo. Se c'è questa esperienza viva di Cristo c'è la speranza che si manifesta non come sterile utopia ma come domanda di cambiamento ora, per rendere possibile una diversità non di là da venire ma presente: non una legge a cui essere adeguati ma un amore a cui aderire (cf Giornata d'inizio XI). Sarebbe un moralismo se nella costruzione dell'io secondo la misura della sua presenza fossimo soli; invece siamo in un luogo che non può essere delegato (nessuno può dire io al posto tuo) ma che sostiene questo compito – direi ancora, questa vocazione – nella forma più prossima all'io, cioè la forma dell'amicizia perché poi, alla fine, sono solo gli amici (non altri) che ti possono aiutare.
La comunità deve essere il luogo dell'essenziale. Auguriamoci che anche la nostra vita sia il dispiegarsi nella storia dell'essenziale.
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