Post Image
By antonio.sabetta27 Marzo 2011In Editoriale

Editoriale – 30

Appunti del ritiro di quaresima predicato agli studenti dell'ISSR "Ecclesia Mater" e dei Centri di Teologia per Laici (27 marzo 2011)

 

 "Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa" (Sequenza di Pasqua)

 

 

Introduzione

Come tutti sappiamo la Pasqua è il cuore della nostra fede: il cristianesimo senza la Pasqua è come l'Antico Testamento senza l'esodo e il dono della terra, semplicemente non esisterebbe. Quello che è accaduto negli ultimi giorni della vita di Gesù, ben più di tutto quello che ha detto e fatto, ha cambiato tutto, è il motivo per cui crediamo e per cui siamo qui. La pasqua è il centro come la Chiesa ci ricorda anzitutto dal punto di vista liturgico; l'anno liturgico ruota tutto attorno al triduo pasquale che è il centro e il fine, tanto che anche il ritmo della messa domenicale si struttura attorno alla Pasqua divenendo la "pasqua settimanale". Il mistero pasquale è il polo attrattivo, il riferimento dei sacramenti in particolare del battesimo, e si potrebbe continuare a lungo.

Che quei brevi giorni della vita di Gesù siano stati i più importanti e decisivi ce ne accorgiamo già semplicemente dando un'occhiata ai vangeli, soprattutto i sinottici. Se consideriamo l'ampiezza dello spazio dato alla cronaca minuziosa e dettagliata di quelle ore notiamo che occupano un'ampiezza spropositata rispetto a tutto il resto della vita di Gesù, tanto che uno studioso aveva definito i vangeli il racconto della passione di Gesù con un'ampia introduzione. E del resto, come sappiamo, i vangeli nascono proprio attorno ai racconti del mistero pasquale; i nuclei più antichi e originari della narrazione evangelica sono i racconti della passione morte e risurrezione del Signore, dopo i quali a poco a poco si organizza altro materiale fino a dare ai vangeli la forma con cui li conosciamo oggi.

Ripeto, senza la Pasqua non ci sarebbe la fede perché la nostra esperienza di cristiani è definita dalla fede nel mistero di un Dio che non solo si fa uomo ma muore come noi e risorge proclamando in maniera credibile quella parola di speranza che ci permette di dire che la morte e il male non sono l'ultima parola sul grande mistero del nostro umano vivere. lo ripeteva già san Paolo ai cristiani di Corinto: «Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini» (1Cor 15, 12-19).

Vogliamo allora questa mattina entrare dentro il mistero pasquale, cercare di capire che cosa è successo realmente al Signore, che cosa hanno pensato e vissuto gli apostoli vedendolo morire, il perché del loro terribile sconforto, come ci riferiscono i discepoli in cammino verso Emmaus, e come sia stato possibile che dallo smarrimento e dalla paura si sia passati in breve tempo all'annuncio che quell'uomo non era un morto ma un vivente e un vivente per sempre, tornato a vivere per non morire più. Ma soprattutto vogliamo tentare qualche parola per indicare cosa la Pasqua dica al mondo e alla storia come parola definitiva sul senso del vivere e del soffrire.

 

1. La morte in croce di Gesù: evento e significato

La morte in croce di Gesù è uno dei fatti più certi della sua storia. Meno certa è la data; probabilmente egli morì, secondo precisi calcoli astronomici, il 7 aprile del 30. È controverso se la morte si verificò il 14 oppure il 15 di Nisan (marzo-aprile); probabilmente da un punto di vista storico ha ragione l'evangelista Giovanni: Gesù muore in croce mentre nel tempio venivano sgozzati gli agnelli pasquali (durante la Parasceve della Pasqua, il 14 Nisan). Infatti, se Gesù fosse morto di sabato (come lasciano intendere i sinottici che considerano l'ultima cena di Gesù una cena pasquale ebraica), sarebbe stata improbabile la riunione dell'alto consiglio nel giorno più importante dell'anno; in questa direzione vanno anche il fatto che i discepoli e gli sgherri erano armati e che Simone tornava dalla campagna. Si era, evidentemente, alla vigilia della pasqua ebraica.

Gesù muore in croce; questo tipo di esecuzione era applicato dai romani soprattutto agli schiavi (cf la vicenda di Spartaco); i cittadini non potevano essere crocifissi ma solo decapitati. La crocifissione esprimeva tutto il disprezzo del popolo romano verso lo schiavo che aveva cospirato ed era diventato un ribelle politico. Come ci attesta anche il titulus crucis, Gesù viene giustiziato dai romani con l'accusa di essere un rivoltoso.

Tuttavia, accanto a quella romana, c'è anche una condanna da parte dell'Alto Consiglio, dunque una condanna di natura giudaica. Da questo punto di vista i motivi della condanna a morte furono probabilmente due: la questione messianica, sfruttata anche per costruire l'accusa davanti a Pilato, e il detto di Gesù sulla distruzione del tempio che lo rendevano un falso profeta e un bestemmiatore, come tale meritevole di morte. Volendo allora ricercare le cause della condanna di Gesù e l'esperienza che lo condusse alla morte, i vangeli ne indicano almeno due: – il conflitto con l'autorità religiosa: farisei (il tema della legge), i sadducei (il tema del tempio) e l'accusa di essere un bestemmiatore; – il conflitto con il potere romano che lo giudica un sobillatore dell'ordine costituito;

a) Il conflitto con l'autorità religiosa L'annunzio del regno di Dio e il comportamento corrispondente da parte di Gesù determinarono ben presto un conflitto con i gruppi dominanti nel popolo d'Israele; Gesù se ne attirò l'ostilità, il rifiuto e infine la decisione di farlo condannare a morte. Una decisione che aveva le sue ragioni: Gesù parlava e si comportava infrangendo la legge e la tradizione religiosa di Israele (la legge, il sabato, il digiuno, le beatitudini). In particolare egli rivendicava per sé un'autorità unica che lo poneva al di sopra della stessa legge arrogandosi il diritto di agire come Dio (il perdono dei peccati) senza alcuna legittimazione delle tradizioni rabbiniche e farisaiche. Dunque un primo motivo di scontro fu il suo rapporto con la torah nel quale si poneva al di sopra di Mosè agendo al posto di Dio, comportamento sanzionato con la morte (Lv 24, 16).

Fattore scatenante della sua condanna fu anche il rapporto con il tempio, da cui scacciò i venditori e su cui pronunciò parole profetiche (Mc 14, 58 ecc.). Il tempio era il luogo più santo per Israele e minacciarlo di distruzione era un reato gravissimo. Ma il motivo che determinò forse più di altri la crisi del ministero profetico di Gesù e il suo rifiuto, fu la concezione della messianicità espressa nel suo comportamento; il messianismo di Gesù sconvolgeva le attese di Israele nel punto in cui rinunciava all'idea del ristabilimento dei privilegi politici e religiosi di Israele. Mentre in realtà la morte in croce e la derisione (Mt 27,42) segna la trasformazione del messianismo teocratico nella linea di quello del servo sofferente, tale morte venne interpretata come la prova della falsità della pretesa di Gesù, la smentita delle sue rivendicazioni confermata dalla fuga dei discepoli dinanzi al fallimento del loro maestro.

 

b) Il conflitto con il potere politico Il conflitto con il potere politico spiega la ragione del modo della morte, cioè la crocifissione. Infatti secondo la legge ebraica il bestemmiatore doveva essere lapidato, come accadrà a Stefano, ma Gesù fu crocifisso dai romani che esercitavano il potere politico. Essi, come detto, lo condannarono in quanto sobillatore politico, un rivoltoso; del resto Gesù non elude l'accusa di essere re, non riconoscendo però alla sua regalità l'esercizio della potenza. Tanto Pilato quanto Erode intendevano solo far fustigare Gesù; l'insistenza dei giudei li spinsero a prendere una decisione di morte per le cui motivazioni faceva fede la scritta sopra la croce "INRI". Resta il fatto che il comportamento e la predicazione di Gesù comunque avevano un risvolto politico soprattutto se si considera che Egli contestava al potere politico un carattere di assolutezza, il rivestirsi di un'autorità quasi divina, il suo rivendicare il diritto sulla vita degli uomini.

La morte di Gesù significò anche la crisi della sequela, una vera e propria catastrofe per i discepoli che percepivano, come ogni ebreo, in quella morte ignominiosa la maledizione di Dio, la sua smentita alla pretesa così radicale e unica di Gesù. Dio lasciandolo morire lo aveva pubblicamente smentito, per cui i discepoli videro nella morte la fine delle loro speranze. Infatti Gesù aveva talmente legato la sua causa alla sua persona che la sua morte significava la fine anche della sua causa: mentre nel caso di altri personaggi, gli ideali che questi avevano difeso o per cui avevano lottato potevano essere ripresi e la loro opera continuata dai discepoli, non altrettanto si poteva dire di Gesù che aveva legato in modo indissolubile il suo messaggio alla sua persona. Si pensi al parallelo con Socrate oppure con i tanti nella storia che hanno lottato per la liberazione dei propri popoli oppressi morto come un abbandonato da Dio tutto il suo messaggio perdeva di valore e credibilità. Eppure noi sappiamo che i discepoli si riunirono poco dopo a Gerusalemme costituendo un nuovo inizio segnato dalla missione. Bisogna riconoscere che tra la morte di Gesù e la primissima predicazione degli apostoli dal punto di vista delle cause storiche c'è un abisso incolmabile. Quanto accaduto sulla croce poneva la parola fine alla vicenda; se essa continuò in modo nuovo e dirompente qualcosa, doveva essere nel frattempo accaduto dopo i fatti della morte.

 

2. La risurrezione di Gesù e l'esperienza pasquale dei discepoli

Con una testimonianza unanime il NT ci attesta una situazione a dir poco paradossale; i discepoli, che si erano dispersi dinanzi all'arresto e alla morte di Gesù, si ritrovano di lì a poco ad annunciare che quell'uomo morto in croce ora vive e vive per sempre. Qualcosa dunque doveva essere accaduto che aveva reso possibile e aveva compiuto una radicale trasformazione nei discepoli, soprattutto tenuto conto che le circostanze politiche e religiose della morte di Gesù, nonché la natura del suo annuncio, non davano possibilità di continuare la sua opera, la sua predicazione senza di lui.

Fra morte in Croce e annuncio del Signore vivente esiste uno iato: «tra la morte di Gesù in croce e la primissima predicazione dei suoi discepoli c'è, dal punto di vista delle cause storiche, un non sequitur, un fossato apparentemente incolmabile. La prima, cioè, da sola non spiega la seconda. Non si può dire che la fede cristologica del primitivo cristianesimo gerosolimitano sia nata dalla morte del Nazareno, non solo perché quella morte fu giuridicamente ignominiosa, ma anche perché l'idea di un Messia sofferente e addirittura condannato a morte era troppo estranea alla mentalità giudaica. […] Questo in realtà fu per i giudei il primo "scandalo" (cfr. 1Cor 1,23), ben anteriore all'affermazione della divinità di Gesù, che si aggiunse ad aggravare le cose. E il fatto che questo vero e proprio macigno sia stato superato da alcuni giudei, sia pure discepoli del Nazareno, richiede una spiegazione che risulti proporzionata alla difficoltà di una passo tanto inaudito» (R. Penna).

L'abisso del fossato impedisce che potesse essere colmato dall'idea di un rapimento del cadavere o dell'invenzione del fatto della risurrezione, come spesso nella storia si è sostenuto all'interno di una mentalità "razionalista"; lo iato non poteva essere colmato dagli uomini ma soltanto da un evento di Dio che confermasse il Maestro e la verità del suo vangelo; tale evento fu la risurrezione che manifestò l'assoluta coincidenza d'identità fra il risorto e quel Gesù che aveva annunciato l'avvento del regno di Dio, era stato ripudiato dal popolo e infine condannato a morte dai Romani.

Stando alla testimonianza del NT, subito dopo la morte di Gesù i discepoli annunciano che Dio ha risuscitato Gesù, che il crocifisso si è mostrato loro di nuovo invitandoli a proclamare questo fatto al mondo intero. Tutti i testi del NT concordano nell'attestazione della risurrezione di Gesù come realtà oggettiva che ha dei testimoni non dell'evento in sé ma del manifestarsi del risorto. Non qualcosa di sperato o di ipotizzato dai discepoli ma un fatto sul quale non ci fu mai in tutto il cristianesimo primitivo alcuna oggettiva diversità di opinioni ma solo una concordanza unanime. Dunque un fatto, per quanto senza analoghi, poiché la risurrezione non fu la rianimazione del cadavere di Gesù né il ritorno alla vita mondana-empirica: Gesù non risorge per tornare a morire ma per entrare in una forma di esistenza diversa rispetto ai modi abituali delle persone umane.

Eppure l'inizio non fu così chiaro ed unanime come la testimonianza che seguì. I vangeli e gli Atti ci riferiscono l'incredulità, la durezza di cuore (Mc 16,14), i dubbi (Mt 28,17), l'ipotesi di vaneggiamenti (Lc 24,11; 24,24), la rassegnazione (Lc 24,21), lo stupore e lo spavento (Lc 24,37; Gv 20, 24-29). Tutto questo depone a favore della credibilità dei discepoli: non c'erano motivi di trasmettere tutti questi elementi se così non fossero realmente accaduti. Del resto, data la rarità e genericità dei pronunciamenti di Gesù sulla sua risurrezione, questa era inaspettata, come indicano il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, la fuga dei discepoli dopo l'arresto nel Getsemani, le donne che vanno al sepolcro per piangere su di esso, la tomba vuota che suscita perplessità, le stesse apparizioni del risorto che in un primo momento non dissipano del tutto i dubbi. Ciò che appare ancor più significativo è il modo in cui l'annuncio di Pasqua ci è stato tramandato. Infatti i generi letterari sono di due tipi: le confessioni di fede (che rappresentano la forma più antica) e i racconti dei Vangeli (più recenti).

I formulari di fede rappresentano il filone più antico della tradizione e si tratta di professioni di fede liturgica o kerygmatica; molto spesso si rinvengono all'interno dei testi del NT ma sono più antichi rispetto alla redazione dei testi in cui sono inseriti. Ci soffermiamo ora su una confessione di fede particolarmente importante per la sua antichità: «(3)Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, (4) fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, (5) e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15, 3-5) Si tratta di un testo sicuramente prepaolino come lascia intendere il v. 3; esso è espressione della tradizione, già in uso negli anni 40 o forse anche prima. La struttura rivela le sottolineature del contenuto del credo; si tratta di quattro frasi costruite su quattro verbi ma la confessione è basata su due affermazioni principali: la morte e la risurrezione di Gesù sostenute da affermazioni di supporto come a dire che "è tanto vero che morì che fu sepolto ed è altrettanto vero che risuscitò che fu visto". Il messaggio non è invenzione dell'Apostolo, ma lui stesso l'ha ricevuto all'interno di un dinamismo di trasmissione che si esprime secondo lo schema della par£dwsij (= traditio): consegna – ricezione – trasmissione. I contenuti del messaggio sono indicati attraverso quattro verbi: morì, fu sepolto, è risorto, apparve, di cui tre sono all'aoristo, esprimendo eventi che una volta accaduti restano consegnati al passato, mentre il risorgere è espresso con il perfetto, trattandosi di un evento che continua, sicché Cristo è morto, ma non rimane morto, fu sepolto, ma non rimane sepolto, è apparso, ma non continua ad apparire, mentre è e rimane risorto (qui la metafora è quella del risveglio): il perfetto dice che l'evento passato caratterizza il presente: "egli è risorto ed ora è vivo". L'espressione morì "per i nostri peccati" sta ad indicare da un lato il fatto che la morte di Gesù è causata dal peccato, trattandosi di una palese ingiustizia, che si consuma in un mondo in cui domina il peccato, dall'altro Gesù morì in favore dei nostri peccati, ossia per liberarci dalla schiavitù del peccato (significato redentivo). Ancora: l'espressione ricorrente "secondo le Scritture" sta ad indicare la conformità dell'evento al piano salvifico di Dio realizzato nella storia della salvezza ed attestato nelle Scritture (che qui ovviamente sono quelle dell'Antico Testamento). Sicché tale affermazione, che riguarda la morte e la risurrezione, sta ad esprimere teologicamente la continuità, nel senso del compimento, fra l'evento pasquale e l'antica alleanza.

A differenza dei formulari di fede, i racconti pasquali dei vangeli fanno leva sul sepolcro vuoto e sulle apparizioni del Risorto. Il racconto del sepolcro vuoto è l'unico racconto pasquale comune a tutti i Sinottici anche se le divergenze sono significative. La forma letteraria più antica è Mc 16, 1-8 da cui dipendono letterariamente Mt 28, 1-7 e Lc 24, 1-11; anche Gv 20, 1-13 è un racconto dallo stesso contenuto. Si noti da subito che la tomba vuota non viene mai menzionata nei formulari di fede e non a caso, evidentemente, ma perché lungi dall'essere una "prova certa" della risurrezione è piuttosto un "segno ambiguo" che diventa prova se prima vi è la fede nella risurrezione. Altrimenti la sua ambiguità non guida alla fede tant'è che una tomba vuota può significare una morte apparente, un cadavere trafugato ma non necessariamente un corpo risorto.

Del resto l'analisi dei testi evangelici mostra che essi convergono solo su due elementi, la visita delle donne e la presenza angelica, mentre divergono su tutta una serie di particolari significativi . Tutto questo dice che è difficile una ricostruzione degli avvenimenti del mattino di Pasqua e che non c'è negli evangelisti l'intenzione di offrire un resoconto storico. Non dimentichiamo che l'evento della risurrezione non ebbe testimoni diretti ed oculari nel senso di persone che videro quello che effettivamente accadde nel sepolcro. Il racconto di Mc, che è il più antico, manifesta come egli non intenda fare un resoconto storico; infatti il desiderio di ungere un cadavere già avvolto in un lenzuolo di lino non trova riscontro in alcuna usanza del tempo ed è altrettanto poco probabile che le donne solo quando sono sulla via che conduce al sepolcro pensino di aver bisogno di aiuto per rotolare il masso all'ingresso della tomba. In realtà tutto il racconto è costruito in vista dell'annuncio dell'angelo: «è risorto, non è qui. Ecco il luogo dove lo avevano deposto» (Mc 16,6). Il messaggio della risurrezione costituisce il nucleo strutturale del racconto; tutto il resto funge da cornice espositiva. Questo non cancella la storicità della scoperta e il fatto incontestabile dell'andata delle donne al sepolcro. È legittimo ritenere che il racconto sia una eziologia cultuale, un racconto cioè che intende legittimare una celebrazione di culto della comunità primitiva di Gerusalemme attorno alla tomba di Gesù il giorno di Pasqua annunciando la buona novella della risurrezione e indicando come segno di tale evento il sepolcro vuoto.

L'evento che toglie l'ambiguità alla tomba vuota e che genera la fede nella risurrezione, a partire dalla quale acquista senso per la fede anche il segno della tomba vuoto, è la testimonianza di fede sulle apparizioni del Risorto. A differenza del sepolcro vuoto, le apparizioni sono esplicitamente menzionate nel kerygma, come abbiamo visto in 1Cor 15. Esistono, tuttavia, diversità nelle fonti, nei destinatari, sui luoghi e sul numero delle apparizioni.

Al di là delle differenze, nei resoconti delle apparizioni sono certi i seguenti dati: luogo originario delle apparizioni è (come bene riferiscono Mc 16,7; Mt 28,16 20 e il capitolo postumo di Gv 21) la Galilea, invece la loro localizzazione a Gerusalemme da parte Lc 24 e Gv 20 è redazionalmente condizionata. Ciò non esclude la possibilità di altri incontri del Risorto in Gerusalemme o nelle vicinanze. Le diverse narrazioni concordano nell'affermare che Gesù dopo la morte è apparso ai discepoli e alle donne, ha dimostrato ancora di essere vivo ed è stato annunciato come risorto dai morti. Questo è il centro e il fulcro attorno al quale ruotano tutte le tradizioni dei racconti pasquali; la risurrezione come tale non viene mai narrata o descritta. Nessun teste asserisce di aver visto Cristo nell'atto di risorgere.

D'altra parte, gli enunciati della tradizione sulla risurrezione di Gesù non sono affermazioni neutrali, ma confessioni e testimonianze prodotte da gente che crede. Non è possibile dissociare il loro contenuto dalla forma che li riveste. La realtà della risurrezione è inscindibilmente congiunta con la sua attestazione. Ciò significa che la risurrezione non è soltanto un avvenimento del passato, ma un fatto del tutto singolare e irripetibile che coinvolge colui che testimonia. Al di là della ricostruzione storica del decorso degli eventi, è importante individuare l'intenzionalità catechetica di ciascun evangelista, poiché i racconti delle apparizioni intendono verosimilmente indicare alle nuove generazioni di credenti il modo di fare esperienza del Risorto nel loro tempo. L'annuncio unanime dei testimoni della risurrezione muove da esperienze, esprime una fede e intende provocare un'adesione di fede. È utile distinguere tra il momento del sorgere della fede e il formarsi della sua espressione. Tra questi due momenti, infatti, corre una distanza. La testimonianza contenuta nei testi è il momento conclusivo di una elaborazione, che ha già prodotto i suoi frutti. Tuttavia, è possibile individuare qualcosa dell'esperienza iniziale e delle tappe intermedie che l'hanno prodotta. Certamente il sepolcro vuoto e la Scrittura hanno concorso alla formazione della fede pasquale, ma non l'hanno né originata né provocata. La fede nasce dall'incontro del risorto e dalla sua autotestimonianza ai discepoli. L'esperienza pasquale consiste nel fatto che contrariamente ad ogni attesa, Gesù s'impone agli apostoli come vivente. Il NT descrive questo evento in termini di "apparizione" che richiama, come detto, le antiche teofanie. Nelle varie narrazioni delle apparizioni è possibile distinguere una struttura caratterizzata da tre momenti che hanno per protagonista il Cristo risorto: l'iniziativa, il riconoscimento, la missione. Il motivo principale, comune a tutti i racconti delle apparizioni, è la conferma della risurrezione mediante l'apparizione personale del Signore. Gli altri due momenti appaiono in due gruppi di racconti, nei quali prevale ora il motivo della missione, ora quello del riconoscimento a cui è collegato il motivo del dubbio e della prova d'identità.

 

3. La Pasqua speranza e risposta al dramma del male e della sofferenza

Fin qui l'alquanto troppo riassunto dato biblico da cui è sempre doveroso e necessario partire e che vorrei rileggere ora partendo da alcune suggestioni del vangelo di Giovanni che ci aiutano ad entrare dentro questa realtà. Nel contesto del dialogo con Nicodemo Gesù afferma: «Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia (non vada perduto) ma abbia la vita eterna» (3,16).

Parole che ci parlano del mistero della redenzione e della salvezza come liberazione dal male. In quel versetto incontriamo la dinamica reciproca e feconda di donazione che appartiene tanto all'essere del Padre, il quale "dà" il Figlio, quanto all'essere del Figlio il quale "si dà" obbedendo al disegno del Padre, e da questo reciproco donarsi – l'uno rinunciando a quanto di più caro abbia, l'altro rimettendosi completamente alla volontà di colui che lo ha dato – accade la liberazione del mondo ovvero la salvezza come vita eterna, frutto di tale donazione accolta nell'amore (la fede). Questa salvezza è riservata a coloro che hanno la fede (chi non crede resta nelle tenebre, fuori dal dono della salvezza) e consiste essenzialmente nel "non morire" e nell'avere la vita eterna; l'uomo muore quando perde la vita eterna, quando fa l'esperienza della rescissione definitiva del legame con Dio, ovvero della dannazione come sofferenza definitiva.

Nel vangelo di Giovanni la parola "vita" ricorre 36 volte; essa come zoe è distinta da bios per indicare che la vita che Dio dona in Cristo ai credenti (zoe) è distinta dalla vita puramente naturale degli altri esseri (bios). Va detto, inoltre, che in Giovanni "vita" e "vita eterna" significano la stessa cosa: la vita è la vita eterna, ma, attenzione, l'aggettivo "eterna" non assume una connotazione primariamente temporale, come a dire che la vita eterna è la vita dopo-oltre la morte; solo talvolta la nozione della vita eterna ha una connessione con i temi della risurrezione finale e del giudizio, ed ha quindi una connotazione escatologica anche in senso temporale (cf Gv 3,14-16; 5, 21-30 ecc), mentre in realtà l'idea di vita eterna significa la vita divina che nel presente viene donata agli uomini da Cristo, il quale è la vita.

Gesù è dunque la vita; ce lo dice da subito il vangelo al v. 4 del prologo nel quale si descrive il rapporto del logos con la sfera umana. Come per l'intera creazione Egli è stato il mediatore della sua esistenza (cf 1,3), così per gli uomini è il trasmettitore di tutto ciò che conferisce pienezza e significato alla loro particolare esistenza. Il logos è vita e luce, due concetti strettamente legati tra loro anche se quello di vita è il principale, mentre quello di "luce" lo qualifica mettendo la vita sotto un aspetto particolare: la vita che era nel logos significa per gli uomini la luce; Gesù è la luce vera che illumina ogni uomo (1,9), chi lo segue avrà la luce della vita (8,12): vita che diventa luce, luce che è forza di vita.

Nella prospettiva giovannea, il Padre ha concesso al Figlio il dono di avere la vita in se stesso (5,26); per tale ragione questa idea di Gesù come la vita stessa, si esprime poi nel vangelo mediante l'utilizzo dei simboli delle realtà più essenziali per la vita umana come l'acqua, il pane, la luce che vengono applicate a Cristo. Egli diventa, in quanto vita, la fonte d'acqua viva (cap. 4), il pane di vita (cap. 6), la luce del mondo (8,12). Si osservi lo stretto parallelismo tra tre passi: Gv 1,4; Gv 8,12 ("Io sono la luce del mondo, chi mi segue avrà la luce della vita"), Gv 14,6 ("Io sono la via la verità e la vita"). Talvolta l'evangelista esprime la stessa idea mediante altri simboli presi dalla tradizione del popolo ebraico, come quello del serpente (3.14), oppure del pastore, fino all'affermazione forte e significativa circa il fatto che lo scopo dell'incarnazione si riassume nel "dono della vita": si veda 10,10: "sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza". Giovanni ripete così che «Gesù spegne la sete, sazia la fame, dà la gioia, assicura la guida di cui c'è bisogno perché la vita cresca e si sviluppi» (R. Cavedo).

Altro luogo evangelico che ci fa capire il senso di Gesù vita e signore della vita, sono i miracoli che nel vangelo di Giovanni sono chiamati "segni": gesti che nascono dalla fede e devono condurre alla fede. Il valore di questi segni, come rivelatori della vita, emerge con chiarezza in alcuni casi: nell'episodio della guarigione del figlio dell'ufficiale (4, 46ss), nel commento alla guarigione del paralitico in 5,21 ("come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole"), e soprattutto nell'episodio della risurrezione di Lazzaro, dove Gesù dichiara: "Io sono la risurrezione e la vita" (11,25). Dunque Gesù, in quanto vita, dona la vita in abbondanza e diremo che non c'è vita autentica se non tramite Cristo: egli è il vero cibo, il buon pastore, la luce vera; ma soprattutto Cristo è la fonte vera della vita perché viene dal Padre ed è a Lui unito. Al dono della vita corrisponde, nei credenti, l'accoglienza della vita, accoglienza che nel vangelo si esprime nel rimanere di Cristo e del Padre nei discepoli, e di questi in loro, come suggerisce l'allegoria della vite e dei tralci: la vita vera è quel nuovo modo di porsi e di agire nel mondo che il Verbo di Dio ha iniziato nella sua "carne" per estenderlo, mediante lo spirito, a tutti quelli che si affidano a lui.

Allora: Gesù dà la vita, ma il suo donare la vita non può prescindere dall'assumere in sé ciò che nell'uomo rappresenta la negazione della vita, ovvero la sofferenza. Cristo tocca e sradica le radici trascendentali del male, ovvero il peccato e la morte, e per vincere il male deve vincere sia il peccato, mediante l'obbedienza al Padre fino alla morte e alla morte di croce, sia la morte, mediante la risurrezione. Nella prospettiva giovannea il male/sofferenza sul piano storico e temporale possiede un intrinseco legame con il peccato il quale viene a costituire lo "sfondo peccaminoso" in quanto genera disordine sia sul piano personale che su quello sociale.

Il Figlio, dunque, nella sua missione di liberazione dell'uomo, intende sottrarlo al dominio del peccato che attraversa la storia e al dominio della morte mediante il dono di quella vita eterna che, in prospettiva escatologica, significa la cancellazione della sofferenza. È una vittoria che non è di là da venire in quanto si è già compiuta nella storia, ma tuttavia non può abolire le sofferenze, le quali sono connesse con la nostra naturale finitezza; Egli piuttosto getta una luce diversa sul dolore, la luce, appunto, della salvezza. La luce nuova è che Dio ha amato il mondo, e non solo a parole, ma si è talmente "esposto" nell'amare questo mondo che ha dato il Figlio; anziché punire il mondo per i suoi misfatti ha chiesto al figlio che fosse lui a portare il peccato e il dolore del mondo; questa è la verità che cambia dalle fondamenta il quadro della storia dell'uomo e della sua situazione terrena (cf Salvifici Doloris 15).

Il riscatto, tuttavia, non accade a parole ma mediante l'avvicinarsi costante al mondo dell'umana sofferenza, come si vede nella predilezione di Gesù, durante il suo ministero, verso coloro che erano nella sofferenza, e nell'indirizzare il vangelo delle beatitudini a coloro che erano provati da svariate sofferenze.

Ciò che più conta è che Cristo non solo si è avvicinato ai sofferenti ma ha assunto questa sofferenza su di sé sotto forma di fatica, incomprensione, ostilità (dei nemici, dei parenti, degli amici), persecuzione e morte ingiusta. Chi, come Pietro, pensa che la salvezza possa accadere senza la sofferenza è del tutto fuoristrada, addirittura è uno che pensa come Satana (cf Mt 16,23); viceversa la redenzione, cioè il dare la vita e sconfiggere la morte, avviene per mezzo dell'assunzione della sofferenza e della morte, un'assunzione consapevole e libera che conferisce valore salvifico al dono che Gesù fa di sé nell'obbedienza al disegno del Padre.

Vorrei insistere su questo aspetto che mi sembra fondamentale; nella prospettiva della fede cristiana non si può redimere la sofferenza senza soffrire, senza farla propria, e Cristo l'ha fatta propria fino in fondo, come il "servo sofferente" del Signore di cui ci parla il profeta Isaia. Nella descrizione di quella figura quasi ritroviamo i tratti e i momenti della passione di Cristo .

La grandezza del sacrificio di Cristo è il suo addossarsi le sofferenze/peccati di tutti gli uomini benché innocente e senza peccato. Per redimere egli deve condividere, come uomo e come Dio, ciò che va redento. Siamo così rimandati alla Passione ovvero al Getsemani e al Golgota, su cui occorre spendere qualche parola in più.

Anzitutto l'esperienza al Getsemani. L'evangelista Matteo (cf 26,39) ci racconta la preghiera di Gesù: "Padre mio, se è possibile passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!" La sofferenza volontaria e innocente di Gesù accoglie il grido di Giobbe al quale dà il massimo di risposta; leggiamo nella Salvifici doloris: «Cristo dà la risposta all'interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza non soltanto col suo insegnamento, cioè con la Buona Novella, ma prima di tutto con la propria sofferenza, che con un tale insegnamento della Buona Novella è integrata in modo organico ed indissolubile. E questa è l'ultima, sintetica parola di questo insegnamento: "la parola della Croce", come dirà un giorno San Paolo» (18).

Ma oltre al Getsemani c'è l'esperienza del Golgota in cui emerge tutta la verità, profondità e intensità della sofferenza di Gesù nello spavento che essa gli provoca: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?". Il grido di Gesù in croce, il suo soffrire e il suo modo di morire, che compiono la scrittura e la storia, rivelano che la sofferenza è stata definitivamente legata e vinta dall'amore; sempre Salvifici doloris scrive: «Si può dire che queste parole sull'abbandono nascono sul piano dell'inseparabile unione del Figlio col Padre, e nascono perché il Padre "fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti" (Is 53,6) è sulla traccia di ciò che dirà San Paolo: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore" (2Cor 5,21). Insieme con questo orribile peso, misurando "l'intero" male di voltare le spalle a Dio, contenuto nel peccato, Cristo, mediante la divina profondità dell'unione filiale col Padre, percepisce in modo umanamente inesprimibile questa sofferenza che è il distacco, la ripulsa del Padre, la rottura con Dio. Ma proprio mediante tale sofferenza egli compie la Redenzione, e può dire spirando: "Tutto è compiuto" (Gv 19,30)» (18).

Occorre approfondire due aspetti della passione di Gesù: l'esperienza dell'abbandono e lo scandalo della forma della morte di Gesù.

Anzitutto l'esperienza dell'abbandono. Che per Gesù fosse inevitabile un destino di sofferenza e di morte lo si capisce subito dall'ostilità crescente nei suoi confronti da parte delle autorità. Egli, quindi, aveva di sicuro messo in conto una fine tragica e violenta, considerando già la sorte di tanti profeti dell'AT. Tuttavia questa costatazione non spiega il profondo tormento del patire e del morire di Gesù. Egli non muore come, ad esempio, morirono i martiri dopo di lui, non va in croce sorridente e contento; piuttosto morì "con forte grido e lacrime" (Eb 5,7) e secondo Mc 15,34 emise un alto grido che Mt e Lc riportano in una frase del Salmo 22: "mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?". Eppure Gesù spira pacificato, consegnando il suo spirito nelle mani del padre. Nella morte in croce convivono una drammaticità notevole ma anche la fiducia che solo alla fine viene riposta nel Padre (proprio come il salmo 22 che comincia con un lamento e si conclude con l'abbandono fiducioso a Dio e alla sua volontà).

L'abbandono di Gesù ha un duplice senso: da parte di Dio e in Dio. Si possono individuare tre motivi causanti la desolazione e la passione di Cristo: a) Il fallimento della missione; la storia conferma ancora un volta il trionfo dei forti e dell'ingiustizia. b) La sofferenza del giusto consegnato alla persecuzione dei suoi nemici, angoscia sperimentata da numerosi giusti nell'AT ed attestata dai Salmi. c) L'abbandono doloroso del Padre nella cui comunione egli ha vissuto tutta la vita. Citando il salmo 22 (citare le prime parole equivaleva nella tradizione a citare tutto il salmo) Gesù si appella non alla fedeltà di Dio ma alla fedeltà di suo Padre, del quale Egli si è fatto garante predicando la buona novella della venuta del suo regno. Nel momento in cui più Gesù desidera la confortante presenza del Padre, ne sperimenta il più assoluto silenzio e abbandono, generatore di un'angoscia unica, come unico era il tipo di rapporto esistente fra Gesù e il Padre. Tuttavia a questa esperienza dolorosa Gesù unisce l'offerta fiduciosa di sé nelle mani del Padre: è l'abbandonato, ma non il disperato. All'abbandono di Dio corrisponde da parte di Gesù l'abbandono in Dio.

Ecco allora il mistero della fede, la "condivisione" di Dio della nostra natura umana, poiché l'umanità di Cristo non è stata una parentesi nella storia trinitaria del Verbo ma quell'umanità è nel seno della Trinità. Incarnandosi Dio condivide ogni aspetto della natura umana, anche la morte. Come leggiamo nella lettera agli Ebrei: «Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. Infatti, egli non viene in aiuto ad angeli, ma viene in aiuto alla discendenza di Abramo. Perciò, egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l'espiazione dei peccati del popolo. Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati» (2, 14-18).

Non solo Gesù soffre e muore ma vive anche l'esperienza più triste che possa accompagnare la sofferenza: la solitudine, quella che lui avvertì dinanzi al silenzio del Padre nel momento estremo della prova e del bisogno della sua consolazione.

Il secondo aspetto è lo scandalo della forma della morte di Gesù. Il compimento dell'incarnazione è l'assunzione non solo della natura umana ma della finitezza che appartiene alla natura umana, fino al suo tratto estremo rappresentato dalla morte. La caratteristica più propria della finitezza non è la semplice vita temporale, bensì la morte, il dolore della morte, quale punto estremo della finitezza. Assumendo questa morte Gesù rivela anche il più alto amore.

L'assolutezza dell'amore, la sua grandezza, emerge soprattutto se si considera il modo della morte ovvero la morte in croce: è l'abisso della finitezza perché non naturale ma disonorante, appunto, morte in Croce; agli occhi di un ebreo la morte in croce era riservata ai bestemmiatori, era una morte vergognosa; ebbene l'assunzione di Cristo arriva fino a questo punto estremo, fino a identificarsi con il disonore più grande trasformando la croce da segno di maledizione a strumento di salvezza.

Per quanto possa sembrare strano, è il filosofo Hegel che ci offre delle straordinarie parole su questo punto centrale della fede; nel terzo volume delle Lezioni sulla filosofia della religione infatti si legge in riferimento alla kenosi di Dio e l'assunzione da parte di Dio dell'altro da sé nella finitizzazione di sé incarnandosi: «La più alta finitezza non è la vera vita temporale; bensì la morte, il dolore della morte è la più alta negazione, la più astratta, lo stesso limite naturale, la finitezza nel suo più alto estremo. […] Ma questa morte è anche il più alto amore. In realtà l'amore è questa identità del divino e dell'umano e questa finitizzazione della coscienza è spinta fino all'estremo, la morte […]. La morte di Cristo è l'intuizione stessa di questo amore assoluto non per l'altro, non a causa di altra cosa, bensì la divinità è appunto in questa identità universale con l'alterità, la morte. L'amore è questa immensa unificazione di questi estremi assoluti». L'assolutezza dell'amore, la sua grandezza, emerge soprattutto se si considera il modo della morte ovvero la morte in croce: è la punta estrema (l'abisso) della finitezza perché non naturale ma disonorante, appunto, morte in Croce. La forma di questa morte ("disonorante") è l'aspetto più importante; la Croce cessa di essere segno di maledizione e diventa strumento di salvezza: ««nella morte naturale viene trasfigurata la finitezza come semplicemente naturale; ma in questo caso il disonore civile, la croce, viene trasfigurato; ciò che nella rappresentazione era quanto vi è di più vile, mezzo dello stato per disonorare l'individuo, si cambia nel più alto onore. La croce, che era considerata la cosa più bassa, è divenuta la più elevata» .

La morte è assunta, il male viene fatto proprio da Dio e solo così è vinto; come recita la sequenza di Pasqua: "morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello" ma la morte è stata sconfitta e dunque il senso del vivere, del soffrire e del morire, non è il nulla, verso cui la morte sembra condurre i destini dei singoli come dei popoli , ma il tutto compiuto e pieno, quel regno di Dio iniziato su questa terra e destinato a essere la dimora definitiva dell'umanità sofferente e angustiata.

Certo, non c'è redenzione senza incarnazione, senza assunzione nella propria carne del male in ogni sua forma e fino alla radice abissale del suo darsi, ma allo stesso tempo non è un morto che vince la morte ma un vivente e allora la croce si illumina di senso nella luce della risurrezione, quell'evento fondatore e costituivo della fede senza il quale tutta la fede non avrebbe senso. È la risurrezione la parola di Dio sul mistero del dolore e del male e sulla loro non ultimatività.

 

svgEditoriale - 29
svg
svgEditoriale - 31

Commenti recenti

Archivi