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By antonio.sabetta12 Dicembre 2010In Editoriale

Editoriale – 25

Testo del Ritiro d'Avvento predicato agli studenti dell'ISSR "Ecclesia Mater" e del Centrio di Teologia per Laici (Roma, 12 dicembre 2010)

 

 

Introduzione

Siamo nel tempo dell'Avvento, il tempo dell'attesa. "Attesa", questa parola che ci defi-nisce tutti, come scriveva Pavese: "In verità siamo tutti in attesa". E noi sappiamo quanto spesso nella nostra vita sia bella l'attesa di qualcosa di grande che debba accadere, oppure quanto l'attesa ci snerva e sfianca; spesso conta di più l'attesa che non l'evento. Qualunque cosa la vita ci riserva siamo in attesa, non possiamo farci nulla, non possiamo vivere il tempo che ci separa dagli eventi con una indifferenza, con lo stare ad aspettare senza attendere; il nostro cuore è "attesa", cioè è sempre "teso verso". Chi è indifferente rispetto agli eventi è un uomo finito che ha rinunciato alla sua umanità.

L'avvento è il tempo dell'attesa, dell'essere tesi verso il venire del Signore, ma è anche il tempo della preparazione. Nella vita tutte le cose o i momenti che contano, come tante volte ci ripetiamo, devono essere preparati adeguatamente. Nessuno è trascurato rispetto alle cose importanti, a quelle a cui più tiene; per essere all'altezza della persona che dobbiamo incontrare, dell'esame che dobbiamo fare, del momento che dobbiamo vivere, ci prepariamo dando il meglio e facendo del nostro meglio perché sappiamo che se vogliamo vivere bene quella circostanza dobbiamo prepararla. Mi viene sempre in mente un'immagine agricola, provenendo io da una famiglia di agricoltori; non potrai mai pensare di avere un buon raccolto se non prepari bene il terreno, se non lo lavori con attenzione, pazienza, al momento giusto. Magari la tua dedizione potrà non bastare – perché l'annata non sarà buona a causa della siccità o delle piogge o di altro – ma certo la terra non darà mai un frutto abbondante senza che la si lavori, senza che venga preparata adeguatamente.

Dove non c'è preparazione, dove non c'è attenzione, prevale la distrazione, per cui non viviamo bene quello che accade o, detto altrimenti, la realtà non lascia tracce dentro di noi. E questo non vale solo per la vita in generale ma vale anche per la fede in particolare. Natale sta per venire ma se non ci prepariamo, se non lo attendiamo, il Natale passerà e la nostra vita sarà sempre la stessa, dopo aver consumato l'emozione bella delle atmosfere natalizie, dei canti e della liturgia della notte ecc.

Il senso della ciclicità del tempo liturgico esprime anche questa preoccupazione pedagogica della Chiesa nei nostri confronti: poiché noi viviamo normalmente distratti, le cose vengono ripetute, c'è data la possibilità di "tornare", di far sì che la meditazione del mistero dell'incarnazione renda il Signore meno estraneo e più coestensivo alla nostra vita e al nostro io.

 

1. Incontrare il Tu di Cristo per trovare se stessi

Vorrei avviare questa meditazione mettendo a tema la questione decisiva dell'umano dalla quale occorre partire per guardare al mistero dell'Incarnazione e alla quale tornare in forza dell'Incarnazione. L'idea che vorrei trasmettere e su cui voglio riflettere è che se non prendiamo a cuore il nostro umano non ci rendiamo conto del significato del Signore o rischiamo di ridurlo alla nostra misura e, allo stesso tempo, solo l'avvenimento del Dio fatto uomo ci rimette nella nostra vita rendendoci fino in fondo autenticamente affezionati al nostro umano.

Quanto al primo aspetto: «Nell'affrontare il tema dell'ipotesi di una rivelazione e della rivelazione cristiana, nulla è più importante della domanda sulla reale situazione dell'uomo. Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente di cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse conto della natura di quel dinamismo che rende l'uomo uomo. Cristo infatti si pone come risposta a ciò che sono "io" e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome».

Ma cosa rende l'io autenticamente io, cioè, come l'io cambia? Solo attraverso la con-cretezza dei fatti. "Et verbum caro factum est": ogni giorno recitando l'Angelus noi facciamo memoria che il cristianesimo è un "fatto". Un fatto avviene, ed avviene nella storia segnando un prima e un dopo, uno spartiacque. È così anche per noi: l'incontro con Cristo è il fatto che divide la vita, per cui ciò che era prima è altro da ciò che è venuto dopo. Magari le circostanze non sono cambiate, di sicuro la nostra vita non si è semplificata, ma certo è diventato più umano il modo di starci dentro: Cristo non è uno che ti risolve i problemi chiamandoti fuori dall'arena, ma ti pone dinanzi alla tua vita (e alla storia tutta) in una posizione umanamente migliore, poiché guardi alle cose secondo la loro verità, cioè secondo Cristo stesso.

Tutto quello che siamo scaturisce da quello che abbiamo incontrato: ogni fibra del nostro essere è un'altra cosa perché abbiamo incontrato Cristo; chi non è definito in ogni dettaglio dall'avvenimento se lo ponga come domanda. Pensiamo ad Abramo: l'abbraccio rivoltogli da Dio, l'avvenimento dell'inizio, ha modificato la sua vita, non solo la sua coscienza ma la sua vita perché Dio chiede cose concrete, come fa con Abramo al quale chiede di lasciare la sua terra, la sua storia e di ricominciare daccapo.

È solo dall'avvenimento che rinasce l'io e per questo Dio cambia il nome. Anche Cri-sto cambierà il nome a Simone e questi non sarà più Simone ma Pietro, perché il suo "io" esiste solo in quanto c'è il Tu di Cristo che lo ha chiamato. Puoi dire io se il mistero ti si fa incontro assumendo la forma del Tu che ti chiama, ma se non c'è la domanda dell'io non te ne accorgi.

 

2. "Cos'è l'uomo perché te ne curi, il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?" (Salmo 8): attesa e desiderio

Ora l'uomo è domanda, cioè desiderio di capire quello che vive e gli accade, ovvero di cogliere il senso delle cose, del suo vivere e morire. Egli è l'unica creatura che non si accontenta di vivere e basta, ma si chiede che senso abbia ogni cosa bella o brutta, fonte di gioia o dolorosa. Mi vengono in mente le parole di Giovanni Paolo II: «Un semplice sguardo alla storia antica, d'altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture diffe-renti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell'esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sa-rà dopo questa vita? […] Sono domande che hanno la loro comune scaturigine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell'uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l'orientamento da imprimere all'esistenza» (Fides et ratio, 1).

Il punto in questione è: non possiamo vivere senza cercare il senso, la ragione che dia intelligibilità adeguata a quello che viviamo, alle circostanze più prosaiche ed ordinarie, e ai fatti più terribili, dolorosi e faticosi che la realtà ci riserva.

Chi più di Leopardi ha espresso la domanda che l'uomo è? Penso in questo momento a quel testo che più ci appartiene e amiamo, il Cantico di un pastore errante dell'Asia: «Dimmi, o luna: a che vale/ Al pastor la sua vita,/ La vostra vita a voi? dimmi: ove tende / Questo vagar mio breve,/ Il tuo corso immortale?» (16-20). Forse, continua il poeta tu sai cosa significhi il nostro vivere e patire e morire (vv. 62-68). E ancora la domanda incalzante vv. 85-89: "ed io che sono?"; è una domanda ossessiva, ininterrompibile, che non dà "pace o loco" (120-121).

È struggente l'esperienza della caducità di tutte le cose che cozza terribilmente con l'altrettanto certezza del nostro "tant'alto sentire". Da un lato la constatazione che tutto finisce, tutto passa, non resta traccia della nostra vita come del mondo intero. Ne è esempio La sera del dì di festa. Qui, per ben due volte, di cui una a conclusione del canto, Leopardi ripete "fieramente mi si stringe il core", cioè crudelmente si chiude il cuore pensando che tutto al mondo passa e quasi non lascia traccia. Non passa solo la ferialità con i suoi ritmi abitudinari e ripetitivi, con il suo alternarsi di giorni consueti e giorni festivi, ma il tempo porta via, travolge ogni umano evento, riducendo tutto a silenzio, immagine e sinonimo di morte.

Dall'altro lato però vi è anche lo stupore per la grandezza della persona umana che il poeta esprime nel canto Sopra il ritratto di una bella donna, grandezza che cozza comunque con la radicalità della sua fragilità, una finitezza che maggiormente si rivela nella grandezza: il "misterio eterno dell'esser nostro" perché la donna bellissima, immagine dell'eterno, ora è pol-vere e fango; e non ci basta risolvere quello che ci raggiunge, confinandolo dentro il razionale sillogismo del dolore e della morte implicati dal fatto che siamo finiti. Che si debba soffrire e morire non puoi comprenderlo, che la vita in pochi mesi si scopra impotente dinanzi alla malat-tia e debba obbligatoriamente soccombere, non puoi incastonarlo entro spiegazioni convincenti, non puoi sistemarlo nel puzzle dei tuoi schemi trovando il posto – e le ragioni – adeguate.

Cerchiamo il senso delle cose che significa anche vogliamo essere felici e questo ancora di più ci rivela il paradosso, la contraddizione che alberga in noi e ci inquieta o distrugge. Il de-siderio della felicità è ineliminabile (solo la morte lo cancella), ma esso diventa, in una sorta di terribile contrappasso, la ragione della nostra infelicità. E così l'uomo per il fatto stesso che esistendo desidera il piacere, cioè la felicità, secondo una misura infinita, si condanna all'infelicità, si autorende la vita un inferno (senza poter fare diversamente).

Solo una vita distratta in cui ci si sforza di allontanarsi quanto più possibile da quel tor-mento è, per certi versi, è una vita vivibile. Ma la distrazione non può essere infinita o eterna, essa è solo un palliativo incapace di non rimandarci a quel senso di nullità del tutto che è una sola cosa con la nostra infelicità: nullità del tutto poiché la mia felicità è il problema del mondo, e se la realtà non è in grado di sostenere e compiere quello che è il mio bisogno, allora è come se perdesse qualunque significato, è come se fosse "nulla". Nel poeta la felicità è negata poiché l'uomo non può attingerla e la realtà con la sua strutturale finitezza non può darla anche se lo volesse. Ma solo dall'infinito può provenire qualcosa d'infinito…

Da un lato dunque, il desiderio di capire, la non rassegnazione a pensare che in quello che accade non ci sia un senso oltre quello che accade, dall'altro l'intuizione che il senso lo af-ferriamo solo relativamente, che cerchiamo il significato delle cose ma esso è qualcosa che dobbiamo piuttosto domandare, perché da soli non ce la facciamo ad afferrarlo e ad affermarlo. Vedete, noi possiamo solo chiedere che un Altro dia la risposta, che venga a noi per ri-schiarare di senso il nostro umano vivere. Non possiamo produrlo noi il senso, nulla accade se Dio non viene; ecco i versi di Michelangelo: "Ma che poss'io Signore se a me non vieni con la solita ineffabil cortesia?".

 

3. Vieni Signore Gesù!

Noi attendiamo ("siamo tutti in attesa") che l'enigma sia sciolto, che sia indicata una via d'uscita dal labirinto. Senza attesa la vita è finita ("non c'è cosa più amara dell'alba di un giorno in cui nulla accadrà"- Pavese) ma noi non siamo soli, non siamo disperati, tutt'altro! E questo perché abbiamo conosciuto che il Verbo si è fatto carne, che il mistero si è fatto incon-tro a noi per chiarire noi a noi stessi (VD 6), per svelarci il senso delle cose e per dirci che tutto è dentro il disegno buono di Dio che è Padre e che è amore. Questa è la novità cristiana che l'incarnazione ci dice e chiede a noi di gridare a tutti affinché, come ripete la Scrittura, i sentieri tortuosi siano raddrizzati, le ginocchia vacillanti riprendano vigore, perché non ci facciamo prendere dallo sconforto e nessuno possa più considerarsi un "atomo opaco di male" (Pascoli).

Ciò che cambia tutto è la certezza che il Signore è venuto ed è rimasto, che è una pre-senza che io non solo ho incontrato ma che incontro oggi, anzi che posso dire di aver incontrato perché il miracolo di quell'incontro continua a ripetersi oggi. Non basta dire "Il Signore è venuto nella mia vita", bisogna riconoscere che il Signore viene oggi, nel mio tempo il quale in quanto Lui viene cessa di essere chronos per diventare kairos, momento opportuno per la mia vita.

Pensiamo all'esperienza degli apostoli come ce la racconta l'episodio dei discepoli di Emmaus. Essi quando Gesù muore, quando la sua morte pare segnare l'avvento di un'assenza, già non ci credono più; seppur confusi perché il presentimento del vero era per loro un'evidenza, poiché il mistero non c'è più (Cristo è morto, è finita), non c'è più come presenza, essi pensano di essersi illusi: "noi speravamo che… invece". Per questo impauriti e timorosi si nascondono e si disperdono.

Cosa invece rende quegli stessi poveri uomini spavaldi e uniti al portico di Salomone, in grado addirittura di dare la vita, se non la certezza della presenza di Cristo? Che cosa poteva sostenere l'umanità di Pietro se non la certezza, l'evidenza della presenza del Signore, perché solo ad un Tu presente puoi dire "Tu sai tutto, tu sai che ti amo" (Gv 21, 17)? È la certezza della sua presenza che cambia la vita di quel gruppo e, paradossalmente, la cambia di più da quel momento, poiché Egli non è più con loro fisicamente ma, in un certo senso, più realmente.

Se Cristo non fosse entrato nel mondo per rimanervi permanentemente non sarebbe cambiato nulla nella loro vita, sarebbe rimasta solo una "malinconica nostalgia del vissuto, di quei tre anni". Ciò che cambia, ciò che fa vibrare le fibre del nostro essere è la Sua presenza. Se Cristo non fosse una presenza non potrebbe avere alcuna incidenza nella vita. Allo stesso tempo se il Cristo presente non è un'esperienza che accade, non ce la facciamo a vincere la distrazione nella quale viviamo; perché non c'è tenacia o ricordo che tenga. Ma se, invece, il cri-stianesimo è un fatto presente, che accade ora a me, se Cristo lo incontro oggi allora si vive diversamente, si vive meglio. E questo non è solo, come dire, una promessa, qualcosa che accade ma non ora e non a me, perché io ho visto e vedo nella chiesa persone che hanno vissuto così e sono diventati capaci di uno sguardo allo loro vita che io non solo non avrei vissuto ma non a-vrei neppure creduto possibile.

 

4. La verità di Cristo e la pienezza del tempo

Il Verbo fatto carne, la Parola (logos) fatta carne è la pienezza del tempo, è una persona – non discorsi, concetti o regole – di fronte alla quale siamo (VD 11), è la parola definitiva di Dio (cf il prologo della Lettera agli Ebrei) dopo la quale Dio non ha più nulla da dire perché in Cristo ha detto se stesso, si è snudato, si è esposto alla nostra finitezza, si è spogliato senza vergognarsi, Lui, creatore, di farsi creatura (Dante), si è curvato sul nostro niente: questa è la commozione di Dio. Già il fatto che Dio abbia voluto dire se stesso all'altro da sé, ci dice che egli è amore, un amore che si manifesta nel portare la nostra carne nel suo grembo: il Verbo che si fa carne torna al Padre con l'umanità, certo trasfigurata, ma pur sempre umanità.

Noi dobbiamo essere grati a Dio perché a noi si è fatto conoscere. Mi vorrei soffermare un attimo su Gal 4,4. Anzitutto qui abbiamo l'espressione "pienezza del tempo" (πλá½µρωμα τοῦ χρá½¹νου) che ci rimanda al senso del tempo. Nel greco noi incontriamo tre parole per indicare il tempo e cioè: Aion che indica il tempo nella sua durata indefinita e quindi sempre giovane; Kairos è invece il tempo soggettivo, quello vissuto in prima persona, l'occasione favorevole per ciascuno; infine Chronos che indica il tempo oggettivo, esterno all'individuo, il tempo che passa e che fa invecchiare.

Paolo collega inscindibilmente il compimento del tempo, e quindi la sua pienezza, all'invio del Figlio da parte di Dio. La sintassi del periodo suona strana perché sembrerebbe come se Dio non avesse potuto inviare il Figlio prima che il tempo maturasse una propria pie-nezza, e quindi come se Dio dipendesse dal tempo. Si tratta in realtà di un artificio retorico per richiamare il lettore ad una riflessione e al vero senso dell'espressione cioè: "quando Dio mandò il figlio suo, venne la pienezza del tempo"; non è una figura generica piovuta dall'alto per-ché ha una identità visibile (nato da donna, sotto la Legge) con una specifica missione da svol-gere (riscattare chi era sotto la legge e dare l'adozione a figli). Giustamente Lutero commentando questo passo ripeteva: non enim tempus fecit filium mitti, sed e contra missio filii fecit tempus plenitudinis. Se inseriamo il versetto nel contesto di 4,1-7, emerge chiaramente che la pienezza del tempo non giunge per una autonoma maturazione del tempo stesso, poiché essa corrisponde semplicemente al "termine prestabilito dal Padre" e dipende dal volere divino. La pienezza del tempo è il punto di arrivo di quel lungo itinerario, di quella storia del rapporto tra Dio e l'uomo che è la storia della salvezza, una storia fatta di fedeltà e di caparbietà, di perseveranza e di insistenza da parte di Dio, a cui spesso ha corrisposto nell'uomo l'infedeltà e la distrazione, il rifiuto e l'indifferenza.

Ora però questa pienezza significa che all'interno della storia entra, irrompe in maniera definitiva l'eschaton e questo è quanto di più paradossale possa essere detto, sia rispetto alla mentalità greca, che nemmeno conosce un eschaton temporale, sia rispetto alla fede giudaica per la quale l'eschaton pone necessariamente fine alla storia. Paolo ci ripete che viviamo ormai alla fine dei tempi, come era chiaro e condiviso presso tutto il cristianesimo delle origini: "il tempo è compiuto" (Mc 1,15), cioè il compimento è avvenuto e il suo effetto perdura nel tempo: il futuro è già ora, cioè il mio tempo è chiamato direttamente in causa da Gesù e non a caso Mc usa "kairos". Noi viviamo in questa pienezza di senso, non abbiamo da aspettare, non da desiderare che qualcosa accada perché Dio si è già fatto uomo.

L'irruzione dell'eterno nel tempo, soprattutto con l'anticipazione nella storia del fatto e-scatologico del mistero pasquale, decide il senso definitivo della storia. Allo stesso tempo questo definisce il nostro stare nella storia dove quello che conta è il "presente" come kairos che non dimentica il passato né si disinteressa del futuro. La certezza del fine e della fine quale luogo del compimento non distrae dal presente perché questo è il luogo-momento in cui accade la salvezza. Stare nel tempo, abitare il tempo, significa allora, per usare un'espressione di D. Bonhoeffer "essere fedeli alla terra", non fuggire dalla responsabilità che og-gi ci interpellano guardando nostalgicamente al passato o utopisticamente protesi verso il futuro. La fede ci esorta ad amare il presente perché l'eternità è nel tempo e non lo svuota; amarlo però senza il disincanto dell'uomo post-moderno che si avvinghia al presente senza una speranza e senza la certezza di un significato che illumini di senso questo tempo presente. Del resto se non c'è un senso che illumini la fine, si smarrisce anche il presente. La fede ci insegna un altro modo di vivere e di stare nella storia, un modo segnato dalla speranza che anima il presente, senza l'idolatria del presente, che genera una posizione umana-mente migliore in grado di discernere il bene, di valorizzare la sua presenza anche negli ambiti in cui meno sembra visibile, e di denunciare il male in ogni sua forma. L'eterno dunque, non cancella la storia, non toglie valore all'effimero ma ne determina quel senso che ci permette di vivere il tempo senza denigrarlo e anche senza ridurlo al tutto.

 

5. È accaduto se riaccade

Il fatto che l'incarnazione definisce non solo un momento ma un metodo nell'essere e nel comunicarsi di Dio ci ricorda che il riferimento alla fede si congiunge inscindibilmente all'umano. Se il Signore si fa conoscere incarnandosi, nel momento in cui censuriamo la nostra umanità non possiamo riconoscerlo, proprio perché che Cristo si incarni vuol dire che egli as-sume l'umano. Senza l'umano non c'è Cristo, poiché Dio si fa incontro nella mediazione dell'umano, sia perché prende forma nell'umano, sia perché è dalla presa sul serio del nostro umano che scaturisce la possibilità del suo riconoscimento.

La trascuratezza del nostro umano – altrimenti detto: la distrazione verso sé ci impedi-sce di riconoscere il Signore che viene. Se ci fosse meno distrazione e più affezione, meno dis-interesse e più interesse, meno trascuratezza e più accuratezza, se ci decidessimo a prendere sul serio il nostro umano, non riducendolo solo a mera istintività, riusciremmo a vincere quel sen-so di estraneità e di scandalo che ci impedisce di credere sul serio mettendo in gioco ragione, libertà e affezione.

Dobbiamo però riconoscere che non siamo in grado da soli di (ri)costituire questa affezione al nostro umano; ci accorgiamo che non siamo capaci di stare dietro alla domanda che ognuno di noi è. Solo Dio è in grado di abbracciare il mio umano e svelare a me stesso chi io sono. Pensiamo alle parole di Gaudium et spes 22: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo»; parole che fissano non soltanto un'affermazione di principio, cioè astratta, ma traducono l'esperienza anzitutto biblica della fede come incontro con Cristo, con lo sguardo di Dio che permette all'io di riconoscersi come io: è l'esperienza di Zaccheo, di Giovanni e Andrea; è l'esperienza di Pietro icasticamente e-spressa nelle sue parole che decidono del senso dell'io: "Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna!" (cf Gv 6,68), parole di vita, cioè parole di pienezza, di senso, che gettano luce e ri-schiarano il "misterio eterno dell'esser nostro".

Non possiamo però accontentarci solo dell'esempio evangelico, perché non è l'esempio che conta ma il riaccadere dell'incontro. Non è questione di un "già stato" ma di un'"ora"; non è il passato che può muovere e commuovere l'io oggi, ma il ri-darsi di ciò che accadde duemila anni fa. E poiché non può accadere senza la presenza di Cristo, solo il fatto che Lui è presente e vivo, può far sì che il miracolo di quello sguardo si dia ancora oggi. Questo è il miracolo che deve accadere e che dobbiamo chiedere per questo Natale. Cristo è vivo e reale se lo incontro ora come vivo e presente, non come un fatto del passato. Se non è un fatto oggi non c'entra con la mia vita, non decide del senso e del valore del mio vivere. Se Cristo è un fatto accaduto nel passato, anche per me tutto diventa "momenti da ricordare", vissuti da rimpiangere, testi da interpretare.

Se Cristo è un fatto del passato, tutto è ridotto all'interpretazione senza l'implicazione della vita, e siccome l'interpretazione non può certo sostenere e guidare la vita, noi siamo altrove rispetto a questo fatto. È una storia vecchia che la Scrittura documenta molto bene. Nell'AT il "fatto" della fe-de di Israele è la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto e l'alleanza come dono della legge e della terra. Questo avvenimento è decisivo, definisce la coscienza e l'identità di quel popolo – come ciascuno di noi è definito, cioè fa parte di noi quel momento, quell'inizio in cui anche noi al pari di Giovanni e Andrea ci siamo ripetuti "abbiamo trovato il Messia" (cf Gv 1,41) – ma l'istante dopo in cui esso è diventato un fatto del passato, lo stesso Israele è altrove: adora il vitello d'oro, rimpiange l'Egitto, oppure, come Dio gli rimprovererà tramite i profeti, interpreta la legge ma il suo cuore è lontano: basti pensare alla polemica, ricorrente presso i profeti, del culto ipocrita ("questo popolo mi onora con le labbra ma non con il cuore" – Is 29,13).

Mutatis mutandis, lo stesso può accadere anche a noi quando la fede è solo un fatto del passato. Certo, lo ripeto volentieri, c'è un inizio che ha un "carattere fondatore", c'è l'istante della maturazione della certezza del Signore che rimane esemplare ed unico per ciascuno di noi. È interessante notare che nella liturgia, in cui ogni volta celebriamo il riaccadere dell'inizio, questo non è vissuto come il ridarsi ora di quello che fu all'inizio come fu all'inizio (il mistero pasquale è "una volta per tutte"), ma il riaccadere di quello che fu all'inizio nella forma dell'essere noi ripresentati a quell'evento (cf a tal proposito gli scritti di C. Giraudo).

Questo è il punto: non basta che il cristianesimo sia un fatto accaduto "una volta per tut-te" nella mia vita, per cui io dispiego (e vivo) ora le virtualità infinite di quell'inizio. Quel fatto serve, ha una incidenza definitiva sulla vita (nel senso che ne definisce il significato) se conti-nua ad accadere ora. La contemporaneità di Cristo vuol dire che egli è una presenza e come tale riguarda l'"ora" (il presente), non solo nel senso che ha un nesso con l'oggi, ma più in verità nel senso che riaccade oggi: il re-incarnarsi del fatto che nel suo ridonarsi illumina di senso l'inizio. Altrimenti il tempo presente è il tempo della decadenza, in cui l'evidenza, la persuasività e la bellezza dell'inizio hanno perso il loro smalto, per cui arranchiamo e ci lamentiamo, e viviamo i gesti della fede o male o con abitudinari età o con grande fatica.

Non è qualcosa che è accaduto un tempo che sostiene e dà senso all'oggi, ma è un fatto che accade oggi a rendere vero e certo qualcosa quanto al suo inizio nel passato. Ciò vuol dire che solo una presenza può sostenere la vita, perché se Cristo non è una presenza diventa un ri-cordo, al massimo un ideale, ma non è in grado di impattare il reale, di dargli forma e significato. Per questo quando Paolo nel cap. 15 della 1Cor (vv. 3-8) ripete quell'antico annuncio di fe-de che già lui aveva ricevuto, e a sua volta aveva trasmesso ai cristiani di Corinto, a livello ver-bale usa l'aoristo per tre volte ("morì, fu sepolto, apparve"), indicando così nell'evento della morte, sepoltura e apparizioni, qualcosa che appartiene e resta confinato al passato (come l'aoristo sottintende); ma quando deve ripetere che Cristo "è risorto" non impiega più l'aoristo ma il perfetto, a significare che la risurrezione (e cioè la presenza di Cristo) non è un fatto solo del passato, di un inizio, ma una realtà che riguarda, investe e accade oggi: sarebbe come dire, "è risorto e continua a risorgere", cioè ad essere presente, un fatto del passato che ha a che fare con il presente (come indica l'uso del tempo perfetto). Del resto ciò di cui Paolo sta parlando non è qualcosa che lui ha imparato soltanto e ora ripete, ma attesta un fatto che era accaduto nella sua vita. Egli aveva fatto l'esperienza unica e singolare di incontrare addirittura il Signore glorioso, lui che nemmeno aveva conosciuto Gesù di Nazareth. Certamente quell'incontro è stato per lui la svolta, tuttavia non è che Paolo abbia poi potuto dire che Cristo era una presenza perché ogni tanto il Signore si rifaceva vedere nella forma in cui lo aveva incontrato la prima volta e gli aveva cambiato la vita. Cristo era un evento che come tale accadeva veramente, ma in forme diverse, dentro la vita di quelle comunità e di quegli amici con cui Paolo aveva a che fare continuamente.

"Non come è accaduto ma quello che è accaduto". Lo capiamo bene se pensiamo all'analogia con la realtà degli affetti umani. C'è sempre un momento in cui uno ha capito di amare la propria moglie, ma questa affezione oggi non è più nella forma di quell'inizio. Senza quell'inizio non ci sarebbe una storia che mi raggiunge nel presente, ma se quell'inizio non riaccadesse nella forma che la storia, cioè la realtà, impone, non potrebbe realmente durare. Nella vita si cresce e si cambia, si attraversano momenti, stagioni, situazioni diverse, così come la realtà ce li riserva e come noi contribuiamo a costruirli mettendo in gioco la nostra libertà, ed è chiaro che si vuol bene in modo diverso; si vuol sempre bene, magari anche di più (perché il tempo porta maggiore consapevolezza, se ci rende adulti), ma non più nel modo, nella forma, con cui si voleva bene all'inizio. Se uno dicesse: "amo mia moglie oggi come la amavo venti o dieci o trenta anni fa", mi preoccuperei un po', se con questa espressione volesse intendere che la modalità dell'affetto non è cambiata. Quello che non cambia è il fatto, mentre a cambiare è il modo, perché, in quanto esseri storici, viviamo una provvisorietà permanente e costitutiva che definisce il nostro rapporto con il reale e ricomprende la nostra autocoscienza nell'accadere del tempo e nel denudarsi della vita. Se volessimo andare ancora più a fondo alla questione, potremmo dire che solo in quan-to quella cosa riaccade adesso, allora è stata vera anche all'inizio.

 

6. Dal riaccadere dell'incontro la speranza

Natale ci ricorda che deve riaccadere il miracolo dell'incontro con il Signore vivo e presente. Benedetto XVI, riferendosi alla storia e all'esperienza di San Paolo, ha formulato così il punto in questione: «Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo: che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l'incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una gran-de carità per tutti, capace di rinnovare il mondo» (Udienza del 3 settembre 2008).

Dobbiamo chiedere continuamente che il Signore ci dia oggi la grazia dell'incontro con la sua presenza. Ma come Egli permane, come ri-accade questo miracolo dell'incontro? Dietro questa legittima domanda può però sempre nascondersi una preoccupazione moralistica: che cosa devo fare? In fondo è quello che leggiamo nell'episodio evangelico del giovane ricco, nel quale la preoccupazione del giovane è "che cosa devo fare", quali regole o precetti devo rispet-tare (cf Mc 10,17). Il punto è che a come permanere ci pensa Cristo, mentre a noi tocca riconoscerlo ogni volta che accade nella nostra vita; agli apostoli durante l'ultima cena Gesù non chiede di fare alcune cose quando lui non ci sarà più, ma di "rimanere", "dimorare" nel suo amore (cf Gv 15,9). Questo implica la libertà, la ragione (ri-conoscere, in fondo, è sempre un conoscere di nuovo) e l'oggi, perché è una presenza che sei chiamato a riconoscere.

È da questa certezza della presenza del Signore oggi, capace di sostenere la vita, che nasce la speranza. Uno può riconoscere una certezza per il futuro solo se c'è una Presenza oggi. Perciò la speranza cristiana è ben altra cosa dall'utopia tipica della sensibilità dell'uomo moderno. Nell'utopia lo sguardo al futuro non nasce dal presente (cioè da qualcosa che è già dato), al contrario è proprio l'esperienza di ciò che manca oggi che fa guardare al futuro dove quello che non c'è adesso (sia la giustizia, sia la libertà, sia la concordia ecc.) potrà essere dato.

La speranza cristiana è un'altra cosa, è un guardare al futuro come possibilità di un compimento di qualcosa che è già dato interamente oggi. Se Cristo è tutto, non è che lo sarà di più domani; piuttosto uno ha da sperare che possa sempre più abbandonarsi al Signore come la cosa – la persona – più reale della vita. Dinanzi ai drammi che tanti di noi vivono comprendiamo che la speranza può essere solo che Egli venga come possibilità di un significato "ora" per questa situazione. Che Lui lo sia è un dato, che noi lo riconosciamo veramente come tale è il contenuto della speranza.

Noi nemmeno dobbiamo sperare o attendere che la salvezza venga, come scriveva Kafka, perché a noi, ci ripete San Paolo, è apparsa la grazia apportatrice di salvezza (cf Tt 2,11). Il luogo di questo decisivo farsi vedere della grazia è la compagnia della chiesa che cogliamo e si manifesta come amicizia, poiché la forma del rapporto con il mistero è l'amicizia: "non vi chia-mo servi ma amici" (Gv 15,15); non più la paura dinanzi a ciò che non si conosce, ma la confi-denza che nasce dalla e come amicizia.

Nella fedeltà al suo amore si diventa capaci dello sguardo umano diverso che è quello generato dagli occhi della fede. Se l'uomo vuol fare derivare da sé questo sguardo al massimo produce la balla del moralismo; se, invece, l'uomo si abbandona al mistero, sorge una realtà nuova, che tanto più può dire io, quanto più appartiene al Tu del Cristo presente.

 

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