"Dico che l’uomo non desidera e non ama se non la felicita’ propria"
Due visioni della vita e dell'uomo si fronteggiano nel Dialogo di un fisico e di un metafisico; quella del fisico, che è la più grossolana e legata al sentire comune, e quella del metafisico il quale, invece, conosce meglio e più a fondo ciò che sta oltre quello che si percepisce nell'immediato. Da un lato il fisico che sente di essere destinato alla gloria immortale perché ha scoperto l'arte di vivere lungamente: dal momento che la vita è un bene in sé e l'uomo la ama naturalmente, prolungarla significa accrescere il bene dell'uomo. Dall'altro lato il realismo del metafisico che ricorda come non è la vita ad essere desiderata e amata ma la felicità; infatti, "l'uomo non desidera e non ama se non la felicità propria". La vita è un mezzo in vista del fine, l'unico che sta a cuore, cioè la felicità. E come sempre accade nel rapporto tra mezzo e fine, il mezzo ha senso se c'è il fine ed acquista valore ed importanza nella misura in cui si relaziona e permette di raggiungere più agevolmente di qualcos'altro il fine. Ma un mezzo che non servisse allo scopo per cui esiste, che non fosse più utilizzabile in vista del fine, perderebbe il suo valore, non servirebbe più, non sarebbe più un "utensile" secondo l'etimologia latina del mezzo (l'utilizzabilità). La vita, dunque, non è un bene in sé, diventa bene, cioè viene amata, in quanto è vita felice, perché solo se è felice la vita è bene altrimenti se è infelice la vita è male ("la vita infelice, in quanto all'essere infelice, è male"); non è la vita che rende la felicità un bene, ma è la felicità che qualifica la vita rendendola buona nella misura in cui la vita è "vita felice", altrimenti essa è male, come verrà ripetuto in sede conclusiva. Che poi la vita non sia un bene in sé viene testimoniato dall'esperienza dei suicidi: se fosse il bene in sé, nessuno avrebbe l'ardore di togliersi la vita, come accade nel caso della felicità che è talmente radicata che nessuno può desiderare di non essere felice; l'uomo può invece desiderare di morire nella misura in cui si eleva alla consapevolezza dell'impossibilità della felicità nella vita. L'argomentazione del metafisico ridimensiona l'esultanza del fisico che, tuttavia, non si preoccupa di raccogliere la sfida del metafisico che aveva chiesto gli venisse provato che la vita sia "bene per se medesima". Egli deve riconoscere che la verità di quella posizione è tale poiché genera "malinconia", che è il sentimento umano dinanzi all'esperienza del vero come non corrispondenza al desiderato. Eppure non si arrende e sempre facendo leva sul senso comune insiste invitando il metafisico a riconoscere che se l'uomo "vivesse e potesse vivere in eterno" (cioè senza morire, dunque prolungando all'infinito questa forma di vita) sarebbe veramente contento. Un'ipotesi fantasiosa a cui il metafisico risponde con un crescendo di esempi che non lasciano margine di perplessità se finanche gli dei annoiandosi della vita preferiscono morire o concedere la morte come dono a chi chiede loro il maggior bene possa essere dato agli uomini dagli dei su questa terra. E così il metafisico affina la sua posizione esplicitandola ulteriormente. Poiché la vita non è un bene in sé, non conta la sua durata né l'arrovellarsi per renderla eterna, anzi poiché la vita non procura la felicità è meglio se breve in quanto se non altro alleggerisce il senso di male, cioè d'infelicità, che invincibilmente procura all'uomo. Quello che conta, pertanto, è la qualità della vita, la "vera vita", cioè non il semplice essere ma l'essere felice che viene promesso e pensato come "efficacia e copia delle sensazioni"; come a dire che una vera vita, cioè una vita felice, è una vita "agitata e in gran parte occupata", mentre dove vive la noia si afferma l'infelicità, e poiché l'uomo fa ordinariamente l'esperienza della noia, e sa che tolta la noia è tolta buona parte della vita, sono da ritenersi più fortunati coloro che vivono di meno e fanno quello che facciamo noi, perché a loro (come nel caso di alcuni popoli) è risparmiata la noia cioè l'infelicità, il male. Probabilmente Leopardi non intendeva qui l'attivismo come distrazione (l'orizzonte di riferimento è il sensismo) ma resta il fatto che sempre l'uomo si è dato da fare, ha pensato di riempirsi il tempo senza un attimo di tregua proprio per distrarsi dalla propria infelicità. Certo è che, qualunque senso si voglia attribuire all'espressione con cui si conclude il dialogo, essa rimane vera. La vita vale nella misura in cui è il luogo dove accade il miracolo della mia felicità: non basta dire della felicità ma occorre aggiungere della "mia" felicità poiché il contenuto ultimo del desiderio non è un'idea astratta di felicità ma è la "mia felicità": la vita non come bene in sé ma come spazio in cui si dispiega il desiderio, quella brama inestirpabile che ti fa divorare ogni cosa sperando serva a realizzare l'unico ed ultimo bisogno: la felicità. Certo, se non c'è la vita non ci può essere la felicità ma nella coscienza riflessa ha valore ancora la vita se mi nega la felicità? Questa è l'insinuazione radicale di Leopardi, qui s'annida quel pessimismo che investe l'essere poiché il vivere in quanto non è in grado di procurare, cioè di prendersi cura (pro-curare) della felicità dell'io è male e, dunque, come nel Dialogo di Malambruno e Farfarello, "la morte la supera [la vita] incomparabilmente di pregio"; nel dialogo del fisico e del metafisico c'è l'attenuante del "se non è vera vita, cioè viva" mentre in quello tra Malambruno e Farfarello non c'era alcuna condizione che potesse riscattare la vita, cioè l'essere, dalla negatività, quella negatività che si identifica con l'infelicità e che appartiene allo statuto ontologico dell'essere umano; una negatività gratuita e radicale, poiché non è la conseguenza di una colpa ma il tratto dell'essere come male, cosa che si evince dal Dialogo della natura e di un'anima; quel male che diventa sommo nella condizione umana perché l'uomo è il luogo dell'autocoscienza del reale e del suo significato.
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