Il punto centrale della prima lezione è stato il guadagno della verità prima e semplice, ovvero che la carità è la legge dell’essere e quindi della vita. Nella seconda lezione ci viene detto che il sacrificio è la condizione della verità. Ci confrontiamo qui con una parola che soprattutto oggi ha perso qualsiasi valore, passando dalla condizione necessaria per vivere la carità a ciò da cui più rifuggire, perché il sacrificio appare la mortificazione della vita, la sua negazione. Viviamo nel tempo del “tutto e subito”, del “fallo e basta”, in cui quello che conta di più è la circostanza presente e non ciò in vista di cui si vive il presente. C’è un autore molto interessante da questo punto di vista, Michel Maffesoli, che ha dato forma di pensiero all’idolatria del presente nella nostra condizione postmoderna. Come scrive Maffesoli, oggi facciamo i conti con il sentimento della precarietà e della brevità della vita, che non ci allontana dalla vita ma ci rimette in essa, nella consapevolezza che il mondo in cui siamo è il solo in cui ci è dato vivere (cf M. Maffesoli,
L’istante eterno. Ritorno del tragico nel postmoderno, L. Sossella, Roma 2003). Il presente come unica realtà crea un’atmosfera di non curanza che non ci fa preoccupare per il futuro ma sostiene un desiderio di vivere nel presente con la sua freschezza, poiché l’accettazione, l’amore del destino (
amor fati, sempre Nietzsche!), dona serenità, non angoscia. Il presente è unico e solo, non c’è passato né futuro in quanto ci sono stati o ci saranno ma non ci sono e dunque non sono, esso è divino, l’unica cosa che conta (non è forse Dio un “eterno presente”?) e ad esso va detto
sì cogliendone le opportunità e riconoscendo alle cose il valore che spetta loro; il fatto ...